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Storia

Il febbraio che cambiò tutto (1948–1953)

Ai piedi della collina di Petřín, dove la via di Újezd costeggia il parco, sette figure di bronzo scendono una scalinata. Rappresentano la stessa persona, ripetuta sette volte, e ognuna è più consumata della precedente. Eppure, restano tutte in piedi. È il Pomník obětem komunismu (Monumento alle vittime del comunismo), opera dello scultore Olbram Zoubek e degli architetti Jan Kerel e Zdeněk Hölzel, inaugurato il 22 maggio 2002.

Le statue ritratte sono i MUKL (muži určení k likvidaci) – le persone destinate alla cancellazione – a cui ho dedicato uno specifico post.

Il monumento ai caduti del comunismo a Praga Smíchov

Lungo il bordo della scala corre una striscia di bronzo con alcuni numeri. 248 giustiziati. 4.500 morti in prigione. 327 uccisi mentre tentavano di attraversare il confine. E poi: 205.486 arrestati, 170.938 costretti all’esilio. Sono cifre che si leggono in pochi secondi, e proprio per questo conviene chiedersi come si arrivi a un conto del genere.

Riguardano l’intero quarantennio comunista. Ma i primi cinque anni, quelli di cui parla questo articolo, sono il momento in cui il sistema si instaura: una crisi di governo, un ministro caduto da una finestra, un processo recitato a memoria, un decreto sul denaro.

Febbraio 1948: la crisi di governo

Nel 1948 la Cecoslovacchia è una democrazia a metà. Dopo la guerra governa il Fronte Nazionale (Národní fronta), una coalizione di comunisti, nazional-socialisti, popolari, socialdemocratici e democratici slovacchi, guidata dal comunista Klement Gottwald. Il Partito comunista (KSČ) non è un partito marginale: gli iscritti passano, secondo le stime più citate, da circa 40.000 nel 1945 a 1,35 milioni nel 1948.

La crisi scoppia sulla gestione della polizia. Il ministro dell’Interno Václav Nosek, comunista, sostituisce i direttori di polizia non comunisti con uomini del partito. Il governo vota perché tornino ai loro posti. Nosek si rifiuta di eseguire la decisione.

Il 20 febbraio dodici ministri non comunisti — nazional-socialisti, popolari e democratici slovacchi — presentano le dimissioni. Probabilmente sperano di far cadere il governo. Se così era, il calcolo si rivela errato. I socialdemocratici restano al loro posto, i dimissionari sono una minoranza, il governo non cade. La palla passa al Presidente della Repubblica Edvard Beneš.

Quello che segue è una dimostrazione di forza. I comunisti mobilitano nelle fabbriche e nei ministeri i comitati di azione (akční výbory), le milizie sindacali armate scendono in strada, Gottwald minaccia lo sciopero generale. Il 25 febbraio Edvard Beneš, riluttante, accetta le dimissioni e nomina i nuovi ministri proposti dal partito. Gottwald parla di “sconfitta della reazione e vittoria del popolo lavoratore” (porážka reakce a vítězství pracujícího lidu). Il regime ne farà una ricorrenza con un nome da manuale di propaganda: il “Febbraio vittorioso” (Vítězný únor). Per la fragile democrazia postbellica, si trattò del requiem finale che apre le porte alla dittatura socialista che durerà quaranta anni.

10 marzo: una finestra a Palazzo Černín e la defenestrazione di Jan Masaryk

Due settimane dopo, nella notte tra il 9 e il 10 marzo, Jan Masaryk viene trovato morto nel cortile di Palazzo Černín (Černínský palác), la sede del ministero degli Esteri. Era il figlio del fondatore della Repubblica, ed era rimasto nel governo di Gottwald per fedeltà a Beneš. Il 10 marzo il governo rimaneggiato doveva presentarsi in Parlamento.

La versione ufficiale parla di una caduta dalla finestra del bagno del suo appartamento, e la prima inchiesta, avviata prima dell’autopsia e condotta in modo superficiale, conclude per il suicidio. Non fu trovata alcuna lettera d’addio. Le indagini successive sono un piccolo romanzo giudiziario: nel 1968–69 si parla di “disgrazia”, nel 1993–95 di “suicidio forzato”, nel gennaio 2004 l’ultima conclusione ufficiale è che Masaryk sia stato assassinato, da persone mai identificate. Nell’ottobre 2019 la procura ha riaperto il caso e il 2 settembre 2026 la polizia ha riesumato la salma nel cimitero di Lány per riesaminarla con metodi forensi moderni.

Questo evento rientra nelle celebri defenestrazioni praghesi a cui ho dedicato un post.

Palazzo Černin, sede del Ministero degli Esteri

Il resto del 1948 è l’amministrazione di ciò che è già avvenuto. Il 9 maggio il Parlamento approva la nuova Costituzione, che definisce il paese uno “stato democratico popolare”. Il 30 maggio si vota con un’unica lista del Fronte Nazionale, che ottiene l’89,2% dei voti. Beneš lascia la presidenza all’inizio di giugno dimettendosi e il 14 giugno gli succede Gottwald. Beneš morirà a settembre, logorato dalla malattia.

Quanto abbia pesato Mosca in quelle settimane è una questione che gli storici discutono ancora, ma indubbiamente l’avvicinamento avvenuto nel 1943 con la firma dell’accordo di collaborazione tra i due paesi firmato dallo stesso Beneš, ha giocato un ruolo importante.

Che la Cecoslovacchia entrasse nell’orbita sovietica per i quarant’anni successivi è invece fuori discussione. Dopo Monaco nel 1938 e il Protettorato nel 1939–45, a dieci anni da Monaco il paese cambiava ancora una volta orbita. Con una differenza amara: stavolta a gestire il passaggio erano dei cechi guidati dalla direzione sovietica.

Un processo scritto in anticipo

Milada Horáková era nata a Praga il 25 dicembre 1901 (ne ho già scritto in Milada Horáková – una vita contro ogni totalitarismo). Giurista, laureata alla Carolina, militante fin da giovane del partito nazional-socialista cecoslovacco, si era occupata di assistenza sociale e di diritti delle donne. Nel 1940 la Gestapo la arresta e la manda a Terezín. Nel 1944 un tribunale tedesco la condanna a una lunga pena detentiva (le fonti divergono sull’entità: otto anni, oppure una condanna a morte poi commutata in ergastolo). Dopo la guerra si occupa di assistenza ai profughi e torna in Parlamento. Nel febbraio 1948, quando i comunisti prendono il potere, si dimette in segno di protesta.

Viene arrestata nel settembre 1949 insieme ad altri esponenti politici, accusata di alto tradimento e spionaggio. Il processo si apre il 31 maggio 1950, sotto la supervisione di consiglieri sovietici. Gli imputati sono tredici.

Il dettaglio che mi sembra più rivelatore non è la sentenza, ma la regia. Le domande dei giudici e dei pubblici ministeri e le risposte degli imputati erano scritte in anticipo in un režijní kniha, un “libro di regia” come quello di uno spettacolo teatrale. La registrazione audio del processo andò in onda alla radio. Fuori dall’aula, una campagna orchestrata dal regime chiedeva la pena di morte. È un rituale più che un tribunale: il verdetto è la parte meno importante, perché conta soprattutto che il pubblico impari la parte.

L’8 giugno 1950 arrivano quattro condanne a morte: Milada Horáková, Záviš Kalandra, Jan Buchal e Oldřich Pecl. Intervengono Albert Einstein e Winston Churchill, tra gli altri. Horáková rifiuta di chiedere la grazia; la domanda viene presentata dal padre e dalla figlia, diciassettenne. Gottwald conferma la sentenza. Il 27 giugno 1950, all’alba, i quattro vengono impiccati nel cortile del carcere di Pankrác.

Nella cella della morte Horáková scrisse dieci lettere. L’ultima è delle 2:30 del giorno dell’esecuzione. Contiene una frase che tradurrei così: “Vado a testa alta: bisogna anche saper perdere” (Jdu s hlavou vztyčenou – musí se umět i prohrát). In un’altra c’è una riga più semplice, rivolta a chi resta: “Non piangete! Non sospirate troppo!”. Le lettere arrivarono alla figlia Jana circa quarant’anni dopo. Le ceneri non furono mai restituite alla famiglia, e ancora oggi non si sa dove si trovino. A Vyšehrad, il colle di Libuše e delle sue profezie, nel cimitero c’è una tomba simbolica.

Una donna condannata da un tribunale nazista e poi da uno comunista: due regimi, due aule, e in entrambe a processarla fu la sua attività politica. Le condanne furono annullate nel 1968, durante la Primavera di Praga. La riabilitazione completa arrivò solo dopo il 1989; nei primi anni Novanta le fu conferito l’Ordine di Tomáš Garrigue Masaryk dal presidente Václav Havel. Dal 2000 il 27 giugno è, in Repubblica Ceca, il giorno del ricordo delle vittime del regime comunista.

