Categorie
Politica

Il nuovo Governo Ceco in carica da fine 2025, breve analisi

Negli ultimi giorni del 2025 la Repubblica Ceca ha completato la transizione politica successiva alle elezioni parlamentari di ottobre. Il nuovo Governo è stato ufficialmente nominato e insediato, aprendo una fase politica che segna una discontinuità rispetto all’esecutivo precedente.

Chi guida il nuovo Governo

Il Presidente della Repubblica, Petr Pavel, ha affidato l’incarico di formare il Governo ad Andrej Babiš, leader del movimento ANO 2011, che torna così alla guida del Paese per la terza volta.

La maggioranza parlamentare si fonda su una coalizione composta da:

  • ANO 2011, primo partito con il 34,51% dei voti ottenuti alle elezioni autunnali;
  • SPD – Libertà e Democrazia Diretta, formazione di destra critica verso UE e immigrazione;
  • Motoristi per sé, partito apertamente contrario alle politiche climatiche europee.

Nel complesso, la coalizione dispone di 108 seggi su 200 nella Camera dei Deputati, una maggioranza numericamente solida.

I nodi politici emersi fin da subito

La fase di formazione del Governo non è stata priva di tensioni. Il Presidente Pavel ha esercitato un ruolo attivo di garanzia istituzionale, ponendo particolare attenzione ai potenziali conflitti di interesse legati alle attività imprenditoriali di Babiš, in particolare alla holding Agrofert.

Un secondo punto critico ha riguardato la proposta del partito Motoristi di nominare Filip Turek Ministro degli Esteri. A seguito di posizioni emerse sui social, considerate incompatibili con il ruolo istituzionale, Pavel ha posto il veto sulla nomina. La gestione temporanea degli Esteri e dell’Ambiente è quindi confluita nelle mani del leader del partito, Petr Macinka.

Da segnalare anche la nomina del leader SPD Tomio Okamura a Presidente della Camera dei Deputati.

Le priorità del programma di Governo

Il programma presentato dall’esecutivo individua alcune chiare direttrici:

  • Energia ed economia: riduzione dei costi energetici, forte rilancio del nucleare, maggiore controllo statale sui settori strategici, opposizione a nuove imposte ambientali europee.
  • Sanità: rafforzamento del sistema pubblico, riduzione delle liste d’attesa, prevenzione e investimenti in strutture e personale.
  • Abitazione: edilizia residenziale come interesse pubblico, procedure edilizie semplificate, sostegno a giovani, famiglie e anziani.
  • Pensioni e welfare: età pensionabile massima a 65 anni, rivalutazioni legate all’inflazione, maggiore tutela sociale.
  • Sicurezza e migrazione: rafforzamento di polizia ed esercito, linea dura sull’immigrazione illegale.
  • Politica estera: permanenza in UE e NATO, ma con maggiore enfasi sulla sovranità nazionale e un approccio pragmatico.
  • Imprese e lavoro: nessun aumento delle imposte, meno burocrazia, sostegno a PMI e investimenti.
  • Istruzione e infrastrutture: più risorse per scuole e insegnanti, grandi investimenti in trasporti.

Come interpreto questa fase politica

Dal punto di vista economico, il bilancio statale continua a chiudere in deficit dal periodo Covid. Il debito pubblico, pur in crescita, rimane contenuto rispetto alla media europea (circa 43,3% del PIL nel 2024).

È realistico attendersi che l’attuale coalizione privilegi misure di sostegno sociale e consenso elettorale, rendendo complesso il raggiungimento di un pareggio di bilancio nel breve periodo.

Il rifiuto dell’euro mantiene inoltre la leva del cambio come possibile strumento di politica economica, già utilizzato in passato dai governi guidati da Babiš.

In politica estera, è prevedibile un riallineamento verso il gruppo V4 (Polonia, Ungheria, Slovacchia), con posizioni più critiche su politiche ambientali e migratorie europee nei confronti della Unione Europea. É prevedibile anche una modifica nell´atteggiamenti nei confronti della guerra in Ucraina a seguito dell´invasione Russa, con un sostegno condizionato e volto alla soluzione del conflitto.

Nel complesso, pur in presenza di forze populiste e sovraniste, non ritengo si tratti di un Governo estremista. I ministeri chiave restano nelle mani di figure esperte di ANO 2011, come Karel Havlíček all’Economia e Alena Schillerová alle Finanze. Eventuali posizioni estremiste degli altri partiti in coalizione si dovranno misurare con la forza politica di ANO 2011 e come giá accaduto in passato, le regole verranno dettate dal partito leader.

Le valutazioni contenute nell’articolo hanno finalità informative e divulgative. Ogni analisi economica, fiscale o finanziaria richiede sempre un esame specifico del contesto normativo e dei dati aggiornati.

Categorie
Politica Storia

Ferdinand Vaňek, alias Václav Havel.

Scenario: autunno 1989, a pochi giorni dall’inizio della Rivoluzione di Velluto. Non si era coscienti del fatto che il regime comunista stava per essere travolto, anche se stava scricchiolando da tempo.

La scrittura clandestina si diffondeva con i Samizdat, l’elite culturale contraria alla dittatura continuava ad essere perseguitata, con interventi da parte dei servizi segreti STB, incarcerazioni e ostracismi di varia natura.

Quale migliore occasione se non augurare con una inserzione il buon compleanno il 5.10.1989 a Ferdinand Vaňek, alias Václav Havel, sul giornale di partito? La foto naturalmente é quella di Havel.

Una curiositá, nel corso di una manifestazione dei movimenti populisti nel 2022, il programma degli interventi fu interrotto con un messaggio “Si cerca Ferdinand Vaněk, il nipote lo sta aspettando qua sotto il cavallo (statua di San Venceslao nella omonima piazza, ndr). Potrebbe venire qua?”.

E allora tanti auguri Ferdinand! Mi raccomando, non vogliamo dimenticarti!

Categorie
Politica Storia

Le defenestrazioni di Praga

La storia della città di Praga, porta inevitabilmente a parlare delle defenestrazioni.

Defenestrare significa letteralmente lanciare dalla finestra, e secondo l´Academic Dictionary of Contemporary Czech, si tratta „del lancio di una o più persone, di solito di alto rango, da una finestra“.

La prima defenestrazione del 1419

La prima importante defenestrazione risale al 30 luglio 1419, quando circa una decina consiglieri comunali praghesi contrario ai riformisti hussiti, furono lanciati da questi dalle finestre del comune (Novoměstská radnice, in Karlovo Náměstí) dato che si rifiutavano di liberare alcuni prigionieri appartenenti al movimento riformista in questione.

