Scenario: autunno 1989, a pochi giorni dall’inizio della Rivoluzione di Velluto. Non si era coscienti del fatto che il regime comunista stava per essere travolto, anche se stava scricchiolando da tempo.
La scrittura clandestina si diffondeva con i Samizdat, l’elite culturale contraria alla dittatura continuava ad essere perseguitata, con interventi da parte dei servizi segreti STB, incarcerazioni e ostracismi di varia natura.
Quale migliore occasione se non augurare con una inserzione il buon compleanno il 5.10.1989 a Ferdinand Vaňek, alias Václav Havel, sul giornale di partito? La foto naturalmente é quella di Havel.
Una curiositá, nel corso di una manifestazione dei movimenti populisti nel 2022, il programma degli interventi fu interrotto con un messaggio “Si cerca Ferdinand Vaněk, il nipote lo sta aspettando qua sotto il cavallo (statua di San Venceslao nella omonima piazza, ndr). Potrebbe venire qua?”.
E allora tanti auguri Ferdinand! Mi raccomando, non vogliamo dimenticarti!
Tomáš Garrigue Masaryk, primo presidente della Cecoslovacchia eletto nel 1918, è stato una figura poliedrica: scienziato, professore, filosofo, educatore, politico e giornalista.
Venne percepito come un uomo moderno per l’epoca, che dimostrava di voler perseguire i propri valori etici, democratici e di rispetto verso gli altri non esitando di scontrarsi anche con l’opinione pubblica comune.
Non per nulla, il soprannome di Masaryk fu “tatíček”, che letteralmente tradotto in italiano significa papà, a considerazione del fatto che venne considerato fin da subito come il padre della moderna nazione cecoslovacco.
Questa “aura magica” attorno a Masaryk nasce in parte dalla percezione del periodo democratico cecoslovacco (1918-1938) come un “età d’oro”, in cui il Paese raggiunse livelli elevati di industrializzazione e benessere per standard dell’epoca. Tuttavia, è importante non dimenticare la complessità di quel periodo storico, segnato dalla crisi economica mondiale e dall’ascesa di nazionalismi che avrebbero portato all’instaurazione dei totalitarismi e, infine, alla tragedia della Seconda guerra mondiale.
Parliamo comunque di uno dei personaggi più importante della storia ceca, la cui immagine è riuscita a superare l’ostracizzazione da parte del regime comunista, così come il tentativo di lederne l’immagine durante il periodo del protettorato nazista post prima repubblica.
Bibliografia di un predestinato
Tomáš Garrigue Masaryk (indicato spesso anche solo come TGM, oppure talvolta con il nome Tomáš Garik Masaryk), nato il 7 marzo 1850 a Hodonín, nell’attuale Repubblica Ceca, proveniva da una famiglia di origini modeste. Suo padre lavorava come cocchiere per un aristocratico, mentre sua madre, di origini slovacche, svolgeva la mansione di domestica. Nonostante le ristrettezze economiche, Masaryk mostrò fin dalla giovane età una straordinaria intelligenza e una grande sete di conoscenza, qualità che lo spinsero a superare le difficoltà e a cercare un’educazione di alto livello.
Dopo aver frequentato il ginnasio tedesco a Brno, proseguì gli studi a Vienna, dove si laureò in filosofia. Durante questo periodo, sviluppò un forte senso critico e un profondo interesse per le questioni sociali e politiche. Gli studi accademici e l’ambiente culturale viennese contribuirono a formare il suo pensiero progressista, gettando le basi per il suo futuro impegno politico.
In questi anni, Masaryk si interessò particolarmente ai temi legati alla libertà individuale, all’etica e alla giustizia sociale, valori che avrebbero guidato tutta la sua carriera politica. Fu anche influenzato dalle correnti di pensiero europee dell’epoca, maturando una visione politica che si sarebbe rivelata fondamentale per il ruolo chiave che avrebbe giocato nella fondazione della Cecoslovacchia. La sua formazione intellettuale, unita a un forte senso morale, lo rese una delle figure centrali nella storia della nazione ceca e un esempio di integrità politica.
Negli anni successivi, TGM, per sostenere economicamente la sua famiglia, accettò un posto come docente all’Università di Praga, dove si trasferì nel 1882. A quel tempo, la città era divisa tra le comunità ceca e tedesca. Masaryk si distinse subito per le sue idee innovative e il suo approccio non convenzionale agli studenti, trattando temi fino ad allora considerati tabù, come i problemi sociali e la prostituzione, sorprendendo l’ambiente conservatore. Sua moglie, un’americana emancipata, condivideva le sue opinioni progressiste.
Nonostante le sue posizioni divergenti e alcune contraddizioni rispetto alla cultura dominante, Masaryk fu accettato e rispettato dalla società ceca fin dall’inizio. Da una prospettiva protestante, egli criticò alcune caratteristiche della Chiesa cattolica, chiedendo una riforma radicale, poiché riteneva la religione essenziale per una società moderna e moralmente giusta.
Masaryk si creò una solida rete di amicizie, in particolare tra i suoi studenti e i collaboratori della rivista Athenaeum, che fondò lui stesso. Tuttavia, una delle controversie più significative della sua carriera riguardò l’autenticità dei manoscritti di Královédvorský e Zelenohorský, considerati tesori della letteratura ceca. Masaryk sostenne che fossero falsi, scatenando l’ira di molti nazionalisti, che lo considerarono un traditore. Questa vicenda segnò una frattura con una parte del movimento nazionalista, ma rafforzò la sua posizione di intellettuale coraggioso e indipendente.
Masaryk, politico determinato
Tomáš Garrigue Masaryk iniziò a lavorare attivamente nel campo della politica negli anni 1890, collaborando con figure come Josef Kaizl e Karel Kramář. Masaryk formulò un nuovo orientamento politico basato sul “realismo”, opponendosi al romanticismo nazionalista del suo tempo. Sosteneva l’importanza di una “conoscenza scientifica accurata delle cose”, un approccio razionale che cercava di superare le illusioni romantiche della politica. La rivista Čas (Tempo) divenne la tribuna dei realisti, attraverso la quale Masaryk e i suoi colleghi diffusero le loro opinioni, sebbene a un pubblico limitato.
Nel 1891, Masaryk venne eletto al Parlamento austriaco e alla Dieta provinciale, rappresentando il Partito dei Giovani Boemi. Tuttavia, la sua carriera politica si interruppe temporaneamente quando la sua famiglia si allargò con la nascita di Jan e Olga. Durante questo periodo, si dedicò principalmente all’attività letteraria e accademica, pubblicando numerosi studi e articoli scientifici. Partecipò inoltre alla creazione del Dizionario Otto dell’apprendimento, un progetto enciclopedico di grande importanza, e contribuì a riviste come Naše doba e Čas.
Masaryk non esitava a criticare apertamente la limitatezza di vedute della società ceca, opponendosi al nazionalismo basato su odio e pregiudizi, in particolare verso i tedeschi e gli ebrei. Nel 1899, difese pubblicamente Leopold Hilsner, un ebreo accusato ingiustamente di omicidio rituale, esponendosi contro l’antisemitismo crescente.
Durante la Prima guerra mondiale, Masaryk divenne un sostenitore dell’indipendenza della nazione ceca e della separazione dall’Impero austro-ungarico. Nel suo libro “Nuova Europa: un’opinione slava”, giustificava la necessità di un sistema statale migliore in Europa orientale e prefigurava una futura cooperazione tra Stati europei sotto forma di una federazione democratica. TGM riteneva infatti che fosse terminato il periodo delle teocrazie, ed era giunto il momento di consolidare i regimi democratici basati su principi etici moderni.
Nel suo percorso verso l’indipendenza ceca, Masaryk lavorò per rendere visibile la causa ceca a livello internazionale. Nel 1915, lasciò l’Europa centrale per stabilire contatti diplomatici in Svizzera, Francia e Inghilterra, con il supporto di Edvard Beneš e Milan Rastislav Štefánik. In seguito, si trasferì in Russia per organizzare le legioni ceche e slovacche. Con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, Masaryk si recò in America, dove lanciò una campagna di persuasione tra i cechi e slovacchi americani, e lavorò per influenzare il presidente Woodrow Wilson, contribuendo a cambiare la sua posizione riguardo alla monarchia austro-ungarica.
Masaryk primo presidente della neonata Cecoslovacchia
Il 14 novembre 1918, in seguito alla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico alla fine della Prima guerra mondiale, la Cecoslovacchia fu ufficialmente riconosciuta come Stato indipendente, e Tomáš Garrigue Masaryk fu eletto suo primo presidente. Questo evento rappresentava il coronamento di anni di lavoro diplomatico, politico e intellettuale da parte di Masaryk, che, insieme a Edvard Beneš e Milan Rastislav Štefánik, aveva convinto le potenze occidentali della necessità di creare una nuova nazione. Il suo ruolo non fu solo quello di un leader simbolico, ma anche di un abile statista che guidò il Paese attraverso anni di grande incertezza e sfide complesse.