Occorre aggiungere che il periodo del terrore instaurato dal regime non riguardava solo i nemici di partito, ma fu anche una purga di alcune personalità di partito scomode. Tra queste merita una menzione certamente Rudolf Slánský, che fu giustiziato nel 1952, ma fino all’anno precedente era il vicepremier del governo comunista del premier Antonín Zápotocký. Le accuse furono di spionaggio, tradimento e sabotaggio oltre alle accuse di sostenitore del sionismo.

Questo periodo del terrore, con processi drammatici e numerose condanne, riguarda gli anni dal 1948 ai primi anni Sessanta, con l’amnistia del maggio 1960 come tappa importante per decretare la conclusione di questo complicato periodo.

Maggio 1953: il giorno in cui il denaro perse valore

Tre anni dopo la fine del processo, il regime si trova con un problema di soldi. Dopo cinque anni di gestione economica disastrosa il paese è fortemente indebitato e il razionamento di guerra è ancora in vigore. La soluzione è tanto brutale quanto semplice: cambiare la moneta.

La riforma monetaria (měnová reforma) arriva senza preavviso. Il presidente Antonín Zápotocký aveva assicurato pubblicamente che non ci sarebbe stata. Già a maggio girano voci, e i negozi vengono presi d’assalto da chi vuole spendere le vecchie corone. Poi, il 30 maggio, a negozi, banche e uffici ormai chiusi, il governo annuncia la riforma con effetto dal giorno dopo: alla radio parla il primo ministro Viliam Široký. L’ora esatta e perfino il giorno variano da fonte a fonte: io ho seguito il post che ho dedicato a questa riforma, che indica le 17 del 30 maggio. Le vecchie banconote restano valide solo fino alla fine del mese; le nuove, stampate in Unione Sovietica, le sostituiscono dal 1° giugno.

I tassi sono scritti in modo da colpire chi ha risparmiato. Stipendi, pensioni e prezzi si convertono d’ufficio a 5 a 1, quindi senza perdite apparenti. I contanti fino a 300 corone si cambiano pure a 5 a 1, ma lo stipendio medio è di circa 1.100 corone: 300 sono poco più di un quarto di una mensilità. Oltre quella soglia il rapporto peggiora fino a 50 a 1. Le fonti descrivono la scala in modi diversi: Radio Prague indica 50 a 1 per i contanti oltre le 300 corone e tre scaglioni per i depositi (5 a 1 fino a 5.000 corone, 25 a 1 fino a 50.000, 30 a 1 oltre); quel mio post parla di un rapporto crescente fino a 50 a 1, con un cambio medio di 37 a 1. Secondo Radio Prague i dirigenti di partito ottengono condizioni migliori. La nuova corona viene ancorata al rublo sovietico. A pagare di più è la piccola e media borghesia imprenditoriale, di fatto eliminata o spinta a emigrare.

Il regime presenta tutto questo come una “vittoria del popolo lavoratore”: la stessa formula con cui Gottwald aveva celebrato, cinque anni prima, il Febbraio vittorioso.

Dietro i numeri ci sono le persone. C’è la famiglia Havránková, che aveva messo da parte i soldi per comprare una casa, aveva già imballato i mobili ed era pronta a firmare il contratto: dopo la riforma ha in mano carta senza valore. Ci sono i pensionati che avevano messo da parte i soldi per il proprio funerale. Ci sono persone che, perso tutto, si tolgono la vita. Testimoni ricordano banconote abbandonate sul marciapiede davanti ai negozi e alle banche. Quanto in fretta una promessa di Stato possa trasformarsi nel suo contrario è, credo, la lezione più amara di questa storia.

Il 1° giugno a Pilsen gli operai della Škoda, in particolare dopo che la direzione ha anticipato le paghe di maggio svalutate di circa l’80%, scioperano e marciano verso il centro. Si parla di circa 20.000 persone. Assaltano il municipio, alzano barricate, distruggono i simboli del partito, tentano senza successo di prendere d’assalto il carcere di Bory. La risposta del regime è proporzionata alla paura: circa 8.000 poliziotti, 2.500 soldati e 80 carri armati, secondo le stime più citate. Gli arresti sono almeno 650.

Non fu solo Pilsen. Nei giorni successivi scioperarono diciannove grandi stabilimenti in Boemia e Moravia, fra cui Kladno e Ostrava, con circa 360.000 lavoratori coinvolti. L’8 giugno il governo revocò tutte le misure del 31 maggio tranne la riforma monetaria. La propaganda attribuì la rivolta ad agenti dell’imperialismo e mantenne questa versione fino al 1989.

Il regime però incassò il messaggio e sotto la pressione di Mosca e della piazza lanciò la cosiddetta “Nuova Linea”, più attenta al tenore di vita e gradualmente si allontana dalla politica del terrore instaurata negli anni precedenti. Tra l’autunno 1953 e l’autunno 1956 i prezzi al dettaglio furono ridotti sei volte. Tuttavia, il tenore di vita dei cittadini non migliorò sensibilmente, nonostante i piani quinquennali di partito che auspicavano un grande futuro.

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Turismo

Libuše: la principessa veggente che immaginò Praga

A Vyšehrad, c’è un gruppo scultoreo che quasi tutti i visitatori fotografano senza sapere bene chi ritragga: una donna in piedi, lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, e accanto a lei un uomo seduto, con l’aria un po’ spaesata di chi è stato appena strappato dai campi.

Sono Libuše e Přemysl l’Aratore, realizzate dallo scultore Myslbek, che oggi si trovano all´interno del parco, dopo essere state trasferite nel dopoguerra dal ponte Palacky , danneggiato dai bombardamenti durante la II. Guerra mondiale.

Secondo la leggenda, Libuše e Přemysl sono i fondatori della città di Praga e si narra diedero origine all’intera dinastia che avrebbe governato la Boemia per oltre quattro secoli.

Ne ho già accennato scrivendo dell’origine del nome della città di Praga, ma questa figura merita un capitolo a sé, non fosse altro perché è la prima leggenda che qualsiasi guida turistica racconta salendo a Vyšehrad.

Tre sorelle, tre doni

La fonte più antica che racconta la storia di Libuše è la Chronica Boemorum di Cosma di Praga, scritta attorno al 1120 d.C., quindi già a distanza di secoli dai fatti narrati, con tutta la libertà interpretativa che questo comporta. Secondo Cosma, il capostipite mitico delle tribù boeme, un certo Krok, ha tre figlie, ciascuna dotata di un talento particolare: Kazi, esperta di piante ed erbe curative; Teta, devota agli dei pagani fino al sacrificio; e la più giovane, Libuše, capace di giudizio saggio e dotata del dono della profezia.

Alla morte del padre, è Libuše a essere scelta come guida del popolo.

Non è un dettaglio banale per una leggenda di origine altomedievale attribuire il potere non al primogenito maschio ma alla figlia più capace. Le cronache la descrivono mentre amministra la giustizia seduta su un trono, dirimendo le controversie tra i sudditi con equità tale da essere ricordata, secoli dopo, come modello di governo saggio.

“Avete voluto un duca”: il matrimonio con Přemysl

Il potere di una donna sola, però, non basta a placare i malumori di una parte della popolazione, che chiede a Libuše di prendere marito. Lei acconsente, ma a modo suo: racconta di una visione in cui il proprio cavallo, lasciato libero, avrebbe condotto gli inviati fino al futuro sposo: un uomo che, secondo la leggenda, gli emissari avrebbero trovato intento ad arare un campo nei pressi del villaggio di Stadice, con un bue azzoppato o, in alcune varianti, con un sandalo rotto.

L’uomo si chiama Přemysl (in ceco questo nome porta l´etimologia di “colui che riflette”) ed è un contadino libero, non un nobile. Prima di seguire i messaggeri a Vyšehrad, secondo la leggenda pianta nel terreno il proprio bastone di legno di nocciolo, che avrebbe messo radici, e porta con sé le proprie ciocie (calzature medievali, n.d.r.) di corteccia di tiglio, conservate per ricordare ai discendenti le origini umili della famiglia.2

Sposando Přemysl, Libuše avrebbe pronunciato (secondo la tradizione riportata dal cronista Dalimil nel XIV secolo) un monito che i cechi ripetono ancora oggi come proverbio: “Avanti, sceglietevi un duca, ma fatelo con saggezza, perché è facile mettere un uomo sul trono, difficile poi liberarsene.” Un avvertimento che, considerata la storia successiva della Boemia fatta di occupazioni, dinastie straniere, regimi imposti dall’esterno, suona quasi profetico più della celebre visione sulla fondazione di Praga.

La profezia di Praga

È sempre a Libuše che la tradizione attribuisce la profezia della nascita di Praga: la visione di una città la cui “gloria toccherà le stelle”, nata nel punto in cui un uomo stava costruendo la soglia (práh) di una casa. Ho già raccontato questa storia e le diverse teorie etimologiche legate al nome della città, in un post dedicato. Qui mi limito a ricordare che è proprio a questa profezia che si deve il nome più diffuso della capitale ceca, e che il luogo da cui Libuše avrebbe avuto la visione, secondo le leggende più tarde, è situato a Vyšehrad.