La defenestrazione del luglio 1419 è generalmente considerata come inizio delle guerre hussite che si trascinarono per circa un ventennio. Portarono miseria, villaggi bruciati, chiese e monasteri saccheggiati, migliaia di morti e diedero al regno ceco la poco lusinghiera etichetta di terra di eretici.

Il movimento hussita aveva origine dalle prediche dell’eroe nazionale boemo Jan Hus, morto sul rogo come eretico nel 1415 per condanna della Chiesa cattolica, che si trascinarono per circa un ventennio. Portarono miseria, villaggi bruciati, chiese e monasteri saccheggiati, migliaia di morti e diedero al regno ceco la poco lusinghiera etichetta di terra di eretici. Jan Hus, in particolare, proponeva di riformare la Chiesa cattolica per un ritorno ai principi morali delle origini, e non volte a cumulare ricchezza e potere. In tal senso, i movimenti hussiti continuarono a propagare questi valori. In quel periodo, il padre spirituale fu Jan Želivský, che si contrapponeva alle idee dell’allora re di Boemia Venceslao IV.

Le Seconda Defenestrazione di Praga del 1483: Un Turbamento Religioso e Politico

Le tensioni religiose che agitavano la città di Praga nel XV secolo raggiunsero il loro apice con la Seconda Defenestrazione, un tragico evento che ebbe luogo il 24 settembre 1483 sotto il regno del re Vladislav Jagiellon. La lotta tra i cattolici, sostenitori del papato, e gli utocratici, che invece non accettavano l’autorità del Papa, si trasformò in una serie di disordini religiosi e politici, culminando in una rivolta che scosse profondamente la città.

Il contesto dell’epoca era già tumultuoso, con dispute ideologiche che permeavano la vita quotidiana. Quando la peste si abbatté su Praga, il re Vladislav Jagiellon lasciò la città, lasciando dietro di sé un vuoto di potere. La situazione si deteriorò rapidamente, e a settembre del 1483, l’atmosfera di scontento sfociò in una rivolta senza precedenti.

Le folle infuriate catturarono tutti e tre i municipi della città. Il Municipio Vecchio e il Municipio Nuovo divennero teatro di sanguinosi scontri, mentre la Città Piccola fu colpita da ondate di proteste. La violenza si estese anche ai monasteri, al Castello di Praga e a Vyšehrad, con il quartiere ebraico che, purtroppo, non fu risparmiato dalla furia delle folle.

Uno degli episodi più atroci della rivolta fu il cosiddetto “massacro dei conigli” e il lancio di persone, viventi e morte, dalle finestre della Città Nuova. Sebbene alcune fonti suggeriscano che questa orribile scena si sia svolta solo in determinate parti della città, altre raccontano che addirittura il sindaco volò fuori dalle finestre del Municipio della Città Vecchia.

Il caos e la violenza che insanguinarono Praga durante questa rivolta ebbero un impatto duraturo sulla comunità. Ci vollero due lunghi anni prima che la riconciliazione religiosa potesse finalmente emergere. La dichiarazione di uguaglianza delle due chiese avvenne solo nel 1485, durante la Dieta di Kutná Hora. Questo segnò un passo significativo verso la fine delle ostilità religiose, anche se le cicatrici della Seconda Defenestrazione di Praga avrebbero continuato a essere visibili nella memoria collettiva della città per generazioni a venire.

La terza defenestrazione del 1618

Le defenestrazioni del 1419 e del 1483 non furono dimenticate nei secoli successivi e fornirono un precedente storico significativo per le defenestrazioni del 1618. L’atmosfera di tensione e il desiderio di autonomia si intrecciarono attraverso le generazioni, creando un terreno fertile per l’ulteriore conflitto.

Per comprendere appieno le defenestrazioni di Praga, è essenziale immergersi nel contesto storico del periodo. Nel 1618, la Boemia era un territorio conteso all’interno del Sacro Romano Impero, e le tensioni religiose e politiche tra i cattolici e i protestanti erano crescenti.

Il 23 maggio 1618, un evento sconvolgente ebbe luogo al Castello di Praga. I governatori cattolici Jaroslav Bořita di Martinice e Vilém Slavata di Chlum e Košumberk con lo scriba Filip Fabricio volarono fuori dalle finestre defenestrati da una finestra del castello dai nobili boemi protestanti. Si dice che tutti e tre siano sopravvissuti alla caduta da un’altezza di circa diciassette metri solo perché sono atterrati su un pendio scosceso e su una discarica che si era creata sotto le finestre degli uffici grazie all’abitudine consolidata di gettare la spazzatura fuori dalle finestre. I due governatori furono salvati da un ulteriore linciaggio dalla signora Polissena di Lobkowicz, moglie del Cancelliere Supremo, nel Palazzo Lobkowicz.

Queste defenestrazioni sono spesso considerate il preludio della Guerra dei Trent’anni, un conflitto che coinvolse molte nazioni europee e durò dal 1618 al 1648. Questa guerra, caratterizzata da una complessa rete di alleanze e scontri religiosi, ebbe un impatto devastante sulla popolazione e sulla struttura politica dell’Europa. Praga e le terre boeme furono profondamente condizionate dalla Guerra dei Trent’anni, vedendo diversi conflitti e cambi di potere tra protestanti e cattolici, fino al celebre assedio degli Svedesi, protestanti, che portarono ulteriore distruzione e sofferenze alla popolazione. Praga inizió un declino economico e demografico ed a seguito del Trattato di Westfalia del 1648 fu costretta ad adattarsi ad un nuovo ordine geopolitico, finendo sotto l’influenza degli Asburgo per i successivi quasi trecento anni.

Il mistero della quarta defenestrazione

Risale al 1948 la morte del Ministro degli Esteri del Governo Jan Masaryk, figlio del primo Presidente della Cecoslovacchi Tomáš Garrigue Masaryk.

La morte del diplomatico e politico Jan Masaryk, è avvolta da mistero e controversie. Egli svolse un ruolo significativo nella politica cecoslovacca prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, pur avendo delle debolezze caratteriali che ne condizionarono l’azione.

La sua morte avvenne il 10 marzo 1948. La versione ufficiale riportava che Jan Masaryk morì precipitando dalla finestra del suo appartamento al Černínský Palác a Praga. Tuttavia, le circostanze della sua morte sollevarono dubbi e interrogativi sulla reale dinamica degli eventi.

La versione ufficiale, presentata dal regime comunista che era salito al potere in Cecoslovacchia nel febbraio 1948, dichiarava che Masaryk si era suicidato. Tuttavia, molte persone, sia a livello nazionale che internazionale, contestarono questa spiegazione. La sua morte avvenne poco dopo il colpo di Stato comunista del 1948, che portò alla formazione di un governo comunista a guida filo-sovietica.