Durante la sua presidenza, Masaryk si trovò ad affrontare una serie di difficoltà interne ed esterne. Una delle prime sfide fu l’integrazione di popolazioni con diverse etnie e culture, in particolare la convivenza tra cechi, slovacchi e le minoranze tedesche, ungheresi e ucraine. Il sistema politico cecoslovacco, ispirato ai principi democratici occidentali, si fondava su un governo parlamentare che cercava di bilanciare queste differenze etniche e culturali. Masaryk, che credeva profondamente nei valori della democrazia e del liberalismo, fu abile nel gestire le tensioni, promuovendo una visione di unità e coesistenza.
Sul piano economico, il Paese dovette affrontare le difficoltà della ricostruzione postbellica e della modernizzazione. La Cecoslovacchia ereditava una parte significativa dell’industria austro-ungarica, ma il processo di integrazione delle varie componenti economiche non fu semplice. Masaryk sostenne politiche di sviluppo industriale e agricolo, cercando di bilanciare le necessità delle diverse regioni del Paese, con un’attenzione particolare alle problematiche sociali, che avevano sempre avuto un posto centrale nel suo pensiero. Alla fine degli anni Venti, il mondo dovette affrontare la Grande Depressione, che ebbe ripercussioni anche in Cecoslovacchia.
Non mancarono le sfide internazionali. Le tensioni con i vicini, in particolare con la Germania e l’Ungheria, furono costanti, specialmente a causa delle rivendicazioni territoriali. La Cecoslovacchia dovette anche confrontarsi con il crescente nazionalismo in Europa e, negli anni ’30, con l’ascesa del fascismo e del nazionalsocialismo. Masaryk comprese presto i rischi rappresentati dai regimi totalitari e cercò di mantenere la Cecoslovacchia come un baluardo di democrazia in un continente sempre più polarizzato.
Il suo approccio era improntato a un realismo politico, ma allo stesso tempo era guidato da un profondo senso morale. Masaryk si distingueva per la sua capacità di conciliare principi etici con le necessità pratiche della politica. Era noto per il suo motto, “Non temere e non rubare”, che rifletteva la sua visione di una leadership fondata sull’integrità personale e sulla giustizia. Questa integrità gli valse il rispetto non solo all’interno del Paese, ma anche sulla scena internazionale, dove veniva visto come un leader capace di mediare e costruire ponti.
Nel 1935, Masaryk decise di abdicare per motivi di salute, lasciando la presidenza nelle mani del suo fedele collaboratore Edvard Beneš. Nonostante l’abbandono della vita politica attiva, Masaryk rimase una figura di riferimento morale per la nazione. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nel castello di Lány, una residenza dove poteva ritirarsi in tranquillità, ma continuò a essere consultato su questioni di importanza nazionale.
La sua morte, avvenuta il 14 settembre 1937 per polmonite, segnò la fine di un’era per la Cecoslovacchia. Per milioni di cittadini cecoslovacchi, che seguirono con emozione le sue ultime ore via radio, Masaryk rappresentava non solo il fondatore della Repubblica, ma anche un simbolo di grandezza morale e integrità politica.
In definitiva, la figura di Masaryk, con tutte le sue luci e le poche ombre, rimane una pietra miliare della storia cecoslovacca, incarnando l’ideale di una leadership morale e democratica che ha resistito alle tempeste della storia. Solo il presidente Václav Havel, eletto nel 1989 dopo la rivoluzione di velluto, è in grado competere per popolarità e messaggio alle generazioni future.
Masaryk e la moglie Charlotte – un grande amore
Tomáš Masaryk e Charlotte Garrigue si conobbero nel 1877 a Lipsia, in Germania, mentre Masaryk stava completando i suoi studi. Il loro incontro fu immediatamente significativo, poiché entrambi condividevano una visione progressista della vita e una forte passione per le questioni sociali e intellettuali.
Si sposarono il 15 marzo 1878 a Brooklyn, New York, dopo un periodo di corrispondenza, e Charlotte cambiò ufficialmente il suo nome in Charlotte Garrigue Masaryková, unendo il cognome del marito al suo. Anche il marito Tomáš cambiò il proprio cognome, inserendo il quello della moglie, Garrigue. Si trattó di un gesto simbolico di rispetto e parità tra i coniugi, molto innovativo per l’epoca. Questo rifletteva anche i valori di uguaglianza e modernità che caratterizzavano il loro pensiero e la loro visione della società.
La coppia ebbe cinque figli, che contribuirono ulteriormente a rafforzare il legame familiare e l’equilibrio nella vita di Masaryk. Ricordiamo la primogenita Alice nata nel 1879, che di fatto ricoprì il ruolo di first lady e consigliera del padre negli anni della presidenza, e Jan Masaryk, nato nel 1866, che divenne uno statista e diplomatico di rilievo nella Cecoslovacchia postbellica e noto per la triste fine rappresentata da un suicidio, che tuttavia ha dei connotati di omicidio politico, proprio nei giorni successivi al colpo di stato che portò al potere i comunisti nel 1948. Nonostante il forte legame tra Masaryk e Charlotte, quest’ultima dovette affrontare gravi problemi di salute mentale negli ultimi anni della sua vita. A partire dai primi anni del XX secolo, Charlotte cominciò a manifestare sintomi di disturbi psichiatrici, probabilmente legati a depressione e a episodi psicotici. Questo rappresentò una sfida importante per la famiglia, ma Masaryk rimase sempre profondamente legato a lei e cercò di fornirle tutto il supporto possibile. La condizione di Charlotte peggiorò nel corso degli anni, influenzando anche la vita personale di Masaryk, che cercava di conciliare la cura della moglie con i suoi impegni politici. Charlotte morì nel 1923, lasciando un vuoto significativo nella vita di Masaryk, che la considerava non solo sua moglie, ma anche la sua più grande alleata.
Masaryk e l’Italia
Negli anni successivi alla fondazione della Cecoslovacchia, TGM compì diversi viaggi in Italia, soprattutto per motivi di salute. Il più significativo fu il suo soggiorno sull’isola di Capri nel 1921 e 1922, durante i quali cercò di riprendersi da una lunga malattia. Questo periodo rappresentò il primo viaggio all’estero prolungato del presidente dopo il suo ritorno in patria nel 1918. A causa delle sue condizioni fisiche, i medici consigliarono un soggiorno in un clima più mite, e fu scelta Capri, che Masaryk aveva già visitato nel 1913 con la figlia Alice, incontrando anche lo scrittore russo Maksim Gorkij.
TGM e Gorkij
Nel maggio 1921, Masaryk e il suo entourage si recarono a Capri in treno e nave, soggiornando a Villa Sirena, mentre nel 1922 si stabilirono nella più modesta Villa Discopoli. I suoi viaggi non erano semplici ritiri, ma combinavano relax e cura con doveri ufficiali: Masaryk continuava a gestire la corrispondenza politica e gli affari di Stato, rimanendo in costante contatto con l’Ufficio presidenziale a Praga grazie al telegrafo e a corrieri diplomatici. La sua assenza, che durava diversi mesi, era attentamente pianificata e discussa con il governo per evitare ripercussioni sulla politica interna.
Durante i soggiorni a Capri, Masaryk non si limitò a recuperare le energie, ma continuò a dedicarsi all’attività letteraria, iniziando a scrivere le sue memorie di guerra, “La rivoluzione mondiale”, nel 1922. Si dedicò anche alla vita sociale, ricevendo diplomatici, artisti e giornalisti, promuovendo così l’immagine della Cecoslovacchia all’estero. Masaryk, sempre attento a valorizzare il proprio Paese, regalava oggetti in vetro ceco a chi incontrava, dimostrando la sua capacità di coniugare interessi personali e promozione nazionale.
I viaggi a Capri rafforzarono il presidente cecoslovacco, che poté così affrontare con maggiore vigore i compiti gravosi della sua presidenza negli anni successivi. Al contempo, questi soggiorni stabilirono una tradizione per i futuri presidenti cecoslovacchi, che avrebbero seguito un modello simile per i loro viaggi privati.
Il legame tra Masaryk e l’Italia si consolidò ulteriormente durante questi soggiorni, mostrando un profondo rispetto per la cultura e il territorio italiani.
La storia della città di Praga, porta inevitabilmente a parlare delle defenestrazioni.
Defenestrare significa letteralmente lanciare dalla finestra, e secondo l´Academic Dictionary of Contemporary Czech, si tratta „del lancio di una o più persone, di solito di alto rango, da una finestra“.
La prima defenestrazione del 1419
La prima importante defenestrazione risale al 30 luglio 1419, quando circa una decina consiglieri comunali praghesi contrario ai riformisti hussiti, furono lanciati da questi dalle finestre del comune (Novoměstská radnice, in Karlovo Náměstí) dato che si rifiutavano di liberare alcuni prigionieri appartenenti al movimento riformista in questione.
La defenestrazione del luglio 1419 è generalmente considerata come inizio delle guerre hussite che si trascinarono per circa un ventennio. Portarono miseria, villaggi bruciati, chiese e monasteri saccheggiati, migliaia di morti e diedero al regno ceco la poco lusinghiera etichetta di terra di eretici.