Dopo Libuše: la guerra delle fanciulle

C’è un capitolo meno noto della leggenda, che raramente viene raccontato ai turisti ma che vale la pena menzionare. Alla morte di Libuše, secondo Cosma di Praga, scoppia una rivolta guidata da una donna di nome Vlasta, un tempo compagna della principessa, che rifiuta di sottomettersi al governo maschile di Přemysl rimasto vedovo. Vlasta raduna un esercito di sole donne, fortifica un proprio castello chiamato Děvín (“il castello delle fanciulle”, significativamente situato secondo la tradizione proprio di fronte a Vyšehrad, sulla sponda opposta della Moldava), e scatena quella che le cronache chiamano dívčí válka — la “guerra delle fanciulle”.

L’episodio più celebre di questa guerra leggendaria è quello di Šárka, luogotenente di Vlasta, che si finge prigioniera legata a un albero per attirare in trappola un gruppo di guerrieri guidati da Ctirad: convinti a liberarla e a bere con lei dell’idromele drogato, i soldati vengono massacrati nel sonno dalle donne nascoste nei boschi. È una storia cupa, quasi una controparte oscura della saggezza pacifica di Libuše, e non stupisce che sia stata ripresa nell’Ottocento romantico ceco come soggetto operistico e pittorico, insieme naturalmente alla stessa figura di Libuše.

Libuše oggi: dal Risorgimento nazionale a Vyšehrad

Se oggi Libuše è così presente nell’immaginario praghese con statue, nomi di vie e persino una pianura sul pianeta Venere che porta il suo nome, il merito è in larga parte del národní obrození, il risveglio nazionale ottocentesco. È in quel clima che il noto compositore ceco Bedřich Smetana compone l’opera Libuše, scelta non a caso per inaugurare il Teatro Nazionale di Praga nel 1881: raccontare le origini leggendarie della nazione, in un momento in cui i cechi stavano ricostruendo la propria identità culturale sotto il dominio asburgico, era un atto politico oltre che artistico.

Oggi chi sale a Vyšehrad, un luogo che consiglio sempre a chi visita Praga, meno affollato del Castello ma altrettanto suggestivo specie durante la bella stagione, con il panorama sulla Moldava e il cimitero monumentale dove riposano Smetana e Dvořák, passa quasi sempre accanto a questa statua senza sapere che sta guardando l’immagine di una leggenda costruita non nell’VIII secolo in cui la storia è ambientata, ma nel XII secolo di Cosma di Praga, e poi rimodellata ancora nell’Ottocento per dare a una nazione senza indipendenza politica qualcosa che nessun impero poteva togliere: un’origine tutta propria, raccontata da una donna saggia che aveva visto, prima di chiunque altro, la grandezza di una città che ancora non esisteva. È un buon punto da cui far partire la storia vera e documentata della Boemia: quella che, con la Grande Moravia e con Cirillo e Metodio, di cui ho già scritto nel post dedicato, comincia a lasciare le prime tracce scritte certe.

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Turismo

Lednice e Valtice: tra i luoghi più belli della Repubblica Ceca

Quando si pensa alla Repubblica Ceca vengono subito in mente Praga, il Ponte Carlo o Český Krumlov. È però risaputo che la Repubblica Ceca è costellata di castelli: alcuni sono in rovina, mentre altri sono veri e propri gioielli.

Tra questi, il complesso di Lednice e Valtice, nella Moravia meridionale, vicino ai confini con la Slovacchia e l’Austria, stupisce per la bellezza, la conservazione e la storia.

Un paesaggio sotto tutela UNESCO

L’intero Paesaggio culturale di Lednice-Valtice (Lednicko-valtický areál) é un vasto territorio di oltre 280 chilometri quadrati che include sia il castello di Lednice che quello di Valtice, oltre a parchi, boschi e numerosi padiglioni storici. In questa zona, il clima favorevole favorisce la coltivazione di alcuni vini bianchi e rossi storicamente presente da secoli.

I due castelli sono una eredità storica creata dalla famiglia Lichtenstein nei secoli scorsi. Non si tratta soltanto di edifici storici, ma di un’immensa opera di ingegneria paesaggistica dove castelli, boschi, laghi, vigneti, templi, padiglioni e lunghi viali alberati formano un unico capolavoro.

Lednice: una favola in stile inglese

Il Castello di Lednice impressiona per la bellezza artistica del contesto. Era la residenza estiva di questa importante famiglia aristocratica europea, il gioiello di famiglia dove ospitare gli amici nobili e politici dell’epoca.

L’attuale aspetto neogotico ricorda le grandi residenze nobiliari inglesi, con torrette, decorazioni raffinate e una spettacolare scalinata in legno intagliato che da sola vale la visita. La boiserie in legno del XIX secolo stupisce per la magnificenza.

Ma lo spettacolo è anche all’esterno.

Il parco è immenso e può essere visitato a piedi, in bicicletta oppure navigando lentamente sui canali che attraversano il giardino. Durante il periodo estivo si svolgono varie iniziative e programmi culturali in diverse zone dell’areale. Nel parco si trova un autentico minareto alto circa 60 metri. Costruito all’inizio dell’Ottocento, è uno dei più alti al mondo al di fuori dei Paesi islamici e offre una vista spettacolare sull’intero paesaggio.

Tuttavia, il minareto non è la sola particolaritá: le costruzioni sono diverse, i laghetti creati sono numerosi, la vegetazione è variegata. Un intero mondo da scoprire.

Valtice: il castello del vino

A soli dieci minuti d’auto si raggiunge la cittadina di Valtice.

L’atmosfera cambia completamente rispetto a Lednice.

Qui domina un elegante castello barocco, antica residenza principale dei Principi del Liechtenstein, circondato da vigneti. L’impressione é quella di una classica cittadina feudale, con il castello sopraelevato, la chiesa imponente nelle vicinanze, e le residenze circostanti del personale che lavorava per la famiglia dei feudatari.

Valtice è considerata la capitale del vino ceco. All’interno del castello si trova infatti il Salone Nazionale dei Vini della Repubblica Ceca, dove ogni anno vengono selezionati i cento migliori vini del Paese. Per chi ama l’enoturismo è una tappa imperdibile. Peraltro, sotto al castello, si trovano le cantine storiche lunghe circa un chilometro, dove si lasciava maturare il vino nelle botti. Queste cantine sono ancora oggi in uso e sono visitabili con guida locale.

La disputa per la restituzione

Questi castelli e gli areali connessi appartengono oggi allo stato Ceco. Tuttavia, sono oggetto di una lunga disputa legale che la famiglia Lichtenstein conduce in varie sedi internazionali per vedere restituiti questi beni sequestrati nel secondo dopoguerra nel 1945, attraverso i decreti dell’allora Presidente Edvard Beneš.

Questa vicenda rientra nella complessa questione che ha interessato i Sudeti, ossia le zone con presenza germanica, alla quale ho dedicato un articolo specifico e che rappresenta un tema sempre piuttosto vivo nella storia del XX secolo del Cechia. Il fatto che questa contesa duri da molti decenni, evidenzia la complessità del tema.

Consigli per la visita

Consiglio di dedicare almeno un’intera giornata, ma forse l’ideale è passarci almeno un paio di giorni.

Ecco un possibile programma di visita:

  • visitare Lednice al mattino;
  • pranzare in uno dei ristoranti del paese;
  • nel pomeriggio raggiungere Valtice;
  • concludere la giornata con una degustazione in una cantina della zona. La tradizione dei vinný sklýpky, ossia delle tipiche cantine morave dove si degustano vini locali accompagnati da ottimi piatti tradizionali consente di scoprire l’anima autentica della Moravia: ospitalità, buon cibo e vini deliziosi (attenzione alla tolleranza zero quando si guida, una regola severa che non ammette deroghe!).

Se avete più tempo, noleggiate una bicicletta: tutta l’area è attraversata da piste ciclabili perfettamente tenute che collegano castelli, vigneti e piccoli monumenti romantici immersi nella natura.

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Storia

Alfons Mucha: l’art nouveau alla ribalta

Passeggiando per Praga, ci si imbatte facilmente in immagini femminili tipiche dello stile liberty, lustro della prima Repubblica e legate ad un periodo di sviluppo florido della Cecoslovacchia. Vedremo che questa produzione artistica non si limita solo a queste immagini, ma abbraccia una moltitudine di opere di quel periodo.

Il principale artista di questa corrente di inizio Novecento è certamente Alfons Mucha nato in Moravia nel 1860 e morto a Praga nel 1939. Probabilmente, si tratta dell’artista più noto al mondo.

Il suo lustro, tuttavia, nasce prima a Parigi, per poi divenire celebre nella sua terra.

Il periodo parigino del giovane moravo

Mucha nasce il 24 luglio 1860 a Ivančice, piccola città della Moravia meridionale, in quello che all’epoca era ancora l’Impero austro-ungarico. Studia pittura a Monaco, poi a Vienna e infine approda a Parigi. Parigi in quel periodo era certamente all’apice della produzione culturale europea e mondiale. Come italiani ricordiamo il nostro Modigliani, che nello stesso periodo visse a Parigi (e certamente i due artisti si incontrarono).

