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Il grande furto nel nome del popolo lavoratore – la riforma monetaria del 1953 in Cecoslovacchia

Veder sparire quasi tutti i risparmi familiari di una vita in una sola notte, ritrovarsi a maneggiare nuovi tagli di denaro dal giorno successivo senza alcuna preparazione, non poter protestare nelle strade per questa ingiustizia… anche questo accadde nel dopoguerra cecoslovacco.

Scenari quasi impossibili da immaginare oggi, eppure accaddero davvero e la popolazione dovette adeguarsi per sopravvivere, forse memore dello grande spirito di adattamento avuto durante l’occupazione nazista.

Siamo nella Cecoslovacchia socialista nel pieno della crisi del dopoguerra, dopo che nel 1948 il regime comunista ha preso il sopravvento sui partiti democratici. Nel primo quinquennio della programmazione economica di partito si puntò molto all’industria pesante, tuttavia, l’economia stentava a ripartire e la popolazione aveva forti carenze di beni di prima necessità. Esisteva ancora un razionamento alimentare, continuavano ad essere utilizzate le carte annonarie, il mercato nero era molto diffuso con prezzi decisamente più elevati rispetto a quelli ufficiali, risultando di fatto fuori controllo.

Il debito statale era crescente, non solo per i debiti di guerra che continuavano a sussistere, ma anche per la notevole spesa pubblica che si stava sostenendo per la conversione dell’economia dal sistema capitalistico a quello socialista.

Nel maggio del 1953 si iniziarono a diffondere notizie su una possibile riforma monetaria che avrebbe portato a logorare i risparmi dei cittadini.

Per questo motivo, diversi negozi furono presi d´assalto con lunghe code, nel tentativo di spendere il „vecchio“ denaro, che a breve si sarebbe potuto svalutare.

Nemmeno l’intervento del presidente cecoslovacco Zapotocky, che assicurò la pubblica opinione che non sarebbe accaduto nulla pochi giorni della riforma, servì per placare gli animi. Le persone erano molto diffidenti, ed effettivamente non sbagliarono.

Il 30 maggio 1953, il Governo annunciò senza alcun preavviso l’introduzione della riforma monetaria a partire dal giorno successivo. Lo fece alle ore 17, dopo che i negozi, banche ed uffici erano già stati chiusi.

Retribuzioni, pensioni e prezzi furono ridotti d’ufficio nel rapporto 5 a 1 (ossia per 5 vecchie corone cecoslovacche, si otteneva una corona cecoslovacca nuova). La liquidità fino a 300 corone (lo stipendio medio si aggirava attorno alle 1.100 corone, giusto per avere idea del parametro) si poté cambiare secondo il rapporto 5 a 1, oltre questo ammontare, il rapporto passava per gradi fino ad arrivare al massimo di 50 a 1.

Sempre al cambio 50:1 fu destinato il denaro delle persone giuridiche che eccedeva le ultime retribuzioni saldate. Parimenti, furono di fatto annullati tutti i debiti di Stato ed altri strumenti finanziari emessi a partire dal 1945. I risparmi, le assicurazioni previdenziali e similari, furono cancellati definitivamente.

In macro-numeri, la liquidità totale disponibile sul mercato, fu mediamente cambiato secondo il rapporto 37:1. Il cambio della corona cecoslovacca fu ancorato al rublo russo, ritenuto molto più stabile.

La riforma monetaria fu presentata come una „vittoria del popolo lavoratore “, agli occhi di gran parte della pubblica opinione apparve tuttavia come un grande furto.

Il regime sancì il supporto delle milizie per mantenere l’ordine pubblico. Le proteste popolari furono prontamente stroncate con l’interventismo tipico delle forze di polizia. Pur essendoci un disaccordo diffuso, poche persone lo manifestarono apertamente. Prontamente furono imprigionate e malmenate.

Per effetto di questa riforma monetaria non annunciata e discussa in precedenza, il Fondo Monetario Internazionale arrivò ad espellere la Cecoslovacchia.

Questo fu l’ultimo passaggio che fece sparire definitivamente la borghesia imprenditrice, la fascia media tipica dei paesi capitalistici. L’intera nazione di fatto si impoverì, diverse fonti parlano di bancarotta dello Stato cecoslovacco.

Per riassumere quanto già scritto in precedenza tra le righe, la riforma monetaria del 1953 fu un passaggio indispensabile per portare l’economia ad un sistema socialista. I motivi principali furono:

  • Necessità di controllare la quantità di denaro sul mercato, per bloccare le spinte inflattive ed il mercato nero che aveva preso il sopravvento anche negli anni del dopoguerra. In generale, la paura degli economi comunisti, era che la gente utilizzasse i risparmi per acquistare i beni, anche di prima necessità, creando poi un grave problema sociale se tale merce, già scarseggiante, ad un tratto fosse sparita dal mercato.
  • Necessità di ridurre il debito statale. Una nota: non furono annullati i debiti internazionali, che comunque restavano in valuta, ma furono annullati i debiti interni.
  • Necessità di annientare definitivamente la media borghesia, che dal punto di vista politico rappresentava una spina nel fianco, viste le simpatie verso i sistemi capitalistici.

I risultati attesi furono raggiunti in maniera limitata.

il mercato nero – pur non essendo debellato del tutto – perse di importanza, tuttavia, la riforma monetaria non cancellò un innalzamento dei prezzi che continuò anche negli anni successivi, in particolare sui beni di prima necessità (in proporzione, si riusciva ad acquistare meno prodotto a parità di retribuzione confrontando gli anni antecedenti il 1953 e quelli successivi).