Il movimento hussita aveva origine dalle prediche dell’eroe nazionale boemo Jan Hus, morto sul rogo come eretico nel 1415 per condanna della Chiesa cattolica, che si trascinarono per circa un ventennio. Portarono miseria, villaggi bruciati, chiese e monasteri saccheggiati, migliaia di morti e diedero al regno ceco la poco lusinghiera etichetta di terra di eretici. Jan Hus, in particolare, proponeva di riformare la Chiesa cattolica per un ritorno ai principi morali delle origini, e non volte a cumulare ricchezza e potere. In tal senso, i movimenti hussiti continuarono a propagare questi valori. In quel periodo, il padre spirituale fu Jan Želivský, che si contrapponeva alle idee dell’allora re di Boemia Venceslao IV.
Le Seconda Defenestrazione di Praga del 1483: Un Turbamento Religioso e Politico
Le tensioni religiose che agitavano la città di Praga nel XV secolo raggiunsero il loro apice con la Seconda Defenestrazione, un tragico evento che ebbe luogo il 24 settembre 1483 sotto il regno del re Vladislav Jagiellon. La lotta tra i cattolici, sostenitori del papato, e gli utocratici, che invece non accettavano l’autorità del Papa, si trasformò in una serie di disordini religiosi e politici, culminando in una rivolta che scosse profondamente la città.
Il contesto dell’epoca era già tumultuoso, con dispute ideologiche che permeavano la vita quotidiana. Quando la peste si abbatté su Praga, il re Vladislav Jagiellon lasciò la città, lasciando dietro di sé un vuoto di potere. La situazione si deteriorò rapidamente, e a settembre del 1483, l’atmosfera di scontento sfociò in una rivolta senza precedenti.
Le folle infuriate catturarono tutti e tre i municipi della città. Il Municipio Vecchio e il Municipio Nuovo divennero teatro di sanguinosi scontri, mentre la Città Piccola fu colpita da ondate di proteste. La violenza si estese anche ai monasteri, al Castello di Praga e a Vyšehrad, con il quartiere ebraico che, purtroppo, non fu risparmiato dalla furia delle folle.
Uno degli episodi più atroci della rivolta fu il cosiddetto “massacro dei conigli” e il lancio di persone, viventi e morte, dalle finestre della Città Nuova. Sebbene alcune fonti suggeriscano che questa orribile scena si sia svolta solo in determinate parti della città, altre raccontano che addirittura il sindaco volò fuori dalle finestre del Municipio della Città Vecchia.
Il caos e la violenza che insanguinarono Praga durante questa rivolta ebbero un impatto duraturo sulla comunità. Ci vollero due lunghi anni prima che la riconciliazione religiosa potesse finalmente emergere. La dichiarazione di uguaglianza delle due chiese avvenne solo nel 1485, durante la Dieta di Kutná Hora. Questo segnò un passo significativo verso la fine delle ostilità religiose, anche se le cicatrici della Seconda Defenestrazione di Praga avrebbero continuato a essere visibili nella memoria collettiva della città per generazioni a venire.
La terza defenestrazione del 1618
Le defenestrazioni del 1419 e del 1483 non furono dimenticate nei secoli successivi e fornirono un precedente storico significativo per le defenestrazioni del 1618. L’atmosfera di tensione e il desiderio di autonomia si intrecciarono attraverso le generazioni, creando un terreno fertile per l’ulteriore conflitto.
Per comprendere appieno le defenestrazioni di Praga, è essenziale immergersi nel contesto storico del periodo. Nel 1618, la Boemia era un territorio conteso all’interno del Sacro Romano Impero, e le tensioni religiose e politiche tra i cattolici e i protestanti erano crescenti.
Il 23 maggio 1618, un evento sconvolgente ebbe luogo al Castello di Praga. I governatori cattolici Jaroslav Bořita di Martinice e Vilém Slavata di Chlum e Košumberk con lo scriba Filip Fabricio volarono fuori dalle finestre defenestrati da una finestra del castello dai nobili boemi protestanti. Si dice che tutti e tre siano sopravvissuti alla caduta da un’altezza di circa diciassette metri solo perché sono atterrati su un pendio scosceso e su una discarica che si era creata sotto le finestre degli uffici grazie all’abitudine consolidata di gettare la spazzatura fuori dalle finestre. I due governatori furono salvati da un ulteriore linciaggio dalla signora Polissena di Lobkowicz, moglie del Cancelliere Supremo, nel Palazzo Lobkowicz.
Queste defenestrazioni sono spesso considerate il preludio della Guerra dei Trent’anni, un conflitto che coinvolse molte nazioni europee e durò dal 1618 al 1648. Questa guerra, caratterizzata da una complessa rete di alleanze e scontri religiosi, ebbe un impatto devastante sulla popolazione e sulla struttura politica dell’Europa. Praga e le terre boeme furono profondamente condizionate dalla Guerra dei Trent’anni, vedendo diversi conflitti e cambi di potere tra protestanti e cattolici, fino al celebre assedio degli Svedesi, protestanti, che portarono ulteriore distruzione e sofferenze alla popolazione. Praga inizió un declino economico e demografico ed a seguito del Trattato di Westfalia del 1648 fu costretta ad adattarsi ad un nuovo ordine geopolitico, finendo sotto l’influenza degli Asburgo per i successivi quasi trecento anni.
Il mistero della quarta defenestrazione
Risale al 1948 la morte del Ministro degli Esteri del Governo Jan Masaryk, figlio del primo Presidente della Cecoslovacchi Tomáš Garrigue Masaryk.
La morte del diplomatico e politico Jan Masaryk, è avvolta da mistero e controversie. Egli svolse un ruolo significativo nella politica cecoslovacca prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, pur avendo delle debolezze caratteriali che ne condizionarono l’azione.
La sua morte avvenne il 10 marzo 1948. La versione ufficiale riportava che Jan Masaryk morì precipitando dalla finestra del suo appartamento al Černínský Palác a Praga. Tuttavia, le circostanze della sua morte sollevarono dubbi e interrogativi sulla reale dinamica degli eventi.
La versione ufficiale, presentata dal regime comunista che era salito al potere in Cecoslovacchia nel febbraio 1948, dichiarava che Masaryk si era suicidato. Tuttavia, molte persone, sia a livello nazionale che internazionale, contestarono questa spiegazione. La sua morte avvenne poco dopo il colpo di Stato comunista del 1948, che portò alla formazione di un governo comunista a guida filo-sovietica.
Il contesto politico tumultuoso e il coinvolgimento di forze esterne, come l’Unione Sovietica, portarono molte persone a sospettare che la morte di Jan Masaryk potesse essere stata un omicidio politico mascherato da suicidio. Le indagini ufficiali della polizia sotto il regime comunista sostennero la tesi del suicidio, ma la verità rimase oggetto di dibattito per molti anni.
Dopo la caduta del regime comunista nel 1989, la questione della morte di Jan Masaryk fu nuovamente esaminata. Nel 2004, un’indagine è stata riaperta e, sulla base delle nuove prove e di una revisione delle circostanze, la Corte Suprema della Repubblica Ceca concluse che Jan Masaryk era stato vittima di omicidio. Tuttavia, nonostante la dichiarazione di omicidio, il mistero della sua morte persiste, e non è chiaro chi siano stati gli autori materiali dell’omicidio e quali fossero le loro motivazioni seppure é risaputo che Masaryk fosse contrario ai comunisti.
Ancora oggi, i coniugi Emil e Dana vengono ricordati come atleti primari del periodo a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso. In effetti vinsero numerose medaglie, stabilirono vari record mondiali e nazionali, dando lustro alla Cecoslovacchia del dopoguerra.
In particolare Emil Zatopek, vincendo medaglie olimpiche sia nelle gare di mezzofondo che di fondo, resta ancora oggi una figura mitica dello sport mondiale. Nel 2012 fu incluso nella IAAF Hall of Fame, della federazione internazionale dell´atletica leggera, nella quale attualmente rientrano solo 24 atleti.
Dana ed Emil
L´immagine di Dana è stata in parte messa in ombra da questi straordinari successi del marito, pur restando comunque un punto di riferimento del mondo atletico nazionale cecoslovacco per diversi decenni.
La loro storia è fatta di tante luci, e qualche ombra che per fortuna con il tempo sembrano sbiadirsi. D´altra parte, vissero negli anni della Cecoslovacchia comunista, e non poterono certamente restare chiusi in una bolla di vetro.
EMIL, LA LOCOMOTIVA UMANA e DANA, LA GIAVELlOTTISTA
Sia Emil che Dana, nacquero lo stesso giorno, il 19 settembre 2022. Si unirono in matrimonio nel 1948 dopo le olimpiadi di Londra.
Emil Zatopek nacque a Kopřivnice, in Moravia. Solo per caso, grazie al suo primo datore di lavoro Baťa, si avvicinò al mondo della corsa dimostrando fin dalla adolescenza un innato talento, ma anche una enorme forza di dedizione e passione che lo portò a trionfare in varie discipline olimpiche, tra il 1948 a Londra (oro nei 5 km ed argento nella 10 km) ed il 1952 a Helsinky (oro nei 5 km, nei 10 km e nella maratona), oltre a vincere diverse gare europee e nazionali. Probabilmente avrebbe potuto vincere ulteriori medaglie alle olimpiadi del ´56 di Melbourne se non avesse dovuto subire una operazione all´ernia qualche settimana prima dell´evento (giunse comunque sesto alla maratona).