Siamo nei primi anni Novanta dell’Ottocento. Mucha ha trent’anni, qualche commissione sporadica, e si mantiene illustrando libri e riviste.

La svolta arriva il 26 dicembre 1894. Sarah Bernhardt, la più grande attrice di teatro del suo tempo, ha bisogno di un poster urgente per il suo spettacolo Gismonda al Théâtre de la Renaissance. I grafici abituali sono in vacanza. Mucha è disponibile.

Il risultato — una figura allungata, quasi ieratica, con un’aureola floreale e colori pastello che non assomigliavano a nulla di quello che Parigi aveva visto fino ad allora — diventa in pochi giorni un caso. I collezionisti pagano gli attacchini per avere una copia. Qualcuno li ritaglia direttamente dal muro con la lametta.

Mucha diventa famoso praticamente dall’oggi al domani. Sarah Bernhardt lo vuole sotto contratto esclusivo per sei anni. Nasce lo style Mucha, che poi diventerà sinonimo di Art Nouveau, in italiano lo stile liberty.

I successivi anni parigini sono quelli della consacrazione. Mucha produce manifesti per spettacoli, per prodotti commerciali, per esposizioni universali. Le sue figure femminili, sempre avvolte in panneggi sinuosi, sempre circondate da elementi naturali come fiori, foglie, stelle e colori, ridefiniscono l’estetica della comunicazione visiva dell’epoca e gettano le basi per le promozioni e comunicazioni di tutto il Novecento che trovano spunto nell’arte.

La Massoneria: fratellanza e simbolismo in uno stile di vita

Negli anni parigini Mucha entra in contatto con la Massoneria, di cui diventa membro attivo. Non è una parentesi marginale della sua biografia: è una chiave di lettura di tutta la sua opera matura.

Eppure, nonostante il successo, Mucha non si sente a casa a Parigi. Si sente un moravo a Parigi, non un parigino. Questa distanza, col passare degli anni, diventa sempre più difficile da ignorare.

Per Mucha la Massoneria non è una questione di riti segreti o di networking tra potenti. È una visione del mondo: la fratellanza universale tra i popoli, la ricerca di un ordine morale fondato sulla ragione e sulla spiritualità, l’idea che l’arte possa essere uno strumento di elevazione collettiva. Valori che, guardando il suo quadro più celebre, denominato l’Epopea slava, si leggono chiaramente nelle tele: una tensione verso qualcosa di più grande del singolo individuo o della singola nazione.

Tuttavia, nonostante la fama e il successo, Mucha non si sente a casa a Parigi. Si sente un moravo a Parigi, non un parigino. E questa distanza, col passare degli anni, diventa sempre più difficile da ignorare.

Il ritorno in patria e l’Epopea slava

Nel 1910 Mucha torna definitivamente in Boemia. Lascia lo stile decorativo dei manifesti (in patria non particolarmente apprezzato, considerato troppo parigino). Riceve immediatamente l’incarico di decorare il Municipio di Praga (Obecní dům), in particolare la Sala del Sindaco.

Tuttavia, nello stesso periodo ha inizio un progetto completamente diverso. Il progetto della sua vita: l’Epopea slava.

La Slovanská epopej è il progetto della sua vita. Venti tele di dimensioni colossali (le più grandi misurano 8,10 per 6,10 metri), destinate a raccontare la storia e la mitologia dei popoli slavi: dalla Grande Moravia di Cirillo e Metodio, fino alla rinascita nazionale ceca nel XIX secolo. Mucha lavora a questo ciclo dal 1910 al 1928, finanziato in parte da un mecenate americano, il magnate Charles Crane. Una curiosità: questo lavoro richiedeva spazi enormi e il luogo di lavoro, o meglio l’atelier, divenne il castello di Zbiroh, che si trova tra Praga e Pilsen, oggi visitabile con una piacevole gita fuori porta.

Il risultato è qualcosa di completamente diverso dai manifesti parigini. Colori cupi, atmosfere quasi solenni, figure che non seducono ma interrogano. Non è l’Art Nouveau dei poster. È qualcosa di più antico e più ambizioso: un tentativo di costruire, attraverso la pittura, un’identità culturale per un popolo che stava riconquistando la propria indipendenza. La Cecoslovacchia nasce nel 1918 dopo la I guerra mondiale, esattamente a metà del lavoro sull’Epopea.

L’accoglienza, però, è fredda. I critici dell’epoca trovano lo stile anacronistico, lo spirito nazionalista fuori luogo in un paese che aveva appena conquistato la modernità repubblicana. Mucha dona il ciclo alla città di Praga nel 1928, chiedendo in cambio che venga costruito un padiglione apposito per esporlo. Il padiglione non verrà mai costruito.

Chi desidera ammirare oggi la Slovanská epopej deve recarsi al castello di Zámek Moravský Krumlov, in Moravia meridionale, vicino alla città natale di Mucha, a pochi chilometri da Brno. Le venti tele sono attualmente esposte qui e l’accordo di prestito con la città di Praga è stato prorogato fino al 2031.

La vetrata di San Vito e la fine

C’è un’opera di Mucha che chiunque visiti il Castello di Praga vede, spesso senza sapere di chi sia. La vetrata absidale della Cattedrale di San Vito, commissionata nel 1931, rappresenta Cirillo e Metodio con scene della vita dei santi boemi. È un lavoro imponente, dove lo stile decorativo di Mucha convive con lo stile dell’edificio gotico in un modo che funziona sorprendentemente bene.

Nel 1939 i nazisti entrano in Cecoslovacchia. Mucha, che inoltre aveva progettato la grafica della prima banconota e del primo francobollo della Repubblica cecoslovacca, ed era considerato un simbolo del nazionalismo ceco, viene arrestato dalla Gestapo e interrogato. Ha settantanove anni. La situazione lo debilita fisicamente. Muore il 14 luglio 1939, pochi mesi dopo l’occupazione.

L’Apoteosi degli Slavi, nella tela n. 20 che risale al 1926, conclude la monumentale Slovanská epopej di Alfons Mucha. In questa immensa tela l’artista immagina un futuro di pace e cooperazione tra i popoli slavi, dopo secoli di guerre, invasioni e lotte per l’indipendenza. È probabilmente il dipinto che meglio rappresenta il sogno ideale che accompagnò Mucha per tutta la vita.

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Sir Nicholas Winton e i 669 bambini di Praga

Stazione centrale di Praga (Hlavní nádraží), binario 1: c’è una statua di bronzo, un uomo con gli occhiali in abiti anni Trenta, con un bambino in braccio ed una bambina accanto. La testa di lei è leggermente abbassata. Alla destra dell’uomo una valigia.

Pro dítě – la statua con Nicholas Winton

L’uomo si chiama Sir Nicholas Winton. E per quasi cinquant’anni la sua storia è rimasta sconosciuta.

Un agente di borsa con l’agenda piena di nomi

Nicholas Winton era nato a Londra nel 1909, da una famiglia di origini ebraiche tedesche, battezzato anglicano per scelta dei genitori. Nel dicembre del 1938 lavorava come stockbroker nella City. Aveva in programma una vacanza sugli sci in Svizzera.

Un suo amico, il professore Martin Blake, lo chiamò e gli disse che il viaggio saltava — stava andando a Praga. “Ho un incarico molto interessante e ho bisogno di te. Vieni prima che puoi. E non portare gli sci.”

Winton andò. A Praga, Blake lo introdusse a Doreen Wariner, che gli mostrò i campi profughi sovraffollati. Erano pieni di ebrei e oppositori politici fuggiti dai Sudeti dopo il Patto di Monaco: famiglie in tenda in pieno inverno, bambini denutriti, nessuna prospettiva. Winton capì immediatamente che la guerra era questione di settimane, non di anni. E capì che gli adulti non avrebbero potuto uscire.

I bambini, invece, potevano avere una speranza.

Lavorando dalla sua camera d’albergo, spesso ricevendo le famiglie mentre si faceva la barba, Winton raccoglieva i nomi. Poi tornò a Londra, e trascorse sere e fine settimana a raccogliere fondi e reclutare famiglie affidatrici. Ogni bambino aveva bisogno di una famiglia inglese disposta ad accoglierlo, di 50 sterline di cauzione per il governo britannico, di un visto, di un certificato sanitario. Winton li cercò, li trovò, li falsificò quando necessario.

Il primo trasporto lasciò Praga il 14 marzo 1939. Il giorno dopo, Hitler invase il resto della Cecoslovacchia e getto le basi del Protettorato della Boemia e della Moravia, annesso al Terzo Raich.

Tra marzo e agosto del 1939 partirono otto treni dalla stazione Wilson. Il numero totale di bambini salvati è 669, quasi tutti ebrei. Un nono treno era pronto per il 1 settembre 1939. Quel treno non lasciò mai Praga: due giorni prima scoppiò la guerra e la Germania chiuse le frontiere. I 250 bambini che vi erano sopra scomparvero. Solo due di loro sopravvissero.