Il debito statale fu cancellato a discapito dei risparmiatori nazionali, tuttavia, da un punto di vista internazionale, la Cecoslovacchia perse di credibilità, spostandola sempre più sotto il baricentro sovietico.

La media borghesia imprenditoriale fu effettivamente debellata, oppure costretta a migrare, dall’altra parte, alcune figure di partito seppero approfittare di questa situazione per arricchirsi, e quindi creare le basi per l’oligarchia tipica dei regimi dittatoriali.

I politici comunisti si resero tuttavia conto che non potevano puntare solo su un’economia pesante ed industriale, ma dovevano spostare la produzione anche sui beni di consumo e soprattutto sui beni di prima necessità, per avere un sufficiente sostegno popolare. I piani quinquennali programmatici successivi non poterono fare a meno di tenere presente questi importanti aspetti.

Milada Horakova – una vita contro ogni totalitarismo

Tra le 234 vittime del regime comunista condannate alla pena di morte tra il 1948 ed il 1960, non si può non citare Milada Horáková, il simbolo di questa resistenza.

Milada Horákova fu una giurista e politica cecoslovacca, nata a Praga nel 1901, e giustiziata con la pena di morte nel 1950. Negli anni, anche a seguito della riabilitazione avvenuta nel 1990, divenne il simbolo della lotta ai soprusi ed alle ingiustizie dei regimi dittatoriali, nonostante le notevoli sofferenze fisiche e psicologiche che dovette affrontare nella sua vita.

Poco più che ventenne aderì al Partito socialista nazionale cecoslovacco, divenendo attivista nel campo dei diritti civili e dei diritti delle donne.

A seguito dell’occupazione del 1939, Milada divenne uno dei membri principali del movimento clandestino contrario alla occupazione tedesca. Imprigionata nel 1940 dalla Gestapo, venne dapprima condannata a morte, pena poi trasformata in ergastolo, e fu prigioniera in diverse carceri tedesche.

Terminata la guerra, riprese il suo importante ruolo politico nel 1945 occupandosi dell’assistenza ai rifugiati, ma nel 1948 si dimise dal parlamento a seguito della presa di potere del governo comunista, supportando le forze di opposizione e gli esilianti. Nel 1949 venne imprigionata dai servizi segreti e nel 1950 – dopo un processo farsa – fu condannata a morte per impiccagione.

A nulla valsero gli appelli internazionali anche di persone importanti per evitare la condanna di Milada Horakova che venne giustiziata il 27 giugno 1950.

In seguito, il 27 giugno venne designato dai cechi come Giornata della Memoria delle vittime del comunismo.

Il presidente Havel, nel 1990, le conferì in memoriam il più elevato grado di onorificenza, il titolo di primo grado dell´ordine di T.Garyk Masaryk.

Solo dopo la caduta del regime, nel 1990, vennero rese note le ultime lettere dal carcere di Milada alla famiglia, che oltre al saluto ai cari e amati famigliari, dimostrano la fermezza nei principi e la serenità nell’affrontare il suo triste destino, consapevole della sua coscienza cristallina.

“Sono umile e devota alla volontà di Dio. Ha ordinato questa prova per me, e io la supero con un desiderio: che io possa obbedire alle leggi di Dio e mantenere il mio nome con onore.

Non piangete! Non sospirate troppo! È meglio che una lenta morte. Il mio cuore non durerebbe a lungo senza libertà.

Gli uccelli si stanno già svegliando. Sta cominciando ad albeggiare. Andate nei prati e nei boschi. Vivete! Vivete!

Andate nel bosco di pini, guardate il bello e saremo insieme ovunque. Guardate le persone intorno a voi. Mi ritrovate in ognuno. Non sono disperata e impotente. Non sto giocando. È tutto così calmo in me perché ho pace nella mia coscienza.

La vostra, solo vostra Milada” (cit. https://www.totalita.cz/)

I giocattoli nella Cecoslovacchia comunista – anni 70/80

Forse per nostalgia, ispirato da un tweet e da alcune immagini accessibili sul web, ho provato a fare memoria di alcuni giocattoli tipici dell’era socialista e che mi sono rimasti impressi.

In effetti, avendo avuto la possibilità di vivere sia la realtà italiana – allora più occidentalizzata – e la realtà cecoslovacca, le mode in auge erano talvolta diverse, ed i sogni dei bambini, pur essendo simili, erano condizionati dal contesto in cui si viveva.

Sul mercato cecoslovacco, accedevano in via preferenziale i giocattoli prodotti nell’area di influenza sovietica, per cui era frequente anche ritrovare scritte in cirillico.

Erano in generale a buon mercato, ma l’offerta era limitata. Nei Tuzex – i negozi dedicati ai prodotti occidentali nei quali si poteva acquistare in valuta o tramite dei certificati denominati bony – si trovavano anche i giocattoli che venivano commercializzati in Italia (in primis le Barbie della Mattel ed i prodotti della Lego).1.

  1. Hockey

Considerato da molti come lo sport nazionale, visti anche i successi raccolti a livello internazionale dalla squadra cecoslovacca, – l’hockey su ghiaggio, aveva un chiaro riscontro anche nei giochi che tipicamente si regalavano nel periodo natalizio o per i compleanni. Penso che ogni bambino avesse la sua “hokejka” (il bastone – o mazza – per l’hockey su ghiaccio), i rigidi inverni conciliavano lunghe partite sia sul ghiaccio, sia sui piazzali dove non sempre si utilizzavano i pattini. La “hokejka” del portiere aveva la parte passa più larga, ma non consentiva l’agilità delle mazze più snelle per il gioco su tutto il campo.