Sviluppò un particolare metodo di allenamento all´avanguardia per il periodo, fatto di diverse ripetute alternate e di carichi di lavoro estenuanti. Il suo volto contratto dallo sforzo fisico e lo stile della corsa molto particolare, divennero famosi in tutto il mondo, e venne soprannominato “Emil il terribile” e “la locomotiva umana”.
Resta inoltre nella storia dell´atletica questa capacità di vincere in discipline diverse nella media e lunga distanza.
La moglie Dana Zátopková, originaria di Frýštat (paese nella provincia di Karvina situato nella regione della Slesia), fu campionessa olimpica nel 1952 nella disciplina di lancio del giavellotto e vinse gli europei del 1954 e del 1958. Alle olimpiadi di Roma, nel 1960, ottenne la medaglia d´argento.
La foto di Dana Zátopek
Successivamente, Dana dedicò i suoi anni ad allenare le giovani promesse non perdendo mai la passione per lo sport. Visse sempre accanto al marito senza avere figli. Viene ricordata come una donna molto forte, con proprie opinioni e metodi, senza peli sulla lingua. Il rapporto con Emil fu molto schietto e sincero.
Si narra che nel 1952, Ťopek (cosí veniva chiamato Emil dalla moglie) vinse i 5.000 metri, e poi a distanza di pochi minuti Dana vinse l´oro nel lancio del giavellotto. Il marito in conferenza stampa fece capire che con la sua vittoria aveva probabilmente inspirato la moglie. Dana rispose „Davvero? Va bene, vai a cercare di ispirare qualche altra ragazza e vedi se anche lei riesce a lanciare un giavellotto a cinquanta metri!”.
Helsingin olympialaisten naisten keihäänheiton voittaja Dana Zatopkova
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Tuttavia, se le qualità straordinarie degli atleti Zatopek non si possono certamente mettere in discussione, i Zatopek „cittadini“, che hanno vissuto durante il regime comunista, sono spesso fonte di riflessione e critica da parte degli storici.
Le seguenti considerazioni si basano prevalentemente sulla figura del marito Emil, ma occorre tenere conto che Dana restò sempre al suo fianco e pertanto probabilmente condivise le scelte del marito.
EMIL e LA POLITICA, NON SEMPRE UNA SCELTA DI COERENZA
Per farsi un´opinione, occorre calarsi nel contesto storico: senza dubbio, Emil Zatopek rappresentò una grande icona per il regime comunista, esprimeva la vita dello sportivo vincente, famoso in tutto il mondo e rappresentava un fiore all´occhiello a livello internazionale. D´altra parte, lo stesso Zatopek amava presentarsi pubblicamente, e non temeva di esprimere pubblicamente le proprie opinioni, senza particolari peli sulla lingua. Sono rimaste nella storia alcune sue affermazioni, che riportiamo in calce a questo articolo.
Visse l´apice della carriera sportiva negli anni dal 1948 al 1952 anni in cui il regime totalitario mostrò molti lati negativi ad iniziare dalle repressioni dei dissidenti e delle persone ritenute problematiche, passando per l´epurazione interna che portò a decretare la pena di morte per alcuni membri fondatori del regime, fino alla riforma monetaria che venne introdotta nel 1953 in Cecoslovacchia.
In questi anni, Zatopek, entro a far parte dell´esercito e aderì al partito comunista (tradizione di famiglia, dato che il padre ne era stato membro tra gli anni 20 e 30) e svolse fedelmente il ruolo che gli venne domandato dai gerarchi di partito, seppure non abbia celato alcune sue opinioni contrarie in difesa di alcuni atleti che lui conobbe e che il regime cercò di penalizzare e offuscare, forte – probabilmente – della sua pubblica immagina. Si dice che abbia espresso parere positivo alla condanna a morte di Milada Horakova e che rientrasse tra le persone catalogate come spie di regime nella polizia segreta STB, sotto lo pseudonimo di „Macek“.
Dopo aver terminato l´attività agonistica, nel 1956, continuò a svolgere una opera educativa incontrando scolari e studenti e promuovendo lo sport tra i giovani. Negli anni Sessanta, come dipendente del Ministero della Difesa, rientrò nel reparto che si occupava della preparazione fisica dei militari.
Con l´arrivo del 1968, Zatopek si schierò apertamente a favore delle riforme che la Primavera di Praga e il Governo Dubcek stava introducendo nella Cecoslovacchia. Sottoscrisse anche il manifesto pubblico denominato delle „2 mila parole“ a favore del riformismo, documento che poi successivamente venne definito controrivoluzionario.
In effetti, a partire dal 1969, durante il periodo c.d. della „normalizzazione“ nel quale il regime ristabilì i principi socialisti alla base dello Stato debellando qualsiasi velleità democratica, anche Zatopek fu oggetto di inchiesta, allontanato dall´esercito e assegnato a lavori geodetici di ricerca e scavo di pozzi per sei anni dato che nessuno voleva assumerlo. Furono indubbiamente anni duri per Emil: il regime lo stava cercando di portare nell´oblio collettivo, si narra avesse problemi con l´alcool e durante le settimane di duro lavoro, fu costretto a dormire in una c.d. „maringotka“ (caravan su ruote utilizzato dagli operai).
Zatopek in quegli anni rinnegò la sua adesione ai progetti riformistici ritenuti „rivoluzionari“ e pubblicamente dichiarò di ritirare la propria firma dal manifesto delle 2 mila parole che aveva sottoscritto assieme alla moglie.
Gradualmente fu riabilitato. Nel 1976 venne assunto presso il centro di documentazione dell’Unione cecoslovacca di educazione fisica, per tornare ad essere negli anni 80 il simbolo della Cecoslovacchia riconosciuto a livello internazionale. Nel 1984 approvò pubblicamente la decisione della Cecoslovacchia di non partecipare alle olimpiadi di Los Angeles.
Nonostante questi cambiamenti di opinione del Zatopek „uomo“, l´immagine dell´atleta e del mito che rappresentó non furono mai offuscati, ed ancora oggi vengono largamente riconosciuti.
Gli storici discutono spesso se Zatopek non abbia mai pensato ad emigrare, come fecero alcuni sportivi e artisti durante gli anni Settanta. Il regime probabilmente lo avrebbe anche sostenuto in questa scelta, ma in realtà, tutti convergono nel ritenere che Zatopek e la moglie non avrebbero mai lasciato la propria terra, alla quale erano profondamente legati.
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Un ultimo ricordo di Zatopek, riguarda la sua amicizia con l´italiano Carlo Capalbo, l´organizzatore della maratona di Praga e delle numerose gare podistiche in Repubblica Ceca, nonché fondatore del progetto RUN CZECH riconosciuto a livello internazionale.
Si incontrarono negli anni novanta per discutere appunto della maratona di Praga, ed una foto li ritrae assieme sorridenti.
Zatopek morì nel 2000, dopo una lunga malattia. La moglie Dana nel 2020, a 98 anni.
Nel 2021 è stato presentato il film ceco „Zátopek“.
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Le frasi celebri attribuite a Zatopek:
Non mi è stata data la possibilità di correre e sorridere allo stesso tempo
dovete sapere che non si tratta di ginnastica o di pattinaggio artistico
Se vuoi vincere qualcosa, corri 100 metri. Se vuoi fare un’esperienza, corri una maratona
Se non ce la fai, accelera
È la linea del dolore e della sofferenza che separa i ragazzi dagli uomini
Vincere è una grande cosa, ma l’amicizia è ancora meglio
Il 13 novembre 1988, Alexander Dubcek, ricevette la laurea ad honoris causa in Scienze politiche dall’Università di Bologna in occasione del IX centenario di nascita dell’Ateneo. Nei giorni seguenti il Comune di Bologna conferì allo stesso la cittadinanza onoraria.
Il busto di Dubček a Bologna, a villa Hercolani
Queste onorificenze rappresentarono la definitiva riabilitazione a livello internazionale del politico statista che rappresentò la Primavera di Praga nel 1968.
Alexander Dubček, agli occhi del mondo occidentale, ha sempre rappresentato la figura simbolo del sogno di riforma e democratizzazione del socialismo. Questo sogno fu brutalmente represso dall’invasione delle truppe del patto di Varsavia il 20 agosto 1968.
Spesso Dubček viene associato alla figura di Michail Gorbaciov, il premier sovietico che nella seconda metà degli anni 80 cercò tramite la perestrojka e la glasnost di riformare il sistema sovietico. In effetti Dubček ha espresso in varie interviste di allora la simpatia per il leader sovietico, rivedendo vari punti riformisti di cui si era fatto promotore un ventennio prima.
Come per Gorbaciov, tuttavia, l’immagine trasmessa dal leader Alexander Dubček verso i paesi c.d. occidentali, non ha un riscontro del tutto paritetico nella politica interna del paese di appartenenza, dove ancora oggi viene criticato per alcuni passaggi politici conseguenti all’invasione sovietica del 1968.
Questa critica, associata alla lontananza dalla politica attiva di oltre un ventennio, portarono ad escludere fin da subito la figura di Alexander Dubcek come presidente della neonata democratica Cecoslovacchia nel 1989, a scapito di Václav Havel – figura non collusa al precedente regime.