Il silenzio durato cinquant’anni

Quello che colpisce della storia di Winton non è solo cosa fece, ma quanto a lungo non ne parlò con nessuno, nemmeno con la propria moglie. Tornò a Londra, prestò servizio nella Royal Air Force durante la guerra, si sposò, ebbe figli, lavorò. Non disse niente.

Nel 1988 sua moglie Greta trovò in soffitta dei vecchi appunti che documentavano i salvataggi. Li portò all’attenzione di Elizabeth Maxwell, storica della Shoah, che a sua volta li consegnò alla stampa e poi al programma televisivo della BBC That’s Life!.

La scena che ne seguì è diventata uno dei momenti più straordinari della televisione britannica. Winton era seduto tra il pubblico, ignaro di tutto. La conduttrice Esther Rantzen mostrò la sua fotografia e il suo elenco di nomi. Poi chiese: “C’è qualcuno in questo studio che deve la propria vita a Nicholas Winton?” Le persone sedute intorno a lui — che erano proprio alcuni dei bambini, ormai adulti — si alzarono in piedi per salutarlo. Winton non sapeva dove guardare.

Aveva 79 anni. Oggi si stima che grazie ai 669 bambini salvati siano vive oltre seimila persone.

I film, i documentari, lo schermo grande e piccolo

Il passo definitivo di questa storia verso il grande cinema mainstream è arrivato nel 2023 con One Life, diretto da James Hawes. Il film alterna Anthony Hopkins nei panni del Winton quasi ottantenne alla fine degli anni Ottanta, e Johnny Flynn che interpreta il giovane Winton del 1938-39. Helena Bonham Carter, Lena Olin, Romola Garai e Jonathan Pryce completano un cast di rango. Il film costruisce la sua tensione nel racconto della corsa contro il tempo per organizzare i trasporti — i visti, le famiglie affidatrici, i 50 sterline di cauzione per ogni bambino, i certificati medici — ma il suo momento più alto è la ricostruzione della scena di That’s Life!. Le comparse che formano il pubblico della trasmissione sono in realtà i figli veri dei bambini salvati da Winton.

Accanto a questo, numerosi furono i documentari negli anni precedenti, a testimonianza di questo nobile gesto, tra cui anche Into the Arms of Strangers: Stories of the Kindertransport, vincitore del Premio Oscar.

Le impronte a Praga: dove trovare Winton oggi

Come citato inizialmente, al binario 1 della stazione centrale di Praga si trova la statua in bronzo di Flor Kent, inaugurata il 1° settembre 2009, settantesimo anniversario dell’inizio della guerra. La bambina è modellata sulla nipote di una delle donne salvate nel 1939. L’opera si intitola Pro dítě — per il bambino. Una targa ricorda i 669 salvati e i 15.131 bambini cechi morti nei campi di concentramento. Le figure stanno senza piedistallo, praticamente all’altezza degli occhi dei viaggiatori che aspettano il treno.

Nel corridoio della stazione, sotto la cupola del Fantova kavárna (il celebre caffè liberty al piano superiore), si trova un secondo memoriale: una scultura che riproduce la porta di un vagone ferroviario con mani di bambini da un lato e mani di genitori dall’altro. È un tributo a chi rimase sul marciapiede. La maggior parte di quei genitori non sopravvisse alla guerra.

C’è anche una targa sul muro del Grand Hotel Europa in piazza Venceslao (Václavské náměstí), l’albergo dove Winton soggiornò nel gennaio del 1939 mentre impostava le prime operazioni.

Infine, nei Giardini di Strahov sulla collina di Petřín, esiste una Sorgente di Sir Nicholas Winton, all’interno del Frutteto dei bambini salvati dalla Shoah.

C’è una cosa che mi torna in mente ogni volta che passo davanti a quella statua al binario 1. Winton non parlò per cinquant’anni non perché avesse paura, ma perché — a quanto pare — non gli sembrava di aver fatto niente di straordinario. Aveva visto un problema e aveva cercato una soluzione. Aveva un motto che ripeteva spesso: “Se una cosa non è impossibile, ci deve pur essere un modo per farla.”

È una frase che si legge su molte targhe e si cita in molti discorsi. Eppure lui, nel 1939, a 29 anni, senza conoscere il ceco, senza contatti politici, senza esperienza di logistica dei trasporti internazionali, l’aveva trasformata in treni partiti in orario per ben 699 bambini.

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Jan Hus: l’uomo che cambiò la Boemia bruciando sul rogo

Se la Cechia rappresenta il paese con maggiore ateismo in Europa, uno dei motivi è certamente da ricondurre al ruolo di Jan Hus e al movimento Hussita.

Comprendere la figura del martire Jan Hus significa capire qualcosa di fondamentale sull’anima ceca — una certa tendenza a resistere, a non piegarsi e una scarsa attitudine ai poteri forti.

Jan Hus: teologo, predicatore, rettore dell’università. Morto sul rogo il 6 luglio 1415 a Costanza. Martire per i cechi, eretico per la Chiesa Cattolica di Roma.

Un ragazzo povero arriva a Praga

Jan Hus nasce attorno al 1371 a Husinec, un piccolo borgo nella Boemia meridionale. Il nome di famiglia — Hus — significa oca in ceco. Una curiosità che i cechi conoscono bene e che ha dato origine a una profezia attribuita proprio a lui, sul letto di morte: “Oggi bruciate un’oca, ma fra cent’anni verrà un cigno che non potrete bruciare.” Il cigno, secondo la tradizione, era Lutero. Che la profezia sia autentica o meno, il simbolismo ha attraversato i secoli.

Jan arriva a Praga nel 1390, giovane studente senza soldi ma con tanta fame di conoscenza. Si laurea, insegna filosofia, nel 1400 viene ordinato sacerdote. Due anni dopo diventa predicatore della Cappella di Betlemme (Betlemská kaple, sita nella piazza Betlemské náměstí nel centro di Praga) — uno spazio fondato nel 1391 proprio per predicare in lingua ceca, non in latino, e raggiungere il popolo comune.

Questo dettaglio non è secondario. Le predicazioni di Hus, fortemente incentrate sulle Sacre Scritture, sono molto apprezzate dal popolo praghese di condizioni più modeste, a cui Hus si rivolge parlando la sua lingua, mentre il tedesco era la lingua delle élite. È già un atto politico, oltre che religioso.

La corruzione della Chiesa

All’ inizio del Quattrocento l’Europa è un continente in crisi profonda. La Chiesa vive il Grande Scisma d’Occidente: ci sono contemporaneamente due — a tratti tre — papi che si combattono per il ruolo di vero pontefice. Le indulgenze si vendono come merce. I vescovi accumulano ricchezze. Il clero vive ben lontano dall’ideale evangelico e lontano dalla massa, dal popolo.

Già prima dell’arrivo di Hus all’università, quasi il 40% delle terre della Boemia apparteneva alla Chiesa. Significa che dietro la critica religiosa c’è anche una tensione sociale e nazionale molto concreta che parte dal basso.

Jan Hus si nutre delle idee del teologo inglese John Wyclif — la necessità di una chiesa povera, libera dal potere temporale, fondata sulla Scrittura. Condanna la corruzione del clero, della simonia e della vendita di indulgenze. Sostiene il rifiuto di obbedienza alla chiesa istituzionale quando essa non si conforma agli insegnamenti di Cristo.

Il punto di rottura arriva nel 1412, quando viene messa in vendita una nuova serie di indulgenze per finanziare una crociata papale. Hus si scaglia contro dal pulpito della Cappella di Betlemme. A quel punto è già troppo tardi per tornare indietro.

Betlemská kaple oggi

Rettore, scomunicato ed esiliato

Nel frattempo, la sua posizione all’università si era rafforzata. Una riforma dell’amministrazione dell’Università di Praga, decisa da re Venceslao, rovesciò la norma vigente in cui l’elemento tedesco aveva diritto a tre voti e ogni altro ad uno, attribuendo ora tre voti all’elemento nazionale boemo. I professori e studenti tedeschi abbandonarono Praga fondando l’università di Lipsia. Hus viene eletto rettore.

La protezione del re, però, non dura. La scomunica arriva nel 1412. Praga viene posta sotto interdetto — nessun rito religioso è consentito in città finché Hus è presente. Per non danneggiare la popolazione, Jan Hus si ritira volontariamente in campagna.

In quegli anni di esilio scrive la sua opera teologica principale, De ecclesia, e lavora anche alla riforma dell’ortografia ceca — introducendo i segni diacritici che la lingua ceca utilizza ancora oggi nelle parole come č, š, ž.

Un riformatore religioso che lascia un segno sulla lingua: non è cosa da poco.

Costanza, 1414: il viaggio senza ritorno

Nel 1414 Hus viene convocato al Concilio di Costanza, riunito per risolvere lo scisma. Avendo ricevuto un salvacondotto imperiale, pensava di poter difendere con successo il suo credo. Si sbagliava. All’arrivo viene imprigionato. Il processo è una farsa: ogni volta che tenta di spiegare le proprie posizioni viene zittito. Gli viene chiesto di ritrattare. Rifiuta.