Il contesto politico tumultuoso e il coinvolgimento di forze esterne, come l’Unione Sovietica, portarono molte persone a sospettare che la morte di Jan Masaryk potesse essere stata un omicidio politico mascherato da suicidio. Le indagini ufficiali della polizia sotto il regime comunista sostennero la tesi del suicidio, ma la verità rimase oggetto di dibattito per molti anni.

Dopo la caduta del regime comunista nel 1989, la questione della morte di Jan Masaryk fu nuovamente esaminata. Nel 2004, un’indagine è stata riaperta e, sulla base delle nuove prove e di una revisione delle circostanze, la Corte Suprema della Repubblica Ceca concluse che Jan Masaryk era stato vittima di omicidio. Tuttavia, nonostante la dichiarazione di omicidio, il mistero della sua morte persiste, e non è chiaro chi siano stati gli autori materiali dell’omicidio e quali fossero le loro motivazioni seppure é risaputo che Masaryk fosse contrario ai comunisti.

Categorie
Politica Storia

1968 – La Primavera di Praga

La Primavera di Praga (in ceco Pražské jaro) rappresenta un breve periodo – appunto una stagione – intercorso a partire dal mese di marzo 1968 e terminato nella notte tra il 20 ed il 21 agosto dello stesso anno con l’invasione delle truppe del patto di Varsavia.

L’inizio fu sancito dalla nomina dei comunisti cosiddetti riformisti a capo del partito comunista cecoslovacco, capeggiati dal politico slovacco Alexander Dubček. Tale nomina fu seguita nel marzo del ’68 dalle dimissioni di Antonin Novotný dal ruolo di Presidente cecoslovacco e dalla successiva nomina del moderato Ludvík Svboda. Novotný rappresentava ancora la vecchia espressione dello “stalinismo” del dopoguerra, basato sul totalitarismo e la repressione, che aveva condizionato gli anni Cinquanta ed i primi anni Sessanta.

La Primavera di Praga in realtà non nacque casualmente.

La revisione della violenta politica stalinista a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta da parte del capo del PCUS Nikita Kruscev, non avevano ancora prodotto un ricambio nella classe politica cecoslovacca. Il sistema economico basato su piani quinquennali utopistici mostrava lacune di base e il sistema sociale era sempre più in crisi ed insofferente.

Negli anni Sessanta, gli intellettuali supportati dagli studenti e in certi momenti dalla importante classe operaia, iniziarono a sentire sempre più necessità di criticare il sistema e aspirare ad una riforma che portasse ad una progressiva democratizzazione del sistema e alla destituzione del presidente conservatore Novotný.

Il piano di azione dei “riformisti” nominati nel gennaio del 68, prevedeva cambiamenti che aspiravano ad un “socialismo dal volto umano”.

Nella pratica tentarono di riformare il sistema comunista introducendo una maggiore libertà di espressione abolendo la censura e cavalcando l’entusiasmo del popolo aspirarono a introdurre riforme politiche, sociali ed economiche. Tra le riforme principali, pur prevedendo sempre il ruolo centrale del partito comunista al servizio del popolo e non più alla guida, si auspicava la reintroduzione del diritto dei cittadini all’associazionismo, la libertà di circolazione e la possibilità di esercitare delle piccole attività imprenditoriali individuali. Nel 1968 la Cecoslovacchia divenne anche uno stato federale, riconoscendo maggiore autonomia alla regione slovacca, da sempre critica verso il cosiddetto “pragocentrismo”.

Aspramente criticato dall’URSS e dagli alleati del Patto di Varsavia, il piano d’azione fu al centro di numerosi tentativi di mediazione da parte dei politici cecoslovacchi di allora nei confronti della critica mossa dai partner alleati.

La crisi politica degenerò rapidamente: Leonid Breznev, capo del PCUS, riteneva che la situazione fosse sfuggita di mano e che occorreva rapidamente ripristinare la centralità del partito unico, abolendo la libertà di opinione e bloccando ogni velleità pluripartitica democratica. I paesi del patto di Varsavia, in particolare la Germania dell’Est e la Polonia, temevano un contagio delle idee riformiste, pertanto si mostrarono categorici nella condanna.

Dubcek e gli altri membri del presidium cecoslovacco cercarono sempre di ammorbidire le critiche, assicurando che la situazione fosse sotto controllo ed in certi momenti mostrarono anche la fermezza nel sostenere che alcuni argomenti ritenevano fossero un problema da risolvere internamente.

Tuttavia, la crescente tensione internazionale creò le condizioni per l’occupazione militare avvenuta nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 da parte dei militari di 5 paesi alleati (Unione Sovietica, Polonia, Ungheria, Bulgaria e Germania dell´Est). Restarono in disparte la Jugoslavia e la Romania.

Nelle settimane antecedenti erano state organizzate imponenti esercitazioni militari ai confini Cecoslovacchi. Si trattò del giusto pretesto per spostare truppe senza particolari imbarazzi.

Nel giro di breve, la libertà di espressione fu nuovamente imbavagliata e tutti i riformisti vennero gradualmente epurati dai posti di comando divenendo dei dissidenti. Diversi emigrarono all’estero (tra cui anche il direttore della TV cecoslovacca Jiří Pelikán che chiese asilo politico in Italia), altri furono incarcerati (tra questi anche il futuro presidente Václav Havel), altri si ritrovarono ai margini della società civile avendo interdetti tutti i posti di comando.

Il conservatore Gustav Husák venne nominato a capo del partito comunista e Presidente della Cecoslovacchia, rimanendo in carica per un ventennio, ossia fino al 1989, anno in cui la Rivoluzione di Velluto spazzò via il sistema socialista.

 L’occupazione del 1968 cancellò tutti i sogni riformisti, creando le basi per periodo denominato di „normalizzazione“ iniziato dal 1969.

Una delle conseguenze più tragiche fu l’accordo che sancì e legittimò l’invasione da parte delle truppe sovietiche del territorio cecoslovacco. Questa occupazione straniera terminò nel 1991.

L’invasione delle truppe del Patto di Varsavia non comportò fortunatamente delle stragi di piazza (seppure i morti ufficiali ammontarono a 137 ed i feriti furono oltre 500). I combattimenti più aspri si verificarono a Praga, davanti all’edificio della radio di Stato, Český rozhlas, sulla via Vinohradská in Praga 2 e in piazza San Venceslao, di fronte al museo nazionale.

I cittadini cecoslovacchi furono invitati anche dagli stessi politici riformisti a mantenere la calma e ad astenersi da comportamenti aggressivi.

Si trattò di una resistenza passiva che disorientò gli invasori stranieri, almeno nelle fasi iniziali.