Il “puk”, il disco in gomma vulcanizzata normalmente nero, era ovviamente un corredo indispensabile, così come anche i caschi ed i parastinchi.

Ogni bambino cecoslovacco aveva i suoi pattini, non solo per l’hockey, ma anche per il pattinaggio artistico e di velocità. Gli inverni allora erano molto più rigidi e gli stagni si ghiacciavano per diverse settimane nei mesi invernali. Naturalmente, poi esistevano le piste da pattinaggio ed i campi da hockey su ghiaccio.

Terminata la stagione invernale, l’hockey si trasformava poi in florbal, utilizzando la pallina e talvolta si utilizzavano anche i pattini a rotelle (successivamente anche i pattini in line).

Oltre agli attrezzi sportivi che erano il sogno di ogni bambino, esistevano giochi da tavolo dedicati all’hockey su ghiaccio. Alcuni era bellissimi, ed ancora oggi vengono commercializzati. Ricordo pomeriggi interi di sfide tra amici.

In Italia avevamo giochi simili legati allo sport nazionale italiano: il calcio. Oltre al calcio da tavolo, all’indimenticabile calcio balilla, negli anni Ottanta era molto diffuso il subbuteo.

In ogni caso, il gioco del calcio era comunque diffuso anche in Cecoslovacchia (nel ´76 la Cecoslovacchia vinse i campionati Europei) per cui sia il calcio da tavolo, che i palloni da calcio, che le scarpe con i tacchetti, erano anch’essi tipici regali per i bambini di allora.

2. Igráček

L’equivalente dei Playmobil fu molto popolare tra i bambini cecoslovacchi. Le professioni dei pupazzi rispecchiavano gli usi e costumi di allora: lo spazzacamino (“kominík”), il poliziotto della VB, l’infermiera, il cuoco, e così via.

Ancora oggi vengono prodotti e sono commercializzati, la loro produzione e diffusione rinacque qualche anno fa sulla spinta nostalgica degli anni che furono.

3. Le costruzioni meccaniche Merkur (stavabnice Merkur)

Credo che sia quasi impossibile trovare un bambino di quegli anni che non abbia avuto in regalo la costruzione meccanica Merkur. Ancora oggi questo marchio si trova nei negozi di giocattoli. In Italia avevamo un gioco del tutto analogo: il Meccano. Quanti futuri ingegneri sono nati su queste costruzioni!

4. Le bambole e le carrozzine

Mentre scrivo questo articolo, mi sto rendendo conto che non sono così ferrato su quello che preferivano le bambine, tuttavia, non sbaglio se menziono le bambole (prevalentemente sotto forma di neonati) e gli accessori relativi (le carrozzine, gli abiti, le loro camerette, gli attrezzi da cucina). Diverse famiglie cucivano artigianalmente gli abitini per le bambole.

Si trovavano anche svariati peluche, e nella seconda metà degli anni Ottanta si diffusero i Moncicci, che in Italia erano arrivati un paio di anni prima. Già allora, mi affascinava enormemente la talpa “Krtek”, personaggio dei cartoni animati ideato da Zdeněk Miler, che fu commercializzato anche in Italia.

5. I cubetti per le costruzioni „simil-lego“

Lego, il marchio ampiamente diffuso in occidente, giungeva in Cecoslovacchia solo nei Tuzex ed era considerato un prodotto esclusivo e pertanto anche caro. Localmente, tuttavia, si diffusero vari giocattoli che avevano lo stesso principio, cubetti colorati, con i quali costruire case.

Ho ricordi di questi „simil-lego“, dove si potevano incastrare anche le finestre e le porte. La qualità, tuttavia, era più scadente rispetto al classico lego, questo lo ricordo bene.

Una curiosità, Lego ha uno dei pochi stabilimenti esterni alla Danimarca, paese di origine, proprio in Repubblica Ceca nella città di Kladno.

6. Il paracadutista e gli aeroplani azionati ad elica

Il paracadutista scagliato con la fionda in alto, che atterra con il paracadute rappresentato da un sacchetto di plastica, veniva proposto in vari colori.

Diverse tipologie di aeroplani molto semplici nella costruzione, si basavano su un meccanismo ad elica ed elastico, e potevano volare per qualche secondo. Si trattava di un tipico regalo per bambini. Non ricordo che in Italia fossero così diffusi, per cui mi meravigliava sempre trovarli esposti nei negozi praghesi.

In generale, i giocattoli e libri legati al tema delle conquiste dello spazio, avevano una diffusione molto più grande in Cecoslovacchia, rispetto a quanto eravamo abituati in Italia.

7. I giocattoli in legno ed i giocattoli meccanici

La lavorazione del legno è sempre stata molto tradizionale in Cecoslovacchia. Pertanto, un tipico regalo era rappresentato dalle costruzioni in legno nelle più svariate forme.

Erano molto diffusi anche i giocattoli meccanici (automobili in latta a carica, camion, tram, autobus,  ….), ma il sogno di ogni bambino erano i c.d. „angličáky“, i modelli di auto occidentali, dove il marchio più ambito era certamente Matchbox.

Nei miei viaggi dall’Italia, specie in età preadolescenziale, acquistavo diversi modelli per i migliori amici e spesso diventavano oggetto di scambi.