Negli interrogatori prima del rogo, Jan Hus aveva fatto notare come proprio il Concilio che lo stava giudicando si reggeva senza Papa, visto che Giovanni XXIII era fuggito e deposto, mentre ancora non se n’era eletto un altro. Un’ironia acuta, in un momento in cui l’istituzione che lo accusava di eresia era essa stessa in uno stato di caos istituzionale.

Il 6 luglio 1415 viene bruciato sul rogo. Le sue ceneri vengono gettate nel Reno, per evitare che qualcuno le conservi come reliquie. Non servirà in quanto la memoria di Jan Hus resta viva e alimenta la cultura boema.

Le guerre hussite e l’eredità

La notizia dell’esecuzione arriva a Praga come una scossa. Un formale documento di protesta sul processo e sull’esecuzione viene sottoscritto da 472 esponenti della nobiltà. È l’inizio di qualcosa di enorme.

Le Guerre Hussite durano dal 1419 al 1434. I cechi respingono cinque crociate bandite contro di loro. Il condottiero Jan Žižka — cieco da un occhio, poi da entrambi — guida eserciti che sembrano imbattibili. Le tattiche militari hussite, basate sui carri armati (vozová hradba), erano così innovative da risultare quasi inattaccabili.

Un secolo più tardi, il 90% degli abitanti delle Terre ceche era rimasto anti-cattolico, aderendo alla Riforma protestante oppure entrando a far parte dell’Unione dei Fratelli Boemi, diretti successori del movimento hussita. Lutero stesso, scoprendo le tesi di Hus, disse: “Siamo stati tutti hussiti senza saperlo.”

Hus oggi: dove trovarlo a Praga

La statua in Piazza della Città Vecchia è il riferimento più ovvio — inaugurata nel 1915, esattamente cinquecento anni dopo la morte. Ma c’è un altro luogo che vale la pena visitare: la Cappella di Betlemme (Betlémská kaple), in Betlémské náměstí, nel quartiere di Staré Město. L’edificio originale fu demolito nel XVIII secolo e ricostruito negli anni Cinquanta del Novecento sulla base dei resti originali. Non è un capolavoro architettonico, ma è un luogo che ha una sua atmosfera. È qui che Hus predicava, in ceco, a migliaia di persone che capivano le sue parole.

Il 6 luglio — giorno della sua morte — è festa nazionale in Repubblica Ceca. Uno dei pochi paesi al mondo che commemorano un eretico medievale come eroe nazionale.

Jan Hus e l’Italia: un legame inaspettato

Hus non era del tutto sconosciuto in Italia: Garibaldi lo citava, e il poeta Giosue Carducci lo menzionò nella sua Ode a Satana tra le figure emblematiche del progresso umano. Sul monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori a Roma, un medaglione raffigura proprio Jan Hus. Segno che nell’Ottocento italiano, anticlericalismo e libertà di pensiero trovavano in Hus un riferimento naturale.

Ma il caso più singolare è quello di Benito Mussolini. Nel 1913 — quando era ancora un giovane giornalista socialista, direttore dell’Avanti! e fervente anticlericale, ben lontano dal diventare il Duce — pubblica a Roma un volumetto intitolato Giovanni Huss il Veridico, per i tipi di Podreca e Galantara. L’opera apparve nella collana Collezione storica dei Martiri del libero pensiero.

L’occasione per scrivere il libro fu data a Mussolini dalla Conferenza Internazionale del Libero Pensiero che avrebbe dovuto tenersi a Praga nel 1915 per commemorare il 500° anniversario della morte di Hus. Il giovane Benito mantenne contatti stretti con František Loskot, rappresentante della sezione ceca dell’organizzazione internazionale del libero pensiero, che gli fornì probabilmente diverso materiale per redigere il libretto.

Il libro — strutturato in sei capitoli, dalla Boemia del Trecento fino alle guerre hussite — è uno scritto anticlericale in cui Hus diventa lo strumento ideale per attaccare la corruzione della Chiesa. Jan Hus non è usato solo per illuminare le perversioni delle autorità ecclesiastiche, ma costituisce anche un modello ideale di leader capace, grazie al suo forte istinto sociale e alla profonda fiducia in un ideale, di fare presa sulle masse, guidarle e difenderle dalle divisioni. Una lettura, quest’ultima, che rivela già qualcosa del Mussolini futuro.

L’opera fu tradotta in ceco nel 1937 e in inglese nel 1929, a New York. È oggi un testo raro, curiosità bibliografica più che fonte storica — ma resta una delle connessioni più inaspettate tra l’Italia e la Boemia del Quattrocento.

Jan Hus non era un rivoluzionario nel senso moderno del termine. Era un uomo di fede che credeva che la Chiesa dovesse essere migliore di quello che era. Eppure quello che ha innescato — con le sue parole, con il suo rifiuto di ritrattare, con la sua morte — ha cambiato la storia dell’Europa centrale in modo irreversibile. Ogni volta che passo davanti alla statua in Piazza della Città Vecchia, mi chiedo quante persone che la fotografano abbiano un’idea di cosa rappresenti davvero, dato che personalmente ci ho impiegato parecchio tempo.

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Storia

Capire la Repubblica Ceca: un breve viaggio nella sua storia dalle origini alla I guerra mondiale

Da tempo avrei voluto dedicare un post alla storia Ceca per fornire una sintesi leggibile e non troppo pesante. La visita al Museo Nazionale, grazie alla esposizione fissa denominata “Dějiny” (avvenimenti) mi ha dato la giusta ispirazione.

L’esposizione occupa 1.300 m² e comprende circa 2.000 oggetti, distribuiti in sette sale. Il percorso copre dall’VIII secolo fino alla fine della Prima guerra mondiale. Non è una passeggiata rapida, ma non è nemmeno una di quelle esposizioni dove ti ritrovi a guardare didascalie incomprensibili davanti a vetrine polverose.

VIII–X secolo: quando la Boemia non era ancora Boemia

Tutto inizia con un muro. Letteralmente. Appena si entra nel primo salone, ci si trova davanti alla ricostruzione di una grande struttura difensiva di un hradiště — un insediamento medievale fortificato (hrad in ceco significa castello, fortezza). È una scelta scenografica efficace in quanto riporta nell’epoca.

Nell’VIII e IX secolo le terre boeme erano ancora un mosaico di tribù slave. Il momento fondante arriva con la Grande Moravia, il primo stato slavo organizzato in questa area, e con la missione di Cirillo e Metodio nel 863 — ai quali ho già dedicato un post. La formazione del Principato di Boemia attorno alla dinastia Přemyslide porta progressivamente alla creazione di un’identità politica e religiosa riconoscibile.

Praga inizia ad affermarsi come centro commerciale e luogo di transito. Aggiungo una nota particolare, in quanto Praga ha anche una etimologia significativa, gli approfondimenti sono al seguente link.

Nel 935 muore Venceslao I — il Václav che dà nome a Piazza Venceslao e a decine di vie in tutto il paese e naturalmente patrono nazionale (si festeggia il 28 settembre). Ucciso dal fratello, diventa martire e patrono della Boemia. La sua figura è ancora oggi presente in ogni angolo della vita pubblica ceca.

XI–XIV secolo: il Medioevo d’oro (con qualche ombra)

Il Medioevo ceco non è il periodo buio che l’immaginario romantico ci consegna. La Boemia diventa uno dei regni più ricchi e potenti dell’Europa centrale. Nel 1085 Vratislao II ottiene il titolo di re. La miniera d’argento di Kutná Hora — scoperta nel XIII secolo — finanzia un’espansione straordinaria.

Il culmine arriva con Carlo IV, incoronato re di Boemia nel 1347 e imperatore del Sacro Romano Impero nel 1355. Praga diventa una delle città più grandi d’Europa, si costruisce la Cattedrale di San Vito, il Ponte Carlo, si fonda l’università — la prima nell’Europa centrale. Chi vuole approfondire, ho già scritto un post dedicato a Carlo IV.

L’esposizione dedica spazio importante anche all’arte medievale, ai manoscritti decorati, alle armature. Ci sono oggetti che si possono toccare — spade, elmetti, scudi — una trovata pensata per i bambini, ma che non lascia indifferenti nemmeno gli adulti.

XV secolo: Jan Hus e la rivoluzione che cambiò tutto

Jan Hus è il nome che divide la storia ceca in un prima e un dopo. Teologo, rettore dell’università di Praga, critico feroce della corruzione della Chiesa, viene bruciato sul rogo a Costanza nel 1415. La sua morte innesca le Guerre hussite: un conflitto che dura decenni e che anticipa di un secolo la Riforma protestante. Ho dedicato un articolo alla figura di questo eroe nazionale (link articolo Jan Hus).

I hussiti non erano solo ribelli religiosi. Erano anche innovatori militari — le loro tattiche con i carri armati (vozová hradba) erano talmente efficaci da risultare quasi imbattibili. Occorre immaginare qualcosa a metà tra una guerra di religione e una rivoluzione popolare, con un fortissimo senso di identità nazionale.

L’esposizione mostra armature e armi dell’epoca, accompagnate da un video immersivo che rende bene l’atmosfera del conflitto.