I cecoslovacchi cercarono di spiegare il loro punto di vista ai militari sovietici, parlando la loro lingua. Questo fu anche uno dei motivi per cui si stima che il 70% dei militari venissero dalle regioni caucasiche dell’URSS centrale: le differenze linguistiche e culturali impedivano una comunicazione con i locali. Peraltro, le truppe militari ritenevano di essere i benvenuti in Cecoslovacchia e che venissero considerati dei liberatori.

Per il popolo cecoslovacco si trattò di un triste epilogo dalla portata storica indelebile alla pari della vicenda degli sciagurati patti di Monaco del 1938. Dubcek e i riformisti di spicco furono costretti a capitolare a Mosca negli immediati giorni successivi alla occupazione: sottoscrissero ed approvarono un ripristino delle normative totalitarie e per l’opinione pubblica si dimostrarono dei deboli perdenti che gradualmente finirono in un dimenticatoio.

Nel gennaio del 1969, l’autoimmolazione di Jan Palach in Piazza Venceslao rappresentò un gesto di protesta, ma soprattutto un grido di dolore angoscioso lanciato da un paese inerme al mondo intero. Purtroppo, questo gesto fu emulato successivamente da altri giovani.

La crisi cecoslovacca aveva tuttavia evidenziato al mondo intero la brutalità della politica imperialistica sovietica che non intendeva perdere il controllo delle zone di influenza. Le giustificazioni alla base di questo intervento, basate nell’affermare che vi fosse interesse dei paesi capitalisti occidentali a destabilizzare la situazione geopolitica dell’Est Europe e che nella Cecoslovacchia vi fosse in corso un colpo di stato nazionalista e neofascista si rivelarono essere del tutto inventate e volutamente diffuse per trasfigurare la realtà.

Da questo episodio si distanziarono anche i partiti comunisti occidentali (tra cui il PCI italiano). Ciò aprì le porte ad una loro maggiore inclinazione socialdemocratica negli anni successivi, portandoli ad un graduale distacco dalla politica sovietica.

Categorie
Politica Storia

DUBČEK ed il sogno del socialismo dal volto umano.

Il 13 novembre 1988, Alexander Dubcek, ricevette la laurea ad honoris causa in Scienze politiche dall’Università di Bologna in occasione del IX centenario di nascita dell’Ateneo. Nei giorni seguenti il Comune di Bologna conferì allo stesso la cittadinanza onoraria.

Queste onorificenze rappresentarono la definitiva riabilitazione a livello internazionale del politico statista che rappresentò la Primavera di Praga nel 1968.

Alexander Dubček, agli occhi del mondo occidentale, ha sempre rappresentato la figura simbolo del sogno di riforma e democratizzazione del socialismo. Questo sogno fu brutalmente represso dall’invasione delle truppe del patto di Varsavia il 20 agosto 1968.

Spesso Dubček viene associato alla figura di Michail Gorbaciov, il premier sovietico che nella seconda metà degli anni 80 cercò tramite la perestrojka e la glasnost di riformare il sistema sovietico. In effetti Dubček ha espresso in varie interviste di allora la simpatia per il leader sovietico, rivedendo vari punti riformisti di cui si era fatto promotore un ventennio prima.

Come per Gorbaciov, tuttavia, l’immagine trasmessa dal leader Alexander Dubček verso i paesi c.d. occidentali, non ha un riscontro del tutto paritetico nella politica interna del paese di appartenenza, dove ancora oggi viene criticato per alcuni passaggi politici conseguenti all’invasione sovietica del 1968.

Questa critica, associata alla lontananza dalla politica attiva di oltre un ventennio, portarono ad escludere fin da subito la figura di Alexander Dubcek come presidente della neonata democratica Cecoslovacchia nel 1989, a scapito di Václav Havel – figura non collusa al precedente regime.

Ciò nonostante, comunque Dubček venne designato dal 1990 a capo del Parlamento Confederale, di fatto ricoprendo la seconda carica più importante a livello istituzionale fino al 1992, l’anno in cui morì a seguito di un incidente stradale sull’autostrada D1.

Di seguito proviamo ad analizzare alcune definizioni ed aspetti della figura politica di Alexander Dubček che talvolta capita di ascoltare ancora oggi.

  1. Dubček – un vero comunista

Nato nel 1921 a Uhrovec, vicino alla città di Trenčin, nell’attuale Slovacchia, Alexander Dubcek, nei primissimi anni della propria vita seguì i propri genitori, di fede dichiarata comunista, in Unione Sovietica fino al 1938. Durante il secondo conflitto mondiale partecipò ai combattimenti e fu ferito in modo non grave.

Nel dopoguerra, divenne membro del partito Comunista Cecoslovacco e iniziò la propria carriera politica, studiando anche per un certo periodo a Mosca, fino a divenire il presidente del partito comunista cecoslovacco nel gennaio 1968 a sostituire l´uscente Antonin Novotný, visto come un conservatore anacronistico.

Presumibilmente l’idea di riforma del sistema è maturata in Dubček negli anni, avendo constatato come certi periodi storici sovietici fossero stati molto bui e poco vicini alle esigenze della gente. Per questo motivo, fu fermamente convinto nell´introdurre le riforme per cercare di realizzare il “socialismo dal volto umano”.

Il successo delle riformo introdotte molto rapidamente nei primi mesi del ´68 non fu solo di Dubček, ma dell’ala riformista dei comunisti cecoslovacchi che gradualmente presero il potere sostituendo i precedenti membri conservatori. Non si può tuttavia dimenticare, che tra gli stessi riformisti, vi furono anche persone che dopo l’invasione dell’agosto del 68, rinnegarono le riforme per riportare il paese alla normalità. Tra questi, il più celebre fu il futuro presidente del partito nonché´ presidente Cecoslovacco Gustav Husák, definito non a caso come un comunista pragmatico.

Alexander Dubček non ha mai rinnegato la sua fede politica comunista/socialista e dopo la rivoluzione di velluto del 1989, entrò a far parte del partito socialdemocratico.

2. Dubček – un ingenuo sognatore

Nella valutazione obbiettiva di questo personaggio, occorre tenere conto del fatto che la sua carriera politica ebbe origine nel secondo dopoguerra, negli anni in cui i comunisti presero il potere con metodi assai poco democratici, e consolidarono la propria posizione con epurazioni importanti dei possibili oppositori, nonché anche al proprio interno.

Dubček trovò spazio per fare carriera, e naturalmente affermarsi anche contro avversari politici di partito, avendo la meglio -non ultimo il menzionato segretario del partito comunista cecoslovacco uscente Novotny (nonché´ presidente cecoslovacco), che nei mesi successivi venne addirittura espulso dal partito.