Václav Havel e Alexander Dubček
Ciò nonostante, comunque Dubček venne designato dal 1990 a capo del Parlamento Confederale, di fatto ricoprendo la seconda carica più importante a livello istituzionale fino al 1992, l’anno in cui morì a seguito di un incidente stradale sull’autostrada D1.
Di seguito proviamo ad analizzare alcune definizioni ed aspetti della figura politica di Alexander Dubček che talvolta capita di ascoltare ancora oggi.
Dubček – un vero comunista
Nato nel 1921 a Uhrovec, vicino alla città di Trenčin, nell’attuale Slovacchia, Alexander Dubcek, nei primissimi anni della propria vita seguì i propri genitori, di fede dichiarata comunista, in Unione Sovietica fino al 1938. Durante il secondo conflitto mondiale partecipò ai combattimenti e fu ferito in modo non grave.
Nel dopoguerra, divenne membro del partito Comunista Cecoslovacco e iniziò la propria carriera politica, studiando anche per un certo periodo a Mosca, fino a divenire il presidente del partito comunista cecoslovacco nel gennaio 1968 a sostituire l´uscente Antonin Novotný, visto come un conservatore anacronistico.
Presumibilmente l’idea di riforma del sistema è maturata in Dubček negli anni, avendo constatato come certi periodi storici sovietici fossero stati molto bui e poco vicini alle esigenze della gente. Per questo motivo, fu fermamente convinto nell´introdurre le riforme per cercare di realizzare il “socialismo dal volto umano”.
Il successo delle riformo introdotte molto rapidamente nei primi mesi del ´68 non fu solo di Dubček, ma dell’ala riformista dei comunisti cecoslovacchi che gradualmente presero il potere sostituendo i precedenti membri conservatori. Non si può tuttavia dimenticare, che tra gli stessi riformisti, vi furono anche persone che dopo l’invasione dell’agosto del 68, rinnegarono le riforme per riportare il paese alla normalità. Tra questi, il più celebre fu il futuro presidente del partito nonché´ presidente Cecoslovacco Gustav Husák, definito non a caso come un comunista pragmatico.
Alexander Dubček non ha mai rinnegato la sua fede politica comunista/socialista e dopo la rivoluzione di velluto del 1989, entrò a far parte del partito socialdemocratico.
2. Dubček – un ingenuo sognatore
Nella valutazione obbiettiva di questo personaggio, occorre tenere conto del fatto che la sua carriera politica ebbe origine nel secondo dopoguerra, negli anni in cui i comunisti presero il potere con metodi assai poco democratici, e consolidarono la propria posizione con epurazioni importanti dei possibili oppositori, nonché anche al proprio interno.
Dubček trovò spazio per fare carriera, e naturalmente affermarsi anche contro avversari politici di partito, avendo la meglio -non ultimo il menzionato segretario del partito comunista cecoslovacco uscente Novotny (nonché´ presidente cecoslovacco), che nei mesi successivi venne addirittura espulso dal partito.
Sempre con il sorriso sulle labbra, non conflittuale, amato dalla gente, Dubcek rappresentava agli occhi degli elettori del partito il giusto compromesso tra riformisti e conservatori. In realtà, da solo avrebbe potuto ben poco. Il suo avvento al potere all’interno del partito era accompagnato da vari riformisti, che prevalsero sull’ala conservatrice del partito ed avviarono importanti riforme.
In effetti, i riformisti proposero al comitato centrale del partito nell’aprile del 68 un manifesto politico che si basava su alcuni pilastri riformisti che proponevano
una propria strada al socialismo
maggiore potere agli organi statali
la libertà di parola
la riforma economica
la federalizzazione della Cecoslovacchia
Questo manifesto fu approvato e nelle settimane a seguire vi fu un forte fermento. Di fatto si introdusse la libertà di parola, si andò a revisionare la politica di partito degli anni Cinquanta evidenziando i gravi errori, si permise la nascita di organizzazioni politiche che sostavano la democrazia e la aggregazione tra le persone.
Forse Dubček fu ingenuo nel ritenere che Mosca e gli alleati del patto di Varsavia non intervenissero a seguito delle riforme introdotte. Nel corso del 68 vi furono diversi incontri e riunioni tra le parti, dove Dubček venne ripreso e invitato a ripristinare lo stato delle cose secondo le aspettative di Leonid Breznev e degli altri alleati. Non fu solo l’Unione Sovietica ad essere preoccupata di questo nuovo decorso, ma anche i paesi del patto di Varsavia – specie quelli limitrofi – che temevano che questo riformismo potesse prendere piede anche nei loro Stati.
Furono dati vari segnali a Dubček che la pazienza stava per terminare, non ultimo durante lo storico incontro dei primi di agosto del 68 a Čierna nad Tisou.
Avendo avviato le riforme, Dubček e tutti i riformisti si potrebbero essere trovati nella situazione di non avere idea di come annullare le concessioni democratiche. Probabilmente, loro stessi furono sorpresi dalla rapidità di intervento delle armate sovietiche e dei paesi del patto.
Con il senno del poi, furono ingenui nel non comprendere che l’invasione della Cecoslovacchia si stava preparando già da diversi mesi. Questo aspetto fu dimostrato dalla massiccia capacità di intervento e dall’immediata occupazione dei centri di potere da parte dei militari sovietici.
3. Dubček – un politico debole
Questa affermazione nasce certamente dalla situazione politica successiva all’invasione sovietica dell’agosto del 68, ed alle posizioni che Dubček ha assunto in determinate situazioni.
L’intelligenza politica di Mosca fu quella di non liquidare la figura di Dubček immediatamente, ma di lasciarlo comunque attivo in politica per un ulteriore anno, costringendolo ad attuare le misure di ripristino del regime, che poi portarono al successivo periodo denominato della “normalizzazione”.
Dubček, fino all’estate del 68 era al top delle preferenze politiche non solo di partito, ma del popolo cecoslovacco. Oltre ad introdurre delle riforme democratiche, si presentava al pubblico con il proprio sorriso e gli occhi socchiusi che sembravano sorridere. Si presentava “umano”, molto distante dagli uomini di partito a cui si era abituati. Questa sua immagine, di uomo del popolo, che amava incontrare la gente, era entrata nel cuore dei cecoslovacchi e non solo. Anche i media occidentali avevano notato questo personaggio.
Un primo piano di Alexander Dubček
Una rapida eliminazione di Dubček avrebbe potuto avere conseguenze rischiose creando ulteriori tensioni, e l’URSS si sarebbe trovata a dover affrontare critiche internazionali ancora più pesanti di quelle che già si trovava a fronteggiare. In vari momenti Mosca fece capire che era poco propensa a spargimenti di sangue oltre a quelli che già stavano avvenendo.
La capitolazione politica di Dubček é certamente da far risalire ad un anno dalla invasione dei carri armati, quando nell’agosto del 1969 sottoscrisse quello che ancora oggi è conosciuto come “Pendrekový zákon”, ossia la legge federale di alcuni provvedimenti transitori per la tutela dell´ordine pubblico, che di fatto fu la legge che consentì di imprigionare migliaia di manifestanti, di espellerli dalle attività lavorative, o dalle scuole e di limitare le organizzazioni civili.
Dubček stesso, in varie occasioni, anche a distanza di anni, ha reputato questo gesto come un errore politico imperdonabile e del quale ha sempre espresso un vivo rammarico.
Nei mesi precedenti, tuttavia, aveva dovuto assistere all’uscita indotta di molte figure chiave della Primavera di Praga, alcuni riformisti si dimisero volontariamente ed emigrarono, altri furono oggetto di una politica denigratoria volta a screditarli. Il Governo fu costretto a sottoscrivere un accordo di soggiorno temporaneo dei militari sovietici sul territorio cecoslovacco. Per le strade le proteste furono gradualmente sedate, spesso con violenza. La polizia segreta stava riprendendo forza e reintroducendo metodi totalitari nel controllo delle persone. A fine gennaio del 69, il mondo intero fu scosso dal gesto di un giovane studente universitario, Jan Palach, che si tolse la vita immolandosi. L’intera drammatica aggressione che stava opprimendo la Cecoslovacchia era racchiusa in quel drammatico gesto.
In questo contesto, Dubček, ricopriva ancora un ruolo politico attivo, pur senza particolari ambizioni, ma che logorava la sua popolarità. In fondo, non si era mai apertamente schierato contro l’invasore.
Potrebbe averlo fatto per senso di responsabilità, per evitare una guerra civile e ulteriori morti. Tuttavia, agli occhi della gente, emergeva la sua debolezza.
4. Dubček – il ventennio dell’oblio ed il ritorno
Il 24 settembre 1969 il direttivo del partito comunista decise la revoca di Dubček dalla funzione di presidente della assemblea federale e la nomina ad ambasciatore in Turchia, nomina poi ratificata a dicembre dello stesso anno dallo stesso presidente. Ad Ankara rimase solo un anno, per poi rientrare in patria, essere espulso dal partito comunista cecoslovacco ed infine essere riposto in funzioni secondarie di carattere regionale dove volutamente fu emarginato dalla vita sociale e politica (Nel 1970-1985 Dubček ha lavorato per le Foreste di Stato della Slovacchia occidentale a Bratislava Krasňany).