1620: la Montagna Bianca e il silenzio

Il 8 novembre 1620, la battaglia della Montagna Bianca (Bílá Hora) dura meno di due ore. I cechi perdono. Inizia un periodo che i libri di storia chiamano temno — il buio — e che durerà quasi due secoli.

Tantissima letteratura storica è dedicata a questa battaglia, e per i cechi rappresenta quasi un complesso, un trauma che li condiziona storicamente e che viene citato molto spesso in svariate discussioni.

L’11 giugno 1621, ventisette nobili e borghesi cechi vengono giustiziati in Piazza della Città Vecchia. L’esposizione lo racconta con un video a grande schermo che restituisce tutta la drammaticità di quell’evento. Le teste dei condannati vengono esposte al pubblico, come intimazione. La ricatolicizzazione forzata, l’emigrazione di massa dell’élite protestante, la germanizzazione progressiva: sono conseguenze che segnano profondamente la società boema.

XVIII secolo: Asburgo, Illuminismo

Il diciottesimo secolo è il periodo degli Asburgo illuminati — Maria Teresa, Giuseppe II — che modernizzano l’amministrazione, limitano il potere della Chiesa, aboliscono la servitù della gleba. La lingua ceca, sopravvissuta nella cultura popolare, inizia lentamente la sua rinascita come strumento letterario e culturale. Le scuole diventano obbligatorie, la situazione sociale migliora visibilmente.

In realtà, nonostante il miglioramente sensibile che ha coinvolto anche altre parti d’Europa, i cechi non amano questo periodo storico, se non nel progressivo affermarsi della propria identità nazionale specie nel XIX secolo.

L’oggetto più grande dell’intera esposizione — il protagonista involontario che attira sguardi da ogni parte — è la carrozza arcivescovile del XVIII secolo. Il museo la presenta, con una punta di ironia, come “il Ferrari del suo tempo”.

XIX secolo: il Risorgimento ceco (senza guerre)

Il lungo Ottocento ceco — dalla fine del XVIII secolo al 1914 — è il periodo del národní obrození, il risveglio nazionale. Una generazione di intellettuali, linguisti, storici e musicisti si mette al lavoro per costruire un’identità culturale ceca forte. František Palacký scrive la storia della Boemia. Josef Jungmann compila il dizionario ceco. Bedřich Smetana compone Má vlast.

Non è un Risorgimento armato come quello italiano. È una resistenza culturale, una lotta per la lingua e la memoria.

L’ultimo salone è dominato da un grande modello dell’edificio del Museo Nazionale smontato in sezioni, con gli oggetti della collezione inseriti al suo interno. Una scelta scenografica originale.

C’è un’aggiunta recente all’esposizione che vale la pena menzionare: il progetto Kroky pokroku (“Passi del progresso”) permette di indossare un visore VR e ritrovarsi in un vagone ferroviario, dove si incontrano personaggi storici reali in conversazione — František Křižík con Antonín Dvořák, Tomáš Bata con Olga Scheinpflugová, Jaroslav Heyrovský con Jan Werich. Non è un’attrazione per ragazzi: le conversazioni sono dense, a tratti ironica, e offrono una prospettiva originale sul senso del progresso.

Informazioni pratiche

L’esposizione si trova nell’edificio storico del Museo Nazionale, in cima a Piazza Venceslao. È aperta tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00. Il biglietto per il complesso museale è 360 Kč (intero) e 260 Kč (ridotto). I bambini sotto i 15 anni entrano gratis.

L’app Národní muzeum v kapse (disponibile gratuitamente) offre una guida audio dell’esposizione Dějiny e aiuta la navigazione tra le sette sale dedicate.

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Cirillo e Metodio: le origini glagolitiche delle identità slave

Ci sono storie che, a prima vista, sembrano lontane. Nomi difficili, IX secolo, missioni religiose… e invece, se vivi a Praga abbastanza a lungo, capisci che Cyril e Metoděj non sono solo due santi: sono una chiave per leggere l’anima dell’Europa centrale e orientale.

Peraltro, il 5 luglio è festa nazionale in Repubblica Ceca in onore di questi missionari che furono santificati. Nel 1980 Giovanni Paolo II li ha inoltre proclamati compatroni d’Europa (con San Benedetto da Norcia).

Due fratelli, una visione moderna (con 1.200 anni di anticipo)

Nati a Thessaloniki, in una città già allora multiculturale, questi due fratelli crescono in un ambiente dove il greco si mescola con le lingue slave, e con impronta bizantina.

Uno è più concreto, amministrativo che guadagna anche la posizione di amministratore di una zona dell’Impero bizantino (Metodio, di nome Michele).

L’altro è un intellettuale puro, che riceve un’istruzione raffinata a Costantinopoli fatta di grammatica, retorica, astronomia e musica (Cirillo, al secolo Costantino).

Cirillo viene chiamato in causa dall’imperatore Michele III attorno ai 35 anni di etá: i Cazari del Mar d’Azov vogliono un dotto capace di confrontarsi con ebrei e saraceni sul piano teologico. È in questa occasione che i due fratelli si riuniscono, dando vita alla prima di una lunga serie di missioni comuni.

Due anni più tardi, nell’863, arriva la chiamata della Grande Moravia. Questa volta la posta in gioco è politica oltre che religiosa: occorre arginare l’influenza germanica, e per farlo occorrono missionari che conoscono la lingua slava.

In Moravia svolgono una grande opera di proselitismo, avvicinandosi alla popolazione locale.

Cirillo e Metodio spingono il loro lavoro ben oltre i confini della missione. Rendendosi conto dell’ostacolo insormontabile che il latino e il greco rappresentavano per la trasmissione delle Scritture ai popoli slavi, i due fratelli — dopo digiuni e preghiere, secondo la tradizione — creano un alfabeto del tutto nuovo: il glagolitico, passato alla storia anche con il nome di cirillico. Quaranta caratteri, derivati per la maggior parte dal corsivo greco medievale.

“Se vuoi che un popolo ti capisca, devi parlare la sua lingua”

Può sembrare ovvio, tutto questo. Non lo era affatto.

All’epoca la liturgia aveva tre lingue ammesse: latino, greco, ebraico. Punto. L’idea che Dio potesse essere pregato in slavo — una lingua “barbara”, priva persino di una scrittura propria — era, per i contemporanei, quasi scandalosa.

Cirillo e Metodio rompono questo schema con una semplicità disarmante: inventano un alfabeto, traducono i testi sacri, e facendo questo riconoscono alla lingua degli Slavi una dignità che nessuno le aveva mai attribuito. Non a caso vengono accusati di eresia. Eppure alla fine è Roma stessa, con papa Adriano II, a dar loro ragione (si narra che andó loro incontro in processione).

Ma la portata di quello che stavano facendo andava ben oltre la missione religiosa. Ogni popolo che ottiene una scrittura propria smette di essere periferia di qualcun altro. Cirillo e Metodio non stavano solo evangelizzando: stavano costruendo identità.

L’opera straordinaria di Cirillo e Metodio

Le grandi fatiche cui si sottopongono minano la salute del più giovane. Il 14 febbraio 869 Cirillo, divenuto monaco, muore dopo una malattia. Metodio viene consacrato vescovo e continua la missione di sempre in Moravia, superando ostilità e incomprensioni, e istruendo discepoli nella traduzione dei testi sacri. Si spegne nell’885 e viene sepolto nella cattedrale di Velehrad, oggi luogo di culto nella regione morava.

Cirillo e Metodio non hanno lasciato solo un alfabeto. Hanno lasciato l’idea — rivoluzionaria per il loro tempo — che ogni popolo meritasse di pregare, pensare e scrivere nella propria lingua. Un’idea che ha plasmato l’identità culturale di metà Europa molto più di qualsiasi conquista militare.

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Collezionare “odznaky” della Cecoslovacchia socialista – i distintivi


La storia di un paese raccontata attraverso piccole spille smaltate

Nei mercatini e nei bazar di Praga, tra vecchi francobolli e fotografie ingiallite, mi è capitato più volte di fermarmi davanti a piccole spille metalliche che quasi nessuno sembrava notare. Colorate, smaltate, con scritte in ceco o slovacco: nomi di fabbriche scomparse, città di provincia, eventi sportivi di cui non resta traccia. Gli odznaky. Chi non li conosce li salta, chi li conosce non riesce a smettere di cercarli. Ricordo la collezione che avevano i miei nonni. Quando ero piccolo la ammiravo, distintivi con colori smaltati e rievocazioni molto lontane da quanto si vedeva abitualmente in Italia.

Una passione che attraversava la storia del pase

Tra il 1948 e il 1989, queste spille erano parte della vita quotidiana cecoslovacca in un modo che oggi è difficile da immaginare.

Le fabbriche le regalavano ai dipendenti per anniversari di lavoro o traguardi produttivi, le città le vendevano ai turisti, le scuole le assegnavano agli studenti più meritevoli, le organizzazioni socialiste le distribuivano come premi o ricordi di eventi collettivi. Non era solo strumenti di propaganda, ma erano spille porta ricordi da collezionare.