Sempre con il sorriso sulle labbra, non conflittuale, amato dalla gente, Dubcek rappresentava agli occhi degli elettori del partito il giusto compromesso tra riformisti e conservatori. In realtà, da solo avrebbe potuto ben poco. Il suo avvento al potere all’interno del partito era accompagnato da vari riformisti, che prevalsero sull’ala conservatrice del partito ed avviarono importanti riforme.

In effetti, i riformisti proposero al comitato centrale del partito nell’aprile del 68 un manifesto politico che si basava su alcuni pilastri riformisti che proponevano

  • una propria strada al socialismo
  • maggiore potere agli organi statali
  • la libertà di parola
  • la riforma economica
  • la federalizzazione della Cecoslovacchia

Questo manifesto fu approvato e nelle settimane a seguire vi fu un forte fermento. Di fatto si introdusse la libertà di parola, si andò a revisionare la politica di partito degli anni Cinquanta evidenziando i gravi errori, si permise la nascita di organizzazioni politiche che sostavano la democrazia e la aggregazione tra le persone.

Forse Dubček fu ingenuo nel ritenere che Mosca e gli alleati del patto di Varsavia non intervenissero a seguito delle riforme introdotte. Nel corso del 68 vi furono diversi incontri e riunioni tra le parti, dove Dubček venne ripreso e invitato a ripristinare lo stato delle cose secondo le aspettative di Leonid Breznev e degli altri alleati. Non fu solo l’Unione Sovietica ad essere preoccupata di questo nuovo decorso, ma anche i paesi del patto di Varsavia – specie quelli limitrofi – che temevano che questo riformismo potesse prendere piede anche nei loro Stati.

Furono dati vari segnali a Dubček che la pazienza stava per terminare, non ultimo durante lo storico incontro dei primi di agosto del 68 a Čierna nad Tisou.

Avendo avviato le riforme, Dubček e tutti i riformisti si potrebbero essere trovati nella situazione di non avere idea di come annullare le concessioni democratiche. Probabilmente, loro stessi furono sorpresi dalla rapidità di intervento delle armate sovietiche e dei paesi del patto.

Con il senno del poi, furono ingenui nel non comprendere che l’invasione della Cecoslovacchia si stava preparando già da diversi mesi. Questo aspetto fu dimostrato dalla massiccia capacità di intervento e dall’immediata occupazione dei centri di potere da parte dei militari sovietici.

3. Dubček – un politico debole

Questa affermazione nasce certamente dalla situazione politica successiva all’invasione sovietica dell’agosto del 68, ed alle posizioni che Dubček ha assunto in determinate situazioni.

L’intelligenza politica di Mosca fu quella di non liquidare la figura di Dubček immediatamente, ma di lasciarlo comunque attivo in politica per un ulteriore anno, costringendolo ad attuare le misure di ripristino del regime, che poi portarono al successivo periodo denominato della “normalizzazione”.

Dubček, fino all’estate del 68 era al top delle preferenze politiche non solo di partito, ma del popolo cecoslovacco. Oltre ad introdurre delle riforme democratiche, si presentava al pubblico con il proprio sorriso e gli occhi socchiusi che sembravano sorridere. Si presentava “umano”, molto distante dagli uomini di partito a cui si era abituati. Questa sua immagine, di uomo del popolo, che amava incontrare la gente, era entrata nel cuore dei cecoslovacchi e non solo. Anche i media occidentali avevano notato questo personaggio.

Un primo piano di Alexander Dubček

Una rapida eliminazione di Dubček avrebbe potuto avere conseguenze rischiose creando ulteriori tensioni, e l’URSS si sarebbe trovata a dover affrontare critiche internazionali ancora più pesanti di quelle che già si trovava a fronteggiare. In vari momenti Mosca fece capire che era poco propensa a spargimenti di sangue oltre a quelli che già stavano avvenendo.

La capitolazione politica di Dubček é certamente da far risalire ad un anno dalla invasione dei carri armati, quando nell’agosto del 1969 sottoscrisse quello che ancora oggi è conosciuto come “Pendrekový zákon”, ossia la legge federale di alcuni provvedimenti transitori per la tutela dell´ordine pubblico, che di fatto fu la legge che consentì di imprigionare migliaia di manifestanti, di espellerli dalle attività lavorative, o dalle scuole e di limitare le organizzazioni civili.

Dubček stesso, in varie occasioni, anche a distanza di anni, ha reputato questo gesto come un errore politico imperdonabile e del quale ha sempre espresso un vivo rammarico.

Nei mesi precedenti, tuttavia, aveva dovuto assistere all’uscita indotta di molte figure chiave della Primavera di Praga, alcuni riformisti si dimisero volontariamente ed emigrarono, altri furono oggetto di una politica denigratoria volta a screditarli. Il Governo fu costretto a sottoscrivere un accordo di soggiorno temporaneo dei militari sovietici sul territorio cecoslovacco. Per le strade le proteste furono gradualmente sedate, spesso con violenza. La polizia segreta stava riprendendo forza e reintroducendo metodi totalitari nel controllo delle persone. A fine gennaio del 69, il mondo intero fu scosso dal gesto di un giovane studente universitario, Jan Palach, che si tolse la vita immolandosi. L’intera drammatica aggressione che stava opprimendo la Cecoslovacchia era racchiusa in quel drammatico gesto.

In questo contesto, Dubček, ricopriva ancora un ruolo politico attivo, pur senza particolari ambizioni, ma che logorava la sua popolarità. In fondo, non si era mai apertamente schierato contro l’invasore.

Potrebbe averlo fatto per senso di responsabilità, per evitare una guerra civile e ulteriori morti. Tuttavia, agli occhi della gente, emergeva la sua debolezza.

4. Dubček – il ventennio dell’oblio ed il ritorno

Il 24 settembre 1969 il direttivo del partito comunista decise la revoca di Dubček dalla funzione di presidente della assemblea federale e la nomina ad ambasciatore in Turchia, nomina poi ratificata a dicembre dello stesso anno dallo stesso presidente. Ad Ankara rimase solo un anno, per poi rientrare in patria, essere espulso dal partito comunista cecoslovacco ed infine essere riposto in funzioni secondarie di carattere regionale dove volutamente fu emarginato dalla vita sociale e politica (Nel 1970-1985 Dubček ha lavorato per le Foreste di Stato della Slovacchia occidentale a Bratislava Krasňany).

Pur rappresentando sempre un potenziale rischio, i servizi segreti Stb probabilmente non ebbero problemi nella gestione di Alexander Dubček in quanto non divenne mai apertamente un dissidente.