Pur rappresentando sempre un potenziale rischio, i servizi segreti Stb probabilmente non ebbero problemi nella gestione di Alexander Dubček in quanto non divenne mai apertamente un dissidente.
Il suo ritorno alla politica attiva risale al novembre del 1989, ai primi giorni della rivoluzione di velluto, dove fu acclamato dai manifestanti e invitato dallo stesso Havel. Tuttavia, come già detto in apertura, la candidatura a presidente dello stato cecoslovacco venne rapidamente esclusa a priori, ma gli fu assegnata la presidenza dell’assemblea federale della neonata democrazia, vista l’immagine pulita e molto apprezzata in Occidente. Questo incarico lo coprì fino alla morte, avvenuta nel settembre del 1992 a seguito di un incidente automobilistico sull’autostrada D1 tra Praga e Brno.
A seguito della dissoluzione dell´Impero Austro Ungarico alla conclusione della prima guerra mondiale, nel 1918 nacque la Repubblica Cecoslovacca, comprendente le regioni della Boemia, Moravia, Slesia Cechia, Slovacchia e Rutenia (in ceco „Podkarpatská rus“).
Si coronò il sogno di autonomia maturato nel corso del secolo precedente e la personalità maggiormente di spicco di questi anni fu certamente il primo presidente, Tomáš Garrigue Masaryk.
Nel 1918, la neonata Repubblica Cecoslovacca, si trovò tuttavia a gestire varie situazioni problematiche, non definite a priori sulla carta e sulle quali si aprirono varie discussioni in campo internazionale che perdurarono anche nel 1919.
Le nuovo frontiere furono contestate sia nelle provincie a maggioranza tedesca prevalentemente localizzate ai confini con la Germania e l’Austria – proteste portate avanti fino alla primavera del 1919 e che costarono la vita a decine di manifestanti – che nella zona denominata Slesia e della zona di Těšín, rivendicate dai polacchi. Anche la Slovacchia, nella parte meridionale, dovette fare i conti con una situazione di guerra con l’Ungheria, ed una etnia magiara importante presente sul proprio territorio.
Progressivamente, queste situazioni di tensione trovarono una pausa politica dopo la firma degli accordi di pace di Versailles nel 1919.
Tuttavia, le rivendicazioni nazionalistiche autonomiste continuarono sospinte anche dal clima internazionale che si delineò in Europa nel primo dopoguerra.
Per capire la multietnicità della Cecoslovacchia, nel 1930 la popolazione pari a 14,7 milioni di persone, era suddivisa come segue
Cechi e slovacchi 9,689 milioni
Tedeschi 3,232 milioni
Ruteni 549 mila
Ungheresi 692 mila
Ebrei 187 mila
Polacchi 82 mila
Altre etnie 50 mila
LE POPOLAZIONI GERMANICHE PRESENTI SUL TERRITORIO CECOSLOVACCO
Occorre premettere che le popolazioni di etnica germanica si iniziarono ad insediare nella zona dei Sudeti fin dal XIV secolo. A livello geografico, per Sudeti si intende la zona dell’altopiano che si trova nella Boemia settentrionale, e la divide dal Bassopiano Germanico. In realtà, nel linguaggio corrente, con il termine di Sudeti si considera tutta la zona a maggioranza germanica che si trova sul territorio Boemo e della Slesia al confine con la attuale Germania, la Polonia e l’Austria.
Presenza germanica nel territorio Ceco – Fonte wikipedia
I rapporti tra la popolazione boema e tedesca furono problematici fin dai decenni antecedenti la prima guerra mondiale, nonostante vari tentativi di trovare una soluzione ragionevole da parte dell’Impero Austro Ungarico, piuttosto liberale nel cercare di introdurre nel parlamento viennese i rappresentanti politici eletti nelle zone di etnia differente eletti democraticamente. Per una piena comprensione della tematica autonomista, dobbiamo tenere presente che nel secolo XIX le spinte nazionalistiche portarono alla nascita anche di nuovi stati (si pensi all’Italia, ad esempio), e di fatto crearono le basi per una guerra mondiale che ebbe anche come effetto la deflagrazione dell Impero Austro Ungarico che esisteva da quattro secoli.
La Cecoslovacchia, nel 1918, nacque effettivamente sulle ceneri dell’Impero Austro Ungarico, e sulla aspettativa delle nazioni vittoriose di punire le nazioni perdenti, in particolare quelle a lingua germanica. Pertanto, accanto ai debiti di guerra, volutamente si divisero le popolazioni di lingua tedesca in vari stati, al fine di impedire la nascita di un forte stato germanico, e limitiare una potenziale minaccia futura per tutte le nazioni europee.
La convivenza tra boemi e tedeschi, già problematica prima della guerra, divenne gradualmente insopportabile, spinta dalla politica nazionalsocialista della vicina Germania che ebbe inizio negli anni 20 del secolo scorso e che ispirarono vari politici di allora.
Negli anni 30, le zone dei Sudeti videro in particolare la vittoria elettorale di due partiti nazionalisti, che nel 1933 confluirono nel Sudetendeutsche Partei, apertamente schierato a partire dal 1937 accanto al Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, meglio conosciuto come Partito Nazista o Nazionalsocialista, guidato da Adolf Hitler.
Le pretese autonomiste dei tedeschi presenti nei Sudeti crebbero sempre più, con la crescente forza del partito nazionalsocialista di A. Hitler. Il leader del Sudetendeutsche Partei, Kondrad Henlein, nel 1938 arrivò a pretendere la assoluta autonomia dei territori dei Sudeti presentando tale proposta unilaterale al governo cecoslovacco. Tale richiesta fu rigettata, ma rappresentò il pretesto per la successiva annessione alla Germania nell’autunno dello stesso anno.
In effetti, il 12 settembre 1938 Hitler prese pubblicamente posizione in favore delle rivendicazioni di Henlein e ruppe ogni trattativa con il governo cecoslovacco. In Europa si cercò di raggiungere una soluzione politica a questa crisi sforzandosi di evitare un nuovo conflitto bellico. L’allora capo di governo britannico, Chamberlain, propose una conferenza dei capi di governo britannico, francese, tedesco e italiano, riunitasi poi a Monaco di Baviera, nella quale si acconsentì all’annessione della zona dei Sudeti alla Germania nazionalsocialista (da notare che a questa conferenza non furono invitati i rappresentanti politici cecoslovacchi).
L’accordo di Monaco viene ricordato ancora oggi come un tradimento da parte delle principali nazioni europee alla Cecoslovacchia. L’illusione di evitare un conflitto – che come sappiamo scoppió comunque nel giro di qulache mese – rese la Germania ancora piú forte militarmente e territorialmente. D’altra parte, l’opinione pubblica occidentale non desiderava una seconda guerra, e di questo i politici coinvolti dovettero tenerne conto (questo tipo di politica volta ad ottenere un accordo a tutti i costi, venne denominata appeasement e principalmente riguardó la Gran Bretagna).
Dal punto di vista strategico, l’annessione di questi territori era cruciale per la politica di Adolf Hitler in un’ottica di espansione territoriale che mirava a conquistare i territori slavi, possibilmente senza iniziare alcun conflitto con altre nazioni europee. La Cecoslovacchia, considerata vicina alla Gran Bretagna e soprattutto alla Francia, si trovava in effetti in una posizione strategica che avrebbe potuto indebolire la Germania. Con il senno del poi, la scelta di abbandono degli alleati rappresentó un errore geopolitico.
Sempre con il pretesto di proteggere le minoranze etniche tedesche, nel marzo 1939, Hitler completò il piano di smantellamento della Cecoslovacchia, occupando Praga, e creando il Protettorato Boemo e Moravo direttamente sotto la propria egemonia, mentre nella regione Slovacca fu instaurato un Governo fantoccio filotedesco. Il presidente cecoslovacco in carica, Edvard Beneš, lasció il paese per Londra e poi per gli Stati Uniti.
Accanto ai motivi geopolitici e militari, la Germania ebbe anche un interesse economico ad annettere rapidamente questi territori: la raccolta di manodopera a basso costo – i giovani slavi furono costretti ad andare a lavorare nelle fabbriche tedesche – e presa del possesso da parte del Terzo Reich di materie prime e fabbriche con tecnologia all’avanguardia sul territorio cecoslovacco indispensabili per armare ulteriormente la Germania. Ricordiamo che negli anni 30 la Cecoslovacchia era uno dei paesi all´avanguardia in Europa.
L’atteggiamento dei tedeschi nei confronti delle minoranze boeme non fu clemente: vi furono diversi arresti, molte persone furono costrette ad emigrare, ed in generale si sviluppò un clima di forte intolleranza nella zona dei Sudeti e della Boemia che continuò durante la seconda Guerra mondiale.
Questo duro atteggiamento, si rivoltò contro le etnie tedesche al termine della Seconda Guerra mondiale, facendole ritenere collaborazioniste del regime nazista e creando le premesse per l’esodo imposto negli anni successivi.