Mentre in Italia si erano diffuse le auto telecomandate, quelle locali prevedevano sempre il filo elettrico. Nelle mie aspettative di bambino, il filo che doveva restare collegato, rappresentava un limite inaccettabile ed evidentemente i miei cari l’avevano notato: non ricevetti mai in dono questi giocattoli.

Le automobiline maggiormente diffuse in Cecoslovacchia erano le Skoda.

Un mito assoluto che occorre riconoscere ancora oggi, in quanto continua ad essere un must dei bambini dei giorni nostri che vivono in Repubblica Ceca ed anche in Slovacchia, sono i camion Tatra in plastica: resistenti, praticamente indistruttibili e compagni di ore e ore di giochi.

8. Il modellismo

Nei negozi cecoslovacchi degli anni 70- 80 erano molto diffusi i modellini di aerei, carrarmati, navi spaziali, che i bambini si potevano costruire pazientemente a casa. Tuttavia, ricordo la carenza di colori di qualità, per cui dall’Italia, mi venivano continuamente domandati i colori speciali per il modellismo, denominati Humbrol che in Cecoslovacchia erano merce rara.

Bambini e ragazzi, avevano la passione per i trenini elettrici e per le piste per le automobili da corsa. Esatamente come i coetanei italiani che avevano la Polistil e le piste Carrera, anche in Cecoslovacchia, il desiderio di ogni maschietto era avere la propria “autodráha”.

9. La koloběžka – il monopattino

Il monopattino era posseduto da tutti i bambini cecoslovacchi, ricordo bene il Natale in cui mi fu regalato. Si metteva in cantina, a volte succedeva che venissero rubati i modelli più nuovi.

In Italia non ricordo una tale passione per i monopattini. In Italia negli anni Settanta Ottanta avevamo il mito della bicicletta da cross, con varie personalizzazioni tra cui le selle allungate, le gomme da fuori strada e le marce. Non ricordo di averne mai vista una in Cecoslovacchia.

10. Il cubo di Rubik

Negli anni Ottanta, sia in Cecoslovacchia che in Italia si diffuse questo cubo magico ideato dall’ungherese Rubik. La diffusione fu pressoché contemporanea nei due paesi, questo perché essendo stato ideato in un paese dell’area del patto di Varsavia, non rappresentava un potenziale strumento di propaganda del mondo Occidentale.

11. I francobolli

Ricordo bene che quasi tutti i bambini e ragazzi collezionavano francobolli. Si acquistavano presso le tabaccherie in pacchetti che contenevano francobolli dei paesi dell’area socialista. Da piccolo io ero appassionato dei francobolli dedicati allo spazio” mi affascinavano i colori e queste immagini che spesso ritraevano date particolari. I francobolli cecoslovacchi, in generale, sono sempre stati molto belli e pregiati. Ancora oggi esistono molti collezionisti. In Italia, tra i ragazzini, questo hobby era molto meno diffuso.

12. I videogiochi

Come bambino cresciuto a cavallo tra gli anni 70/80, ho vissuto l’arrivo dei videogiochi con grande entusiasmo. In Cecoslovacchia, la diffusione fu molto più limitata, sia perché le consolle di videogiochi erano merce rara, ed inoltre avevano costi proibitivi. Nello stesso periodo trovarono diffusione anche i videogiochi tascabili. In Cecoslovacchia si diffusero i giochi tascabili prodotti in Unione Sovietica dal titolo “jen počkej zajíci” (in italiano “aspetta coniglio”) che vedevano come protagonista un lupo, impegnato in varie attività ludiche.

Si accettano suggerimenti per migliorare questo articolo!

Praga presenta la statua di Maria Teresa d’Asburgo in localitá Hradčany

In occasione dell’anniversario dei 280 anni di nomina a sovrano dell’impero austro-ungarico, il comune di Praga 6, ha inaugurato in questi giorni la statua imponente dedicata alla regina Maria Teresa d´Austria nell’omonimo parco.

Realizzata dall’artista Jan Kovařík in collaborazione con l’architetto Jan Proksa, la statua é realizzata in polimeri speciali, pesa 7 tonnellate ed é alta 5 metri e mezzo.

L’immagine stilizzata é stata volutamente concepita per trasmettere all’osservatore la forte presenza della regina, che influenzó in modo rilevante lo scenario politico economico sociale del millesettecento, introducendo riforme illuminanti a favore della popolazione. Alcuni sostengono che abbia la forma di una pedina della scacchiera. Anche questo concetto lascia ampi spazi di interpretazione per il ruolo svolto dalla sovrana nell´ambito della politica europea.

I fratelli Kotek del Czech Institute of Informatics, Robotics and Cybernetics (CIIRC CTU) hanno realizzato una visualizzazione in 3D molto riuscita, che é visualizzabile al seguente cliccando qui.

Praga ai tempi del Coronavirus

Si cammina come dei fantasmi, degli spiriti che nemmeno si vogliono guardare in faccia, ognuno assorto in un suo pensiero strano e incredulo – stammi lontano e non mi guardare – il respiro nella mascherina è pesante e affannoso.

A volte sembra che il tempo si sia fermato, al 12 marzo 2020, una beffarda storia di Kafka che si ripete continuamente e non trova fine.

Girando per le strade come un Hrabal senza birreria, in una delle sue frasi interminabili che girano e rimescolano, e ripartono dall’inizio.

Praga è surreale, in questo pomeriggio, che è sempre stato un giorno di festa, di turismo, di pomlázke e di uova colorate. Nulla di tutto questo, fatto salvo per i papaveri gialli in piazza San Venceslao.