Il suo ritorno alla politica attiva risale al novembre del 1989, ai primi giorni della rivoluzione di velluto, dove fu acclamato dai manifestanti e invitato dallo stesso Havel. Tuttavia, come già detto in apertura, la candidatura a presidente dello stato cecoslovacco venne rapidamente esclusa a priori, ma gli fu assegnata la presidenza dell’assemblea federale della neonata democrazia, vista l’immagine pulita e molto apprezzata in Occidente. Questo incarico lo coprì fino alla morte, avvenuta nel settembre del 1992 a seguito di un incidente automobilistico sull’autostrada D1 tra Praga e Brno.

Categorie
Politica Storia

I Sudeti Cecoslovacchi, una storia di difficile convivenza tra etnie, senza un lieto fine.

A seguito della dissoluzione dell´Impero Austro Ungarico alla conclusione della prima guerra mondiale, nel 1918 nacque la Repubblica Cecoslovacca, comprendente le regioni della Boemia, Moravia, Slesia Cechia, Slovacchia e Rutenia (in ceco „Podkarpatská rus“).

Si coronò il sogno di autonomia maturato nel corso del secolo precedente e la personalità maggiormente di spicco di questi anni fu certamente il primo presidente, Tomáš Garrigue Masaryk.

Nel 1918, la neonata Repubblica Cecoslovacca, si trovò tuttavia a gestire varie situazioni problematiche, non definite a priori sulla carta e sulle quali si aprirono varie discussioni in campo internazionale che perdurarono anche nel 1919.

Le nuovo frontiere furono contestate sia nelle provincie a maggioranza tedesca prevalentemente localizzate ai confini con la Germania e l’Austria – proteste portate avanti fino alla primavera del 1919 e che costarono la vita a decine di manifestanti – che nella zona denominata Slesia e della zona di Těšín, rivendicate dai polacchi. Anche la Slovacchia, nella parte meridionale, dovette fare i conti con una situazione di guerra con l’Ungheria, ed una etnia magiara importante presente sul proprio territorio.

Progressivamente, queste situazioni di tensione trovarono una pausa politica dopo la firma degli accordi di pace di Versailles nel 1919.

Tuttavia, le rivendicazioni nazionalistiche autonomiste continuarono sospinte anche dal clima internazionale che si delineò in Europa nel primo dopoguerra.

Per capire la multietnicità della Cecoslovacchia, nel 1930 la popolazione pari a 14,7 milioni di persone, era suddivisa come segue

  • Cechi e slovacchi 9,689 milioni
  • Tedeschi 3,232 milioni
  • Ruteni 549 mila
  • Ungheresi 692 mila
  • Ebrei 187 mila
  • Polacchi 82 mila
  • Altre etnie 50 mila

LE POPOLAZIONI GERMANICHE PRESENTI SUL TERRITORIO CECOSLOVACCO

Occorre premettere che le popolazioni di etnica germanica si iniziarono ad insediare nella zona dei Sudeti fin dal XIV secolo. A livello geografico, per Sudeti si intende la zona dell’altopiano che si trova nella Boemia settentrionale, e la divide dal Bassopiano Germanico. In realtà, nel linguaggio corrente, con il termine di Sudeti si considera tutta la zona a maggioranza germanica che si trova sul territorio Boemo e della Slesia al confine con la attuale Germania, la Polonia e l’Austria.

Presenza germanica nel territorio Ceco – Fonte wikipedia

I rapporti tra la popolazione boema e tedesca furono problematici fin dai decenni antecedenti la prima guerra mondiale, nonostante vari tentativi di trovare una soluzione ragionevole da parte dell’Impero Austro Ungarico, piuttosto liberale nel cercare di introdurre nel parlamento viennese i rappresentanti politici eletti nelle zone di etnia differente eletti democraticamente. Per una piena comprensione della tematica autonomista, dobbiamo tenere presente che nel secolo XIX le spinte nazionalistiche portarono alla nascita anche di nuovi stati (si pensi all’Italia, ad esempio), e di fatto crearono le basi per una guerra mondiale che ebbe anche come effetto la deflagrazione dell Impero Austro Ungarico che esisteva da quattro secoli.

La Cecoslovacchia, nel 1918, nacque effettivamente sulle ceneri dell’Impero Austro Ungarico, e sulla aspettativa delle nazioni vittoriose di punire le nazioni perdenti, in particolare quelle a lingua germanica. Pertanto, accanto ai debiti di guerra, volutamente si divisero le popolazioni di lingua tedesca in vari stati, al fine di impedire la nascita di un forte stato germanico, e limitiare una potenziale minaccia futura per tutte le nazioni europee.

La convivenza tra boemi e tedeschi, già problematica prima della guerra, divenne gradualmente insopportabile, spinta dalla politica nazionalsocialista della vicina Germania che ebbe inizio negli anni 20 del secolo scorso e che ispirarono vari politici di allora.

Negli anni 30, le zone dei Sudeti videro in particolare la vittoria elettorale di due partiti nazionalisti, che nel 1933 confluirono nel Sudetendeutsche Partei, apertamente schierato a partire dal 1937 accanto al Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, meglio conosciuto come Partito Nazista o Nazionalsocialista, guidato da Adolf Hitler.

Le pretese autonomiste dei tedeschi presenti nei Sudeti crebbero sempre più, con la crescente forza del partito nazionalsocialista di A. Hitler. Il leader del Sudetendeutsche Partei, Kondrad Henlein, nel 1938 arrivò a pretendere la assoluta autonomia dei territori dei Sudeti presentando tale proposta unilaterale al governo cecoslovacco. Tale richiesta fu rigettata, ma rappresentò il pretesto per la successiva annessione alla Germania nell’autunno dello stesso anno.

In effetti, il 12 settembre 1938 Hitler prese pubblicamente posizione in favore delle rivendicazioni di Henlein e ruppe ogni trattativa con il governo cecoslovacco. In Europa si cercò di raggiungere una soluzione politica a questa crisi sforzandosi di evitare un nuovo conflitto bellico. L’allora capo di governo britannico, Chamberlain, propose una conferenza dei capi di governo britannico, francese, tedesco e italiano, riunitasi poi a Monaco di Baviera, nella quale si acconsentì all’annessione della zona dei Sudeti alla Germania nazionalsocialista (da notare che a questa conferenza non furono invitati i rappresentanti politici cecoslovacchi).

L’accordo di Monaco viene ricordato ancora oggi come un tradimento da parte delle principali nazioni europee alla Cecoslovacchia. L’illusione di evitare un conflitto – che come sappiamo scoppió comunque nel giro di qulache mese – rese la Germania ancora piú forte militarmente e territorialmente. D’altra parte, l’opinione pubblica occidentale non desiderava una seconda guerra, e di questo i politici coinvolti dovettero tenerne conto (questo tipo di politica volta ad ottenere un accordo a tutti i costi, venne denominata appeasement e principalmente riguardó la Gran Bretagna).