Collezionarle era una passione trasversale, che coinvolgeva non solo bambini e ragazzi, ma anche le generazioni adulte. Molti conservavano le loro spille in album foderati di feltro o cartoncino di propria produzione — oggetti quasi intimi, che raccontavano dove eri stato, dove lavoravano i tuoi genitori, cosa avevi fatto durante le vacanze estive.

Un odznak delle Tatry, uno dalla fiera campionaria di Brno, uno dalla fabbrica Tesla dove tuo padre passava le giornate: insieme formavano una piccola autobiografia per immagini.

Più di un souvenir

Sarebbe riduttivo definirli semplicemente souvenir. Gli odznaky erano anche strumenti di identificazione collettiva — con la fabbrica, con la città, con l’organizzazione. In un sistema in cui l’identità pubblica passava molto attraverso il lavoro e la partecipazione sociale, portare appuntata sul bavero la spilla della propria azienda aveva un significato che andava oltre il decorativo.

Guardandoli oggi, in fila su un album di feltro, si legge una storia economica e sociale precisa: le grandi industrie di Stato come ČKD, Tesla o Tatra, il turismo organizzato attraverso l’agenzia Čedok, le competizioni sportive di massa, la cultura del lavoro collettivo. Ogni spilla è un documento minuscolo, ma sorprendentemente eloquente.

La mia collezione

Ho cominciato a raccoglierli quasi per caso, qualche anno fa, comprando qualche pezzo qua e là, principalmente per ricreare un ricordo d´infanzia. Oggi la collezione conta oltre mille pezzi, provenienti da tutta la Repubblica Ceca e dalla Slovacchia: fabbriche, città, sport, politica, turismo.

Organizzarli ha preso una piega archivistica che non mi aspettavo. Non è più solo collezionismo — è un tentativo di preservare una memoria materiale che rischia di dissolversi nei cassetti delle case o di finire nei cassonetti durante i traslochi. A volte mi chiedo se non si tratti di una futile perdita di tempo, ma come tutte le piccole passioni, non esiste una risposta che trovi una ragione solo utilitaristica.

Perché vale la pena raccontarli

A più di trent’anni dalla fine della Cecoslovacchia socialista, questi oggetti hanno acquisito una dignità storica che allora non si poteva certo prevedere. Non sono reperti di grandi eventi, non sono stati esposti in musei o celebrati da monografie. Eppure raccontano la vita concreta di milioni di persone — le loro abitudini, i loro spostamenti, i luoghi dove lavoravano e passavano le vacanze.

È da qui che nasce questa serie di articoli su Simpleczech.com: raccontare la Cecoslovacchia partendo dal basso, da questi piccoli oggetti metallici che qualcuno ha conservato e qualcun altro ha dimenticato in una scatola da scarpe. Le fabbriche, le città, le organizzazioni, la montagna d’estate, la propaganda di Stato — tutto passa, prima o poi, per un odznak.

Prossimi capitoli

Nel prossimo futuro parleremo delle grandi industrie cecoslovacche — Tesla, ČKD, Tatra, Škoda — attraverso le spille che producevano e distribuivano che ho a disposizione. Una storia che intreccia tecnologia, economia e vita quotidiana in modi spesso sorprendenti.

Se avete odznaky in casa e volete raccontarmi la loro storia, scrivetemi. Ogni collezione è una fonte.

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Paneláky: gli edifici che hanno costruito la Cecoslovacchia

Un recente articolo pubblicato dalla Accademia della Scienza ceca ha analizzato sotto di versi punti di vista la realtá dei paneláky, ossia delle costruzioni a pannelli frutto del boom edilizio degli anni 60-80 che ha interessato l’allora Cecoslovacchia. Ho trovato questo articolo molto interessante e pertanto ha ispirato questo post.

I paneláky sono grandi edifici residenziali prefabbricati in cemento, spesso associati a un’estetica severa, ripetitiva, talvolta giudicata fredda e ricordo del periodo totalitario.  Non sono una prerogativa della Repubblica Ceca, ma hanno condizionato l’edilizia urbana di tutti i paese del c.d. blocco sovietico.

Eppure, dietro queste facciate grigie (che fortunatamente oggi hanno colori diversi a seguito di ristrutturazioni) si nasconde una storia molto più complessa, fatta di urgenze sociali, pianificazione urbana e vita quotidiana di milioni di persone. Si stima che un terzo della popolazione ceca vive in questi edifici, pertanto la valenza negativa è solo apparente, e circoscritta solo ad alcune zone che ricordano dei ghetti (peraltro non nella capitale Praga, ma in zone più disagiate).

Ma cosa sono davvero i paneláky? E perché continuano a essere così centrali nel paesaggio urbano ceco?

Un fenomeno abitativo di massa

I paneláky nascono come risposta rapida alla drammatica carenza di alloggi nel secondo dopoguerra. Il principio era semplice e, per certi versi, rivoluzionario:

  • prefabbricare gli elementi strutturali in stabilimento;
  • assemblarli rapidamente in loco;
  • ridurre tempi e costi di costruzione.

Il risultato è stato impressionante: in pochi decenni sono sorti interi quartieri residenziali, i cosiddetti sídliště, capaci di ospitare centinaia di migliaia di persone. Si tratta di una componente importante del sistema abitativo nazionale.

Era corrente che le famiglie giovani attendessero l’attribuzione di un alloggio da parte del Comune e gli appartamenti dei paneláky rappresentavano un punto di arrivo. Alcune aziende statali inoltre avevano i propri edifici che venivano assegnati alle famiglie dei lavoratori.

Non solo edifici, ma quartieri completi

Uno degli errori più frequenti è valutare i paneláky come singoli palazzi isolati. In realtà, essi sono stati progettati come parti di un ecosistema urbano più ampio.

I sídliště includevano:

  • scuole e asili;
  • negozi e servizi di base;
  • trasporti pubblici;
  • spazi verdi e aree gioco.

Dal punto di vista urbanistico, l’obiettivo non era soltanto “dare un tetto”, ma creare quartieri autosufficienti, in cui la vita quotidiana potesse svolgersi senza lunghi spostamenti.

Con il senno del poi, furono sottovalutati i posti auto (d’altra parte la motorizzazione degli anni Sessanta e Settanta era ben diversa da quella attuale).

Il peso degli stereotipi: le “králíkárny”

Nel linguaggio comune ceco, i paneláky sono spesso stati definiti králíkárny, letteralmente “conigliere”: un termine ironico, a volte sprezzante, che richiama spazi ridotti, anonimato e omologazione. Certamente, le pareti “di cartone” e gli isolamenti non proprio ideali sono rimasti nel sottobosco culturale dei cechi come elemento di derisione.

Tuttavia, le previsioni negative che talvolta si facevano per questi luoghi fin dagli anni Ottanta (ghetti, poco resistenti al tempo, destinati alla demolizione), tranne che per alcune eccezioni, non si sono realizzate. Al contrario, con la situazione attuale sul mercato immobiliare, dove il costo delle case é lievitato a prezzi proibitivi, i paneláky rappresentano oggi una soluzione funzionale e tutto sommato piú economica per poter vivere (seppure oggi, a Praga, il prezzo per m2 supera i 3/4.000 eur per m2 anche in queste abitazioni).

Possiamo affermare che la percezione negativa, fortunatamente, non racconta tutta la verità.

Molti appartamenti risultano funzionali, ben distribuiti e, soprattutto, inseriti in quartieri con servizi e verde che non sempre si ritrovano nelle nuove periferie moderne.

Perché i paneláky continuano a funzionare

Come già sottolineato, a distanza di decenni, questi edifici restano attrattivi per diversi motivi:

  • prezzi relativamente accessibili rispetto al nuovo costruito;
  • coefficienti energetici estremamente positivi che consentono un risparmio dei costi correnti;
  • buona infrastruttura urbana già esistente;
  • collegamenti efficienti con il centro città;
  • comunità consolidate e funzionanti

Negli ultimi anni, inoltre, molti paneláky sono stati ristrutturati: isolamento termico, nuovi ascensori, facciate colorate, miglioramenti energetici. Interventi che hanno contribuito a cambiare radicalmente la percezione di questi edifici, senza snaturarne la funzione originaria. In parte tali costi sono stati coperti con i sussidi europei.

Un’eredità urbana da comprendere, non da rimuovere

Che piaccia o no, i paneláky fanno parte della storia urbana e sociale della Repubblica Ceca. Sono il riflesso di un’epoca, di un modello economico e di una precisa idea di welfare abitativo.

Liquidarli come un “errore del passato” è una semplificazione. Più corretto è considerarli per ciò che sono: una risposta concreta a un bisogno reale, con limiti evidenti, ma anche con elementi di sorprendente resistenza al tempo.

Certamente, i paneláky non sono capolavori architettonici, ma nemmeno semplici mostri di cemento. Sono luoghi vissuti, abitati, adattati nel tempo che rappresentano un giusto equilibrio tra costi, servizi e qualità della vita.

Capirli significa capire un pezzo fondamentale della società ceca contemporanea.