Mentre le statue di Carlo IV e Jan Hus guardano il silenzio, dominato da San Venceslao sul cavallo, che nasconde la scritta „assieme ce la faremo“ sulla facciata appena ristrutturata del Museo nazionale, orgoglio di questa nazione e di questo popolo.

La piazza Staroměstské náměstí, con l’orologio astronomico di Mistr Hanuš, e la chiesa di Tyn sembra osservare il silenzio di tutte le attività commerciali inesorabilmente ferme e vuote – la via Pařižská che ricorda un post war dream.

Il ponte Carlo è vuoto, senza persona, sembrano appena passati gli Svedesi nella Guerra dei trent’anni, uno sguardo al Castello e alla cattedrale di San Vito dove sventola la bandiera ceca, la collina di Petřín si sta riempiendo di verde come ogni primavera, mentre dal lato opposto si vede una scritta “ce la faremo” sull´Hanavský pavilon, mentre dietro, il metronomo è fermo immobile sdraiato a sinistra… il tempo si è davvero fermato, quando riprenderà?

La Moldava mormora in sottofondo, l’atmosfera è cupa ed angosciante, grazie al cielo plumbeo di questa solitaria passeggiata che mi lascia tanto amaro in bocca e cupi pensieri praghesi.

Quando finirà tutto questo? E poi ci domanderemo … ma è potuto davvero succedere tutto questo?

Céčka – il fenomeno che travolse i teenagers cecoslovacchi negli anni Ottanta

Ricordo che nell’estate dei primi anni Ottanta, arrivato dall’Italia per trascorrere il periodo estivo dai nonni, ritrovai i coetanei cecoslovacchi travolti dalla mania dei céčka, le piccole lettere (inizialmente le C, ma poi si aggiunsero anche altre lettere) in plastica, di svariati colori, che si incastravano tra loro. Non potei che adattarmi al fenomeno, iniziando una spasmodica ricerca di questa merce che allora era rarissima.

La “montagna” di céčka – un must degli anni Ottanta

Concepiti ancora negli anni 60, come catenella alla moda da abbinare alle minigonne, dopo un periodo iniziale di insuccesso, divennero improvvisamente un fenomeno moda negli anni Ottanta.

Possedere i céčka, possederne tanti, addirittura catene di svariati metri che producevano un suono di plastica simile ad un fruscio, era diventato uno status symbol tra i teenagers. Divenne anche merce di scambio tra i ragazzi, ed alcune letterine e colori rari, avevano un valore ovviamente maggiore.

Le catene di céčka

Si trattò di un fenomeno che rimase limitato ad un breve periodo di un paio di anni ma paradossalmente, pur in presenza di una economia socialista, la mancanza di prodotto in presenza di una domanda elevata portò alla nascita di vari produttori artigianali

Lo stesso Michal David – cantante ancora oggi molto famoso – che inizió la carriera negli anni ´80, ha una delle sue hit denominata „Céčka“, canzone dalla musica e dal testo diretto, che raccontano della ricerca dei céčka di negozio in negozio, ma vanamente, nonostante la disponibilità di denaro – con lo scopo di rendere felice la ragazza.

La hit anni Ottanta “Céčka” del cantante ceco Michal David

Il video di Praga negli anni ´30 – Fitzpatrick / Czechoslovakia in Technicolor

Prendo spunto da una segnalazione su Facebook, per inserire questo splendido video degli anni ´30, che ci mostra una Praga a colori, piena di automobili, tram e persone.

Si tratta di un breve filmato realizzato da James A. FitzPatrick, che fu un noto produttore, scrittore, direttore e narratore noto negli USA dai primi anni ´30, come „The Voice of the Globe“ dal suo Fitzpatrick´s Traveltalks.

La Praga degli anni ´30

È davvero incredibile osservare Piazza San Venceslao piena di automobili e tram, il Ponte Carlo con i marciapiedi al lato e la strada per le auto, la chiesa di Tyn, il castello di Praga – soprattutto se si considera il fatto che nell’arco di breve tempo, la Seconda guerra mondiale avrebbe portato tanta tristezza e desolazione in una nazione, la Cecoslovacchia, che veniva annoverata tra quelle all´avanguardia nel mondo intero.

Ledro e Boemia – una straordinaria storia di fratellanza

La Valle di Ledro è oggi un luogo incantevole e ambita meta turistica in quanto si trova in prossimità della parte a nord del Garda, tra le alpi dolomitiche, in Trentino-Alto Adige. Agli albori della Prima guerra mondiale, questa valle aveva una posizione strategica al confine tra l’Impero Austroungarico e il Regno d’Italia. Nella primavera del 1915, quando l’Italia entrò in Guerra, tutto il Trentino si trasformò in un campo di battaglia.

La valle di Ledro in inverno

La popolazione civile fu spostata frettolosamente dalla prima linea, e in questo contesto nacque il connubio tra la valle di Ledro e la regione boema, ancora oggi ricordato come esempio di integrazione e accoglienza, in un periodo molto triste della storia europea.

Il 22 maggio 1915 oltre 11 mila civili originari di questa valle furono frettolosamente evacuati per decreto delle autorità con destinazione Boemia. Possiamo solo immaginare la disperazione e la rassegnazione di queste persone, che furono costrette a lasciare tutti i propri averi, le loro abitazioni, le proprie terre.