Dal punto di vista strategico, l’annessione di questi territori era cruciale per la politica di Adolf Hitler in un’ottica di espansione territoriale che mirava a conquistare i territori slavi, possibilmente senza iniziare alcun conflitto con altre nazioni europee. La Cecoslovacchia, considerata vicina alla Gran Bretagna e soprattutto alla Francia, si trovava in effetti in una posizione strategica che avrebbe potuto indebolire la Germania. Con il senno del poi, la scelta di abbandono degli alleati rappresentó un errore geopolitico.

Sempre con il pretesto di proteggere le minoranze etniche tedesche, nel marzo 1939, Hitler completò il piano di smantellamento della Cecoslovacchia, occupando Praga, e creando il Protettorato Boemo e Moravo direttamente sotto la propria egemonia, mentre nella regione Slovacca fu instaurato un Governo fantoccio filotedesco. Il presidente cecoslovacco in carica, Edvard Beneš, lasció il paese per Londra e poi per gli Stati Uniti.

Accanto ai motivi geopolitici e militari, la Germania ebbe anche un interesse economico ad annettere rapidamente questi territori: la raccolta di manodopera a basso costo – i giovani slavi furono costretti ad andare a lavorare nelle fabbriche tedesche – e presa del possesso da parte del Terzo Reich di materie prime e fabbriche con tecnologia all’avanguardia sul territorio cecoslovacco indispensabili per armare ulteriormente la Germania. Ricordiamo che negli anni 30 la Cecoslovacchia era uno dei paesi all´avanguardia in Europa.

L’atteggiamento dei tedeschi nei confronti delle minoranze boeme non fu clemente: vi furono diversi arresti, molte persone furono costrette ad emigrare, ed in generale si sviluppò un clima di forte intolleranza nella zona dei Sudeti e della Boemia che continuò durante la seconda Guerra mondiale.

Questo duro atteggiamento, si rivoltò contro le etnie tedesche al termine della Seconda Guerra mondiale, facendole ritenere collaborazioniste del regime nazista e creando le premesse per l’esodo imposto negli anni successivi.

Si stima che 2,8 milioni di tedeschi, nel periodo dal 1945 al 1946, furono costretti ad abbandonare i territori della Boemia e della Moravia, rinunciando ad ogni avere.

Questa migrazione di massa vide anche diversi episodi violenti e di giustizia sommaria, che furono oggetto di una amnistia post conflitto e di fatto restarono impuniti. 1,6 milioni di tedeschi furono trasferiti nella Germania sotto il controllo americano, circa 800 mila tedeschi vennero destinati alla Germania sotto il controllo sovietico, ulteriori decine di migliaia lasciarono i territori della Slesia, ed altre migliaia di persone vennero internate nei campi di lavoro.

Strettamente legati a questa annosa questione, vengono spesso citati i decreti del presidente Beneš, ossia quei decreti presidenziali emanati nel periodo 1945-1947, che tra le altre cose sancirono la confisca dei beni e l’espulsione dei tedeschi dalla zona dei Sudeti. I decreti riguardarono anche l’espulsione della minoranza magiara presente nella regione slovacca.

Nel 1950, la popolazione della Cecoslovacchia scese a 8,896 milioni di abitanti (sia per l’esodo della popolazione tedesca, sia perché i territori Ruteni ad Est che furono annessi all’URSS), suddivisa nelle seguenti etnie:

  • Cechi e slovacchi 8,6 milioni
  • Tedeschi 160 mila
  • Ungheresi 13 mila
  • Polacchi 71 mila
  • Ucraini, Ruteni 19 mila
  • Altre etnie 31 mila

Un rapido confronto con i dati del 1930 presentati in precedenza, evidenzia gli effetti della Seconda Guerra Mondiale e degli esodi conseguenti.

Ancora oggi si aprono talvolta discussioni sul merito dei decreti di Beneš e su quanto avvenuto negli anni dopoguerra, a conferma del fatto che le ferite di una guerra riguardano anche le generazioni future. Il neoeletto presidente Václav Havel effettuò il primo viaggio in Germania nel febbraio 1990, e pubblicamente ammise l’ingiustizia di quanto accaduto nel secondo dopoguerra, creando le basi per un riavvicinamento tra i popoli.

Categorie
Economia Politica Storia

Il grande furto nel nome del popolo lavoratore – la riforma monetaria del 1953 in Cecoslovacchia

Veder sparire quasi tutti i risparmi familiari di una vita in una sola notte, ritrovarsi a maneggiare nuovi tagli di denaro dal giorno successivo senza alcuna preparazione, non poter protestare nelle strade per questa ingiustizia… anche questo accadde nel dopoguerra cecoslovacco.

Scenari quasi impossibili da immaginare oggi, eppure accaddero davvero e la popolazione dovette adeguarsi per sopravvivere, forse memore dello grande spirito di adattamento avuto durante l’occupazione nazista.

Siamo nella Cecoslovacchia socialista nel pieno della crisi del dopoguerra, dopo che nel 1948 il regime comunista ha preso il sopravvento sui partiti democratici. Nel primo quinquennio della programmazione economica di partito si puntò molto all’industria pesante, tuttavia, l’economia stentava a ripartire e la popolazione aveva forti carenze di beni di prima necessità. Esisteva ancora un razionamento alimentare, continuavano ad essere utilizzate le carte annonarie, il mercato nero era molto diffuso con prezzi decisamente più elevati rispetto a quelli ufficiali, risultando di fatto fuori controllo.

Il debito statale era crescente, non solo per i debiti di guerra che continuavano a sussistere, ma anche per la notevole spesa pubblica che si stava sostenendo per la conversione dell’economia dal sistema capitalistico a quello socialista.

Nel maggio del 1953 si iniziarono a diffondere notizie su una possibile riforma monetaria che avrebbe portato a logorare i risparmi dei cittadini.

Per questo motivo, diversi negozi furono presi d´assalto con lunghe code, nel tentativo di spendere il „vecchio“ denaro, che a breve si sarebbe potuto svalutare.

Nemmeno l’intervento del presidente cecoslovacco Zapotocky, che assicurò la pubblica opinione che non sarebbe accaduto nulla pochi giorni della riforma, servì per placare gli animi. Le persone erano molto diffidenti, ed effettivamente non sbagliarono.

Il 30 maggio 1953, il Governo annunciò senza alcun preavviso l’introduzione della riforma monetaria a partire dal giorno successivo. Lo fece alle ore 17, dopo che i negozi, banche ed uffici erano già stati chiusi.