Si stima che 2,8 milioni di tedeschi, nel periodo dal 1945 al 1946, furono costretti ad abbandonare i territori della Boemia e della Moravia, rinunciando ad ogni avere.
Questa migrazione di massa vide anche diversi episodi violenti e di giustizia sommaria, che furono oggetto di una amnistia post conflitto e di fatto restarono impuniti. 1,6 milioni di tedeschi furono trasferiti nella Germania sotto il controllo americano, circa 800 mila tedeschi vennero destinati alla Germania sotto il controllo sovietico, ulteriori decine di migliaia lasciarono i territori della Slesia, ed altre migliaia di persone vennero internate nei campi di lavoro.
Strettamente legati a questa annosa questione, vengono spesso citati i decreti del presidente Beneš, ossia quei decreti presidenziali emanati nel periodo 1945-1947, che tra le altre cose sancirono la confisca dei beni e l’espulsione dei tedeschi dalla zona dei Sudeti. I decreti riguardarono anche l’espulsione della minoranza magiara presente nella regione slovacca.
Nel 1950, la popolazione della Cecoslovacchia scese a 8,896 milioni di abitanti (sia per l’esodo della popolazione tedesca, sia perché i territori Ruteni ad Est che furono annessi all’URSS), suddivisa nelle seguenti etnie:
Cechi e slovacchi 8,6 milioni
Tedeschi 160 mila
Ungheresi 13 mila
Polacchi 71 mila
Ucraini, Ruteni 19 mila
Altre etnie 31 mila
Un rapido confronto con i dati del 1930 presentati in precedenza, evidenzia gli effetti della Seconda Guerra Mondiale e degli esodi conseguenti.
Ancora oggi si aprono talvolta discussioni sul merito dei decreti di Beneš e su quanto avvenuto negli anni dopoguerra, a conferma del fatto che le ferite di una guerra riguardano anche le generazioni future. Il neoeletto presidente Václav Havel effettuò il primo viaggio in Germania nel febbraio 1990, e pubblicamente ammise l’ingiustizia di quanto accaduto nel secondo dopoguerra, creando le basi per un riavvicinamento tra i popoli.
Veder sparire quasi tutti i risparmi familiari di una vita in una sola notte, ritrovarsi a maneggiare nuovi tagli di denaro dal giorno successivo senza alcuna preparazione, non poter protestare nelle strade per questa ingiustizia… anche questo accadde nel dopoguerra cecoslovacco.
Scenari quasi impossibili da immaginare oggi, eppure accaddero davvero e la popolazione dovette adeguarsi per sopravvivere, forse memore dello grande spirito di adattamento avuto durante l’occupazione nazista.
Siamo nella Cecoslovacchia socialista nel pieno della crisi del dopoguerra, dopo che nel 1948 il regime comunista ha preso il sopravvento sui partiti democratici. Nel primo quinquennio della programmazione economica di partito si puntò molto all’industria pesante, tuttavia, l’economia stentava a ripartire e la popolazione aveva forti carenze di beni di prima necessità. Esisteva ancora un razionamento alimentare, continuavano ad essere utilizzate le carte annonarie, il mercato nero era molto diffuso con prezzi decisamente più elevati rispetto a quelli ufficiali, risultando di fatto fuori controllo.
Il debito statale era crescente, non solo per i debiti di guerra che continuavano a sussistere, ma anche per la notevole spesa pubblica che si stava sostenendo per la conversione dell’economia dal sistema capitalistico a quello socialista.
Nel maggio del 1953 si iniziarono a diffondere notizie su una possibile riforma monetaria che avrebbe portato a logorare i risparmi dei cittadini.
Per questo motivo, diversi negozi furono presi d´assalto con lunghe code, nel tentativo di spendere il „vecchio“ denaro, che a breve si sarebbe potuto svalutare.
Nemmeno l’intervento del presidente cecoslovacco Zapotocky, che assicurò la pubblica opinione che non sarebbe accaduto nulla pochi giorni della riforma, servì per placare gli animi. Le persone erano molto diffidenti, ed effettivamente non sbagliarono.
Il 30 maggio 1953, il Governo annunciò senza alcun preavviso l’introduzione della riforma monetaria a partire dal giorno successivo. Lo fece alle ore 17, dopo che i negozi, banche ed uffici erano già stati chiusi.
Retribuzioni, pensioni e prezzi furono ridotti d’ufficio nel rapporto 5 a 1 (ossia per 5 vecchie corone cecoslovacche, si otteneva una corona cecoslovacca nuova). La liquidità fino a 300 corone (lo stipendio medio si aggirava attorno alle 1.100 corone, giusto per avere idea del parametro) si poté cambiare secondo il rapporto 5 a 1, oltre questo ammontare, il rapporto passava per gradi fino ad arrivare al massimo di 50 a 1.
Sempre al cambio 50:1 fu destinato il denaro delle persone giuridiche che eccedeva le ultime retribuzioni saldate. Parimenti, furono di fatto annullati tutti i debiti di Stato ed altri strumenti finanziari emessi a partire dal 1945. I risparmi, le assicurazioni previdenziali e similari, furono cancellati definitivamente.
In macro-numeri, la liquidità totale disponibile sul mercato, fu mediamente cambiato secondo il rapporto 37:1. Il cambio della corona cecoslovacca fu ancorato al rublo russo, ritenuto molto più stabile.
La riforma monetaria fu presentata come una „vittoria del popolo lavoratore “, agli occhi di gran parte della pubblica opinione apparve tuttavia come un grande furto.
Il regime sancì il supporto delle milizie per mantenere l’ordine pubblico. Le proteste popolari furono prontamente stroncate con l’interventismo tipico delle forze di polizia. Pur essendoci un disaccordo diffuso, poche persone lo manifestarono apertamente. Prontamente furono imprigionate e malmenate.
Per effetto di questa riforma monetaria non annunciata e discussa in precedenza, il Fondo Monetario Internazionale arrivò ad espellere la Cecoslovacchia.
Questo fu l’ultimo passaggio che fece sparire definitivamente la borghesia imprenditrice, la fascia media tipica dei paesi capitalistici. L’intera nazione di fatto si impoverì, diverse fonti parlano di bancarotta dello Stato cecoslovacco.
Per riassumere quanto già scritto in precedenza tra le righe, la riforma monetaria del 1953 fu un passaggio indispensabile per portare l’economia ad un sistema socialista. I motivi principali furono:
Necessità di controllare la quantità di denaro sul mercato, per bloccare le spinte inflattive ed il mercato nero che aveva preso il sopravvento anche negli anni del dopoguerra. In generale, la paura degli economi comunisti, era che la gente utilizzasse i risparmi per acquistare i beni, anche di prima necessità, creando poi un grave problema sociale se tale merce, già scarseggiante, ad un tratto fosse sparita dal mercato.
Necessità di ridurre il debito statale. Una nota: non furono annullati i debiti internazionali, che comunque restavano in valuta, ma furono annullati i debiti interni.
Necessità di annientare definitivamente la media borghesia, che dal punto di vista politico rappresentava una spina nel fianco, viste le simpatie verso i sistemi capitalistici.
I risultati attesi furono raggiunti in maniera limitata.
il mercato nero – pur non essendo debellato del tutto – perse di importanza, tuttavia, la riforma monetaria non cancellò un innalzamento dei prezzi che continuò anche negli anni successivi, in particolare sui beni di prima necessità (in proporzione, si riusciva ad acquistare meno prodotto a parità di retribuzione confrontando gli anni antecedenti il 1953 e quelli successivi).
Il debito statale fu cancellato a discapito dei risparmiatori nazionali, tuttavia, da un punto di vista internazionale, la Cecoslovacchia perse di credibilità, spostandola sempre più sotto il baricentro sovietico.
La media borghesia imprenditoriale fu effettivamente debellata, oppure costretta a migrare, dall’altra parte, alcune figure di partito seppero approfittare di questa situazione per arricchirsi, e quindi creare le basi per l’oligarchia tipica dei regimi dittatoriali.
I politici comunisti si resero tuttavia conto che non potevano puntare solo su un’economia pesante ed industriale, ma dovevano spostare la produzione anche sui beni di consumo e soprattutto sui beni di prima necessità, per avere un sufficiente sostegno popolare. I piani quinquennali programmatici successivi non poterono fare a meno di tenere presente questi importanti aspetti.
Per gran parte dei cittadini cecoslovacchi, la giornata del 17.11.1989 non si caratterizzava per peculiarità diverse rispetto ai consueti venerdì: ci si apprestava al week end autunnale, alle spese correnti per la famiglia, al viaggio per andare alla chata e fare i lavori in giardino antecedenti l´inverno. Il tempo quel giorno era tipicamente autunnale, temperatura poco sopra lo zero durante il giorno, cielo plumbeo. Nell´aria c´era l´odore del carbone, la fonte primaria per il riscaldamento. Quanto inquinamento nell´aria, era visibile agli occhi di tutti un graduale degrado della situazione ambientale negli anni ottanta: non era possibile non scorgere le chiazze di olio e sporcizia sul fiume Vltava (Moldava, n.d.r.).Certamente, gli avvenimenti degli ultimi mesi, dove si era diffusa la notizia di aperture di confini in Ungheria, e soprattutto le vicende di pochi giorni prima di Berlino (al 9 novembre si fa risalire la caduta del muro), stimolavano vari pensieri nelle menti delle persone. Era anche risaputo che il movimento avviato da Gorbaciov, la perestrojka, per riammodernare l´URSS, stava dando risultati scadenti e i russi si erano certamente impoveriti, mancando addirittura beni di prima necessità.