Numerosi racconti e testimonianze ricordano queste angosce, le difficoltà iniziali ad integrarsi con una popolazione, quella boema, di lingua completamente diversa, con usi, costumi e cibi diversi. Tuttavia, in breve tempo, l’umanità e la solidarietà tra le persone, ebbero il sopravvento e consentirono una convivenza serena di queste persone fino al termine del conflitto mondiale, avvenuto nel 1918.

I comuni della valle di Ledro hanno numerosi gemellaggi con i comuni cechi che furono interessati da questo esodo. Proprio i reciproci comuni interessati, hanno sottoscritto un accordo di collaborazione nel corso del 2008, che oltre a ripudiare la guerra, si propone di mantenere vivo il ricordo di quanto avvenne in quegli anni, esaltando lo spirito di accoglienza, rispetto reciproco, tolleranza e amore tra popoli che emersero da questo episodio. A tal fine, questo accordo, impegna i comuni aderenti ad un reciproco scambio culturale e istituzionale e sociale, volto a comprendersi reciprocamente e a rafforzare lo spirito di fratellanza europeo. Di seguito il recente video che ha interessato la cittá di Příbram ed i comuni del Ledro.

I comuni cechi interessati furono Buštehrad, Chynava, Doksy, Dřetovice, Nový Knin, Milin, Přibram, Ptice, Svárov, Železná,  Všeň e Stříbro. Nella Valle di Ledro, si ricordano vari comuni e le cittadine con le denominazioni che ricordano proprio questo episodio storico: Piazza Millin a Tiarno di Sopra, Via Vsen a Tiarno di Sotto, Via Chynava a Bezzecca, Piazza Novy Knin a Locca, la Casa delle Associazioni Bustehrad a Lenzumo, il Birrificio artigianale Leder, il l Parco Giochi Doksy e Via Pribam a Pieve di Ledro, per concludere con Via Ptice a Mezzolago.

Il legame storico tra il Trentino e la Boemia ha tuttavia origine ancora nel Medioevo. Nel 1337, il Principe Vescovo il Boemo Nicolò da Bruna (da Brno) chiese e ottenne da Re Giovanni di Boemia l’aquila fiammeggiante sullo scudo di san Venceslao come simbolo del Principato di Trento.

Due luoghi sono dedicati al Legionari cecoslovacchi: il sentiero loro dedicato tra Nago – Malga Zures e Doss Alto e il Sacrario militare di Castel Dante a Rovereto – legato al Museo della Guerra, che custodisce numerosi cimeli del periodo bellico – dove si trovano le salme di oltre 20.000 soldati appartenuti agli eserciti italiano, austro-ungarico e alla legione cecoslovacca.

Sempre ndella zona del Ledro, si segnala inoltre il monumento al legionario Alois Storch a Riva del Garda, la statua di San Venceslao e via Legionari cecoslovacchi ad Arco, il Monumento ai Legionari cecoslovacchi a Prabi di Arco, il Cippo a ricordo del Comune di Svarov e Ptice a valle San Felice e la targa commemorativa dei Legionari cecoslovacchi a Brentonico.

Fonti:

https://www.comune.ledro.tn.it/Territorio/Conoscere-Ledro/L-esodo-in-Boemia

Café Boheme – boemia valle di ledro 1915-1919 storia di un esodo e di unamicizia

https://www.gazzettadellevalli.it/attualita/valle-di-ledro-cartina-storica-trentino-repubblica-ceca-238711/

La privatizzazione delle imprese nazionali dopo il 1989 in Repubblica Ceca – i libretti coupon e altri sistemi di privatizzazione

Da qualche tempo mi ero ripromesso di studiare meglio la questione della privatizzazione delle imprese appartenenti allo Stato, che avvenne in Cecoslovacchia, poi solo in Repubblica Ceca, negli anni ´90, sia perché spesso avevo percepito da varie fonti che si fosse trattato di un grande raggiro che ha arricchito poche persone, sia perché non mi ero mai soffermato a fondo sui motivi che avevano portato a questo processo economico.

Definizione della kuponova privatizace

Punto di partenza, come spesso accade, è Wikipedia: la Kuponová privatizace (ovvero privatizzazione tramite cedole) rappresenta un metodo di privatizzazione in base al quale i cittadini di uno stato hanno la possibilità di acquistare a prezzi molto bassi, a volte anche gratuiti, dei libretti di voucher, tramite i quali sono poi possibile acquisire la proprietà di quote in imprese statali designate alla privatizzazione.

Il contesto politico, sociale ed economico dopo il 1989

I rapidi eventi che portarono alla dissoluzione del blocco sovietico non consentirono un graduale passaggio dall´economia a conduzione centralizzata statale a un’economia privata, e questo fu il principale problema dei politici coinvolti. Non esisteva una classe di cittadini con una capacità economica sufficiente a potersi misurare in un ambiente internazionale concorrenziale, le persone avevano mediamente scarse attitudini imprenditoriali, dall´altra parte lo Stato non era più in grado di farsi carico della programmazione economica del paese, era necessario ricorrere a stratagemmi anche radicali, volti alla privatizzazione delle imprese di Stato, stando attenti, dove possibile, di non svendere l´intero patrimonio a imprese straniere. Questi, i timori principali dei politici ed economi del periodo. Con il senno del poi, furono timori fondati, e come risaputo, in diversi casi, le strategie di privatizzazione, portarono al risultato opposto rispetto a quello atteso.