Retribuzioni, pensioni e prezzi furono ridotti d’ufficio nel rapporto 5 a 1 (ossia per 5 vecchie corone cecoslovacche, si otteneva una corona cecoslovacca nuova). La liquidità fino a 300 corone (lo stipendio medio si aggirava attorno alle 1.100 corone, giusto per avere idea del parametro) si poté cambiare secondo il rapporto 5 a 1, oltre questo ammontare, il rapporto passava per gradi fino ad arrivare al massimo di 50 a 1.

Sempre al cambio 50:1 fu destinato il denaro delle persone giuridiche che eccedeva le ultime retribuzioni saldate. Parimenti, furono di fatto annullati tutti i debiti di Stato ed altri strumenti finanziari emessi a partire dal 1945. I risparmi, le assicurazioni previdenziali e similari, furono cancellati definitivamente.

In macro-numeri, la liquidità totale disponibile sul mercato, fu mediamente cambiato secondo il rapporto 37:1. Il cambio della corona cecoslovacca fu ancorato al rublo russo, ritenuto molto più stabile.

La riforma monetaria fu presentata come una „vittoria del popolo lavoratore “, agli occhi di gran parte della pubblica opinione apparve tuttavia come un grande furto.

Il regime sancì il supporto delle milizie per mantenere l’ordine pubblico. Le proteste popolari furono prontamente stroncate con l’interventismo tipico delle forze di polizia. Pur essendoci un disaccordo diffuso, poche persone lo manifestarono apertamente. Prontamente furono imprigionate e malmenate.

Per effetto di questa riforma monetaria non annunciata e discussa in precedenza, il Fondo Monetario Internazionale arrivò ad espellere la Cecoslovacchia.

Questo fu l’ultimo passaggio che fece sparire definitivamente la borghesia imprenditrice, la fascia media tipica dei paesi capitalistici. L’intera nazione di fatto si impoverì, diverse fonti parlano di bancarotta dello Stato cecoslovacco.

Per riassumere quanto già scritto in precedenza tra le righe, la riforma monetaria del 1953 fu un passaggio indispensabile per portare l’economia ad un sistema socialista. I motivi principali furono:

  • Necessità di controllare la quantità di denaro sul mercato, per bloccare le spinte inflattive ed il mercato nero che aveva preso il sopravvento anche negli anni del dopoguerra. In generale, la paura degli economi comunisti, era che la gente utilizzasse i risparmi per acquistare i beni, anche di prima necessità, creando poi un grave problema sociale se tale merce, già scarseggiante, ad un tratto fosse sparita dal mercato.
  • Necessità di ridurre il debito statale. Una nota: non furono annullati i debiti internazionali, che comunque restavano in valuta, ma furono annullati i debiti interni.
  • Necessità di annientare definitivamente la media borghesia, che dal punto di vista politico rappresentava una spina nel fianco, viste le simpatie verso i sistemi capitalistici.

I risultati attesi furono raggiunti in maniera limitata.

il mercato nero – pur non essendo debellato del tutto – perse di importanza, tuttavia, la riforma monetaria non cancellò un innalzamento dei prezzi che continuò anche negli anni successivi, in particolare sui beni di prima necessità (in proporzione, si riusciva ad acquistare meno prodotto a parità di retribuzione confrontando gli anni antecedenti il 1953 e quelli successivi).

Il debito statale fu cancellato a discapito dei risparmiatori nazionali, tuttavia, da un punto di vista internazionale, la Cecoslovacchia perse di credibilità, spostandola sempre più sotto il baricentro sovietico.

La media borghesia imprenditoriale fu effettivamente debellata, oppure costretta a migrare, dall’altra parte, alcune figure di partito seppero approfittare di questa situazione per arricchirsi, e quindi creare le basi per l’oligarchia tipica dei regimi dittatoriali.

I politici comunisti si resero tuttavia conto che non potevano puntare solo su un’economia pesante ed industriale, ma dovevano spostare la produzione anche sui beni di consumo e soprattutto sui beni di prima necessità, per avere un sufficiente sostegno popolare. I piani quinquennali programmatici successivi non poterono fare a meno di tenere presente questi importanti aspetti.

Categorie
Politica Storia

Milada Horakova – una vita contro ogni totalitarismo

Tra le 234 vittime del regime comunista condannate alla pena di morte tra il 1948 ed il 1960, non si può non citare Milada Horáková, il simbolo di questa resistenza.

Milada Horákova fu una giurista e politica cecoslovacca, nata a Praga nel 1901, e giustiziata con la pena di morte nel 1950. Negli anni, anche a seguito della riabilitazione avvenuta nel 1990, divenne il simbolo della lotta ai soprusi ed alle ingiustizie dei regimi dittatoriali, nonostante le notevoli sofferenze fisiche e psicologiche che dovette affrontare nella sua vita.

Poco più che ventenne aderì al Partito socialista nazionale cecoslovacco, divenendo attivista nel campo dei diritti civili e dei diritti delle donne. Negli anni Trenta, in particolare, si distinse come politica comunale accanto ai ceti deboli con iniziative di ampio respiro (come ad esempio per le donne madri).

A seguito dell’occupazione del 1939, Milada divenne uno dei membri principali del movimento clandestino contrario alla occupazione tedesca. Imprigionata nel 1940 dalla Gestapo, venne dapprima condannata a morte, pena poi trasformata in ergastolo, e fu prigioniera in diverse carceri tedesche.

Terminata la guerra, riprese il suo importante ruolo politico nel 1945 occupandosi dell’assistenza ai rifugiati e venne eletta deputata. Questo periodo confuso del dopoguerra si caratterizzó per una politica attiva a sostegno della Cecoslovacchia, e ad onor del vero la Horakova sostenne il presidente Beneš nelle iniziative politiche tra le quali la liberazione dei Sudeti, ritenendo una necessitá il togliere le popolazioni tedesche dal territorio ceco dato che in gran parte avevano sostenuto il governo nazionalista che aveva portato alla seconda guerra mondiale. Parimenti, aveva sostenuto con favore la confisca di patrimoni di famiglie aristocratiche per destinare questi beni al bene collettivo (in particolare la confisca di alcuni possedimenti dei Schwarzenberg destinati a ospedali psichiatrici e per la guarigione da malattie polmonari).

Tuttavia, nel 1948 si dimise dal parlamento a seguito della presa di potere del governo comunista, supportando le forze di opposizione e gli esilianti. Nel 1949 venne imprigionata dai servizi segreti e nel 1950 – dopo un processo farsa – fu condannata a morte per impiccagione.

A nulla valsero gli appelli internazionali anche di persone importanti per evitare la condanna di Milada Horakova che venne giustiziata il 27 giugno 1950.

In seguito, il 27 giugno venne designato dai cechi come Giornata della Memoria delle vittime del comunismo.