La gerontocrazia ceca degli anni Settanta e Ottanta, inoltre, si era sempre piú distanziata dalla realtá e dai cittadini, portando il popolo ad una situazione di apatia se non antipatia verso la classe che pretendeva di essere dirigente.
Come in molti eventi storici, durante un certo periodo di cambiamento, non sempre si colgono immediatamente le conseguenze di certe situazioni, e le correlazioni, che solo in seguito, a mente fredda, si riescono a ristabilire spesso trovando un filo comune.
Le notizie che tuttavia arrivarono dai media occidentali e dal passaparola, fecero capire la portata degli incidenti che avvennero nella via Narodni nelle ore serali di quel 17 novembre. Inizialmente non era chiaro se c´erano state delle vittime (i media occidentali parlarono a lungo di uno studente deceduto a seguito degli scontri), ma certamente fu chiaro che le forze di polizia speciali attuarono una violenta repressione della manifestazione degli studenti
che aveva la sola finalità di ricordare gli studenti trucidati e le repressioni avviate dal regime nazista cinquanta anni prima. In quella piazza c´erano solo dei ragazzi, senza armi, per quale motivo si attuó una repressione brutale?Nelle ore a seguire, il silenzio imbarazzante dei media di stato, le condanne burocratiche piene di paroloni di regime e l´inizio, nei giorni successivi, degli scioperi a cui seguirono le manifestazioni, l´arrivo del partito democratico Občanský Forum e naturalmente del prossimo presidente Václav Havel, dissidente a tutti gli effetti fino a quei giorni di novembre.
Questa fu la prima notizia ufficiale degli eventi del 17 novembre, che fu trasmessa solo il giorno 24.11:ri
L´aria autunnale stava arrivando per ribaltare certi dogmi che parevano intoccabili, il cittadino normale assistette a questi eventi, facendosi trascinare dall´entusiasmo, ma anche continuando il suo quotidiano, fatto di lavoro, di preoccupazioni per la famiglia, di una birra tra amici – attori felici di un vento nuovo, ma saldamente con i piedi per terra per non perdersi in inutili illusioni e attese.
In fondo, il sarcasmo e la disillusione ceca, avevano consentito di preservare l´identità nazionale anche nei momenti più bui.L´organizzazione della manifestazione del 17.11.1989 venne fatta tramite un volantino i cui contenuti sono riportati in questa immagine dal titolo “prendete con voi un fiore ed una candela!”
Siamo nell’ottobre 1968, alle Olimpiadi che si svolgono in Messico. Věra Čáslavská, la ginnasta cecoslovacca migliore al mondo, finisce prima nella disciplina del corpo libero a pari merito con l´atleta dell’URSS Petrikovova.
Durante l’inno sovietico, Věra abbassa la testa per non guardare la bandiera sovietica.
Si trattò di un chiaro gesto di protesta, istintivo, che rimase nella storia, in quanto tutto il mondo capí cosa stava comunicando: lo sdegno per l’invasione dei paesi del Patto di Varsavia avvenuta il 20 agosto 1968, la fine del periodo di riforme denominato Primavera di Praga imposto con la forza.
Per la ginnasta, tuttavia, si decretò la fine della sua carriera internazionale, a soli 26 anni.
Rientrò in patria, ma i gerarchi di partito la misero subito da parte, non consentendole più di competere a livello internazionale. Věra Časlávská rimase tuttavia un simbolo importante per i cecoslovacchi, pertanto anche il regime stesso, non fu in grado di oscurarla davanti alla pubblica opinione. Le fu consentito di accedere all’insegnamento della ginnastica, nel tentativo di portarla gradualmente al dimenticatoio.
„Quando arrivarono i carri armati, non sapevamo se avremmo potuto partecipare all’olimpiade. Il tutto era discusso tra Praga e Mosca e le comunicazioni furono molto intense. A un certo punto pareva che saremmo rimasti a casa, ma alla fine hanno capito che se fosse stato così, sarebbe stata ancora più chiaro l’orrore dell’occupazione, cosa che invece non desideravano. Breznev ci ha fatti andare. Fu un errore, poiché in Messico li misi in scacco (in ceco „dávat na frak“).
Era la mia motivazione morale, in quanto l´occupazione ci ha messi tutti in ginocchio, tutto il popolo, e per questo ho messo tutta la forza per dimostrare che non ci arrendiamo.“
In realtà, Věra era già nell’occhio del mirino dei burocrati di partito. Aveva infatti sottoscritto il c.d. „Manifesto delle due mila parole“, una carta nella quale si domandava pubblicamente un progresso nella democrazia dell’allora Cecoslovacchia.
Věra Čáslavská, nacque a Praga il 3.5.1942. Nella sua carriera di ginnasta vinse 7 ori olimpici, 4 mondiali, 11 campionati europei. Terminata per imposizione la carriera sportiva, Věra si dedicó negli anni successivi all’insegnamento. A cavallo tra gli anni Settanta – Ottanta, le fu permesso di andare in Messico dove rimase a insegnare ginnastica per tre anni (in Messico era considerata un mito, visto quanto aveva dimostrato nel 1968). Rimase tuttavia sempre legata al suo paese, e non pensò mai di emigrare definitivamente. Dopo la rivoluzione di velluto del 1989, nel periodo dal 1990 al 1996 fu presidente del comitato olimpico cecoslovacco (divenuto poi dal ’93 comitato olimpico ceco) e nel periodo 1995-2001 fu anche membro del Comitato internazionale olimpico. Molto legata al presidente e drammaturgo Václav Havel – nel 1990 ne divenne consigliera – non ebbe una vita semplice anche dal punto di vista personale. Dal 1993 a seguito di alcune sfortunate vicende familiari, visse un periodo di forti depressioni che la costrinsero anche a vari ricoveri. Solo dopo sedici anni riuscì ad uscire dal tunnel della depressione ed a tornare attiva nella politica, sostenendo sempre le forze democratiche ceche. Morì nel 2016 a seguito di un tumore che le fu diagnosticato l’anno prima.
In occasione del weekend a cavallo del 27 e 28. ottobre si sono svolti importanti festeggiamenti per commemorare il centenario della nascita della Repubblica Cecoslovacca.
Pur non esistendo piú la Cecoslovacchia, a seguito della separazione tra Cechia e Slovacchia dal 1.1.1993, il 28 ottobre rappresenta una giornata di festa nazionale che in Repubblica Ceca si festeggia regolarmente. E´ curioso invece il fatto che in Slovacchia questa festa non venga osservata – in via eccezionale, quest´anno, la ricorrenza centenaria é stata fissata per il giorno 30 ottobre, che coincide con il giorno della dichiarazione di Martin (Martinská deklarace), dichiarazione in cui il popolo slovacco dichiaró la propria autonomia e indipendenza aderendo al nuovo stato cecoslovacco.
Gli eventi sono stati ovviamente numerosi. Ovunque si é ricordata la figura del primo presidente della repubblica, Tomáš Garrigue Masaryk. Masaryk, amato e riconosciuto ovunque, rappresenta – insieme a Václav Havel – la migliore espressione politica che il paese in cento anni abbia vissuto per i valori democratici e morali che ha saputo trasmettere alle future generazioni.
Praga é stata visitata dal presidente slovacco Kiska, dal premier slovacco Pellegrini, dal premier tedesco Merkel, dal presidente Macron. Accanto a questi nomi ecclatanti, sono state numerosissime le rappresentanze politiche degli stati europei e non solo.
Per l´occasione sono stati aperti al pubblico tutti i Ministeri e le istituzioni principali della cittá. Diversi concerti e spettacoli teatrali si sono tenuti per commemorare questi 100 anni.
Tra gli eventi mediatici piú interessanti, il videomapping trasmesso sul Museo Nazionale Ceco, in fondo a piazza San Venceslao dove in pochi minuti si ripercorre la storica cecoslovacca degli ultimi cento anni. Per l´occasione, il Museo nazionale é stato riaperto al pubblico dopo svariati anni di ristrutturazione. Si tratta di un gioiello ritrovato che domina la cittá di Praga. Un ulteriore video si trova al seguente link.
Praga, nel giorno di questa importante ricorrenza, ha vissuto anche la parata militare piú imponente degli ultimi trenta anni. I principali corpi militari hanno sfilato per la via Evropská a Praga 7, oltre ai mezzi tecnici ed a rappresentanzi militari di altri stati (tra cui l´Italia con il corpo dei bersaglieri).
Gli artisti musicali cechi hanno pubblicato la canzone con video “za 100 let” – tra 100 anni. In ogni angolo del paese si sono svolti eventi, rappresentazioni, spettacoli teatrali per questa ricorrenza.
Una curiositá, nel 1918, l´Italia fu il primo paese che riconobbe la Cecoslovacchia come stato autonomo a testimonianza delle ottime relazioni storiche esistenti tra i due paesi.