Le ondate di privatizzazione tramite cupon

Le basi per procedere a questa forma di privatizzazione, furono due nuove normativa varate giá nel 1990: la legge sulle società per azioni e fondi num. 104/1990 e la legge sulle attività imprenditoriali libere dei cittadini, legge n. 104/1990 (zákon o akciových společnostech a fondech (IPF) č. 104/1990 Sb. a zákon o soukromém podnikání občanů č. 104/1990 Sb).

La Kuponova privatizace fu concepita in Cecoslovacchia – e poi in seguito solo in Repubblica Ceca a dopo la scissione del 1993 della Repubblica Slovacca – da un gruppo di politici ed economi provenienti dall´Istituto di prognosi ČSAV, governato dal Ministero della Scienza. I principali fautori di questa procedura di privatizzazione furono Dušan Tříska,  Tomáš Ježek e Václav Klaus. Specie l´ultima figura, è da considerarsi uno dei principali politici che abbia governato nel ventennio successivo alla Rivoluzione di Velluto, ricoprendo il ruolo di Ministro delle Finanze, di Premier e di capo del partito ODS, divenendo anche Presidente della Repubblica per due mandati fino al 2013.

La prima ondata di privatizzazioni di questo tipo risale al 1992, nell´allora Cecoslovacchia stato federale, tramite la vendita dei libretti voucher, prezzo minimo d’investimento 1.000 corone ceche. Parteciparono complessivamente 8,5 milioni di cittadini cecoslovacchi e furono privatizzate 2.352 società, di cui 487 in Slovacchia. I voucher offerti rappresentavano 450 milioni di azioni, del valore di 1.000 corone cecoslovacche ciascuna. A questa prima collocazione, parteciparono 265 fondi privati di investimento cechi e 164 slovacchi.

Nel 1994, partì la seconda ondata di privatizzazioni per coupon, che interessò solo la Repubblica Ceca. Furono organizzati sei turni dal mese di marzo fino a dicembre cui aderirono 6,2 milioni di cittadini cechi. I fondi privati d’investimento che si presentarono furono ben 349.

Ogni cittadino adulto poteva acquistare un libretto di cupon del valore  35 corone ceche ed un bollo da 1.000 corone. Il libretto di cupon comprendeva 10 voucher da 100 punti. In questo modo, si diventava titolari di queste cedole d’investimento che potevano essere utilizzate per l´acquisto delle azioni nei vari turni, ai prezzi stabiliti dallo Stato.

Fu consentita l´entrata nella procedura di privatizzazione ai fondi d’investimento dal secondo turno, con un meccanismo di partecipazione particolare: se la domanda non superava l´offerta, allora le azioni venivano effettivamente trasferite ai nuovi acquirenti, se la domanda superava l´offerta, allora le azioni non venivano trasferite a nessuno degli offerenti, e venivano in automatico spostate al turno successivo. Qualora fossero restate azioni alla fine dei turni stabiliti, queste sarebbero state fatte passare (e, di fatto, lo furono) a favore del Fondo dei beni nazionali (Fond národního majetku).

Furono comunque collocazioni di successo, nella prima ondata, il 7,2% delle azioni offerte non fu collocata, nella seconda, il 3,7%.

Trovarono ampio spazio, come si può intuire dai numeri sopra riportai, i fondi d’investimento privati, tra cui è spesso menzionato l´Hardvarský investiční fond che prometteva lauti guadagni agli investitori e consentì al discusso imprenditore Viktor Kožený, il controllo di oltre 50 aziende privatizzate dal valore di decine di miliardi di corone.

Scavando nella storia dei miliardari cechi – tra cui anche il ceco più ricco secondo le statistiche Forbes, Petr Kellner, accanto alla figura di imprenditori di successo come Radovan Vítek e Pavel Tykač – si può facilmente capire che la loro ricchezza deriva in gran parte da queste operazioni di privatizzazione tramite cupon, che consentirono l´accumulo d’ingenti ricchezze in tempi rapidi.

Le critiche a questo sistema

E´ opinione diffusa, che i meccanismi legali di protezione previsti dalla normativa di allora, furono insufficienti e portarono a vari raggiri e frodi, fino ad arrivare addirittura al c.d. tunelovani, ossia lo svuotamento sistematico delle aziende per poi privarle di tutti i beni portanti. Si cita spesso la frase “krádež století”, che tradotta letteralmente vuol dire “furto del secolo”. Una delle principali critiche considera che nell´allora sistema giuridico, non si prevedeva la tutela degli azionisti di minoranza, per cui in svariati casi, molti azionisti si ritrovarono in mano con azioni che valevano in pratica zero poiché le imprese cui partecipavano, erano state completamente depredate.

La grande e la piccola privatizzazione

La privatizzazione tramite questo sistema di cupon, che rientra nella c.d. “velká privatizace” – grande privatizzazione – interessa solo una parte delle imprese statali.

Sempre nell´ambito della grande privatizzazione, rientrarono anche le vendite dirette a soggetti prescelti e interessati (procedura che interessò le aziende più performanti e concorrenziali sul mercato), le offerte pubbliche e la trasformazione delle imprese in società per azioni, per poi successiva collocazione.

Risale al 1991, e termina nel 1993, il primo procedimento di privatizzazione tramite aste, dove furono collocate 24 mila piccole attività, denominata “malá privatizace” – piccola privatizzazione, che interessò principalmente le attività legate ai servizi.

L´altro sistema utilizzato per privatizzare fu possibile tramite le c.d. restituzioni e la normativa correlata varata nel 1991: le restituzioni d’imprese e immobili ai legittimi proprietari o successori delle persone che nel dopoguerra si videro espropriare in virtù della nazionalizzazione imposta dal regime. Ancora oggi, sono di attualità le restituzioni alla Chiesa cattolica, per le quali la normativa fu varata solo nel 2012.

Le teorie cospiratorie della “rivoluzione di velluto cecoslovacca” del 1989

Capita spesso di sentire delle frasi, oppure dei post o degli articoli, che lasciano intendere che la Rivoluzione di Velluto Cecoslovacca, che ebbe inizio il 17.11.1989 e portò alla democratizzazione di un regime fino ad allora totalitario, fu frutto di una cospirazione programmata, di un complotto.

Quest’articolo ha lo scopo di riepilogare queste teorie, per quanto possibile di valutarne il fondamento minimo, ma soprattutto di dimostrare come queste teorie abbiano lo scopo di sminuire l´importanza di un evento storico che portò alla libertà di un popolo e pertanto sono decisamente quello che con i termini moderni di oggi viene definito come fake news.

Teoria cospiratoria 1 – Rivoluzione programmata a tavolino – La rivoluzione di velluto, viene definita di velluto in quanto non arrivò a scontri mortali, a carneficine e successivamente non ebbero luogo tribunali inquisitori volti a giudicare i membri dell´uscente apparato comunista. Proprio per questo motivo – recitano alcune teorie cospiratorie – è la dimostrazione che fu tutto programmato a tavolino.

Risposta alla teoria cospiratoria n. 1 – In realtá, la rivoluzione ha inizio con uno scontro molto violento nella via Narodni Třída di Praga, tra gli studenti e le forze dell´ordine che per l´occasione presentano anche milizie speciali appositamente addestrate. Il corteo studentesco fu circondato e gradualmente stretto nella morsa nella via chiusa. Fu solo fortuna che non vi furono morti o feriti gravi. Il sussegurisi degli eventi nei gironi successivi, ad iniziare dagli scioperi generali ed alle manifestazioni di piazza, cosí come le rapide dimissioni tra i membri politici e di partito, dimostrano che gli eventi non erano programmati a tavolino, ma furono il frutto di graduali accordi presi tra il Governo comunista ed i politici emergenti rientranti nel partito Občanský forům. Negli eventi di quel periodo, che interessarono anche gli altri paesi del Patto di Varsavia, fu decisivo il fatto che l´Unione Sovietica non fosse in grado di intervenire, evitando situazioni che si erano già verificate in precedenza nel 1956 (Ungheria), 1968 (Cecoslovacchia) e negli anni 80 in Polonia.

Teoria cospiratoria n. 2 – teoria di Miroslav Dolejš – il passaggio del regime fu programmato con largo anticipo, e gestito da alcuni figli di comunisti che hanno potuto studiare all´estero, dagli ebrei e da alcuni massoni. Vaclav Havel non fu che un burattino e Charta 77 non fu che una prima programmazione nell´intento di arrivare alla rivoluzione pilotata.

Risposta alla teoria cospiratoria n. 2Anche in questo caso, questa teoria non ha alcun fondamento.

Gli stessi gerarchi di partito furono sorpresi dagli eventi e dalla rapida caduta del regime. Certamente, era del tutto naturale che le persone istruite seppero approfittare delle opportunitá che la nuova situazione offriva, tuttavia, sostenere che vi fosse una cospirazione programmata a priori, é veramente poco improbabile. Come in tutte le situazioni, anche in altre parti del mondo, le cospirazioni sono frutto degli ebrei, considerati avidi e spregiudicati, e dai massoni. Gli ebrei, nella Cecoslovacchia comunista non ebbero vita facile e non é immaginabile che organizzassero la cospirazione a priori. La massoneria durante il periodo nazista prima, e poi quello comunista, non é potuta esistere in Cecoslovacchia, pertanto, non esisteva pressoché alcun punto di riferimento che potesse capeggiare queste trame.

E´ indubbio, infine, che coloro che hanno sottoscritto il documento Charta 77, siano stati oggetto di ritorsioni politiche e controlli degli organi di sorveglianza della polizia segreta, al punto che alcuni esponenti furono anche imprigionati ed altri emigrarono clandestinamente. Sostenere che Charta 77 rientrasse tra gli strumenti programmati per arrivare alla caduta del regime stesso, é un misero tentativo di sminuire il gesto eroico dei segnatari. Parimenti, la figura di Vaclav Havel, non fu una figura di burattino, ma rappresentò la persona scelta dal popolo e non da possibili cospiratori.

Teoria cospiratoria n. 3 – i servizi segreti cecoslovacchi (STB) organizzarono il cambio di regime, con il benestare della CIA americana.

Risposta alla teoria cospiratoria n. 3i servizi segreti cecoslovacchi (STB) furono sorpresi dal rapido susseguirsi degli eventi, al punto che é risaputo che molti documenti ritenuti compromettenti furono fatti sparire nel mese di dicembre 1989 e nei primi mesi del 90. Se avessero organizzato questo cambio di regime, avrebbero gestito la cosa molto piú tranquillamente, ed i documenti che sarebbero spariti sarebbero stati probabilmente molti di piú e soprattutto scelti per celare i nomi dei collaboratori – nomi che invece furono costretti a rendere pubblici negli anni a seguire e che tuttora sono accessibili.

Per quanto riguarda la CIA, la Cecoslovacchia é sempre stata un paese di confine e pertanto ancora oggi ritenuto strategico dai servizi segreti americani – e non solo – ma é altamente improbabile che potesse esistere una collaborazione con i servizi segreti cecoslovacchi su questo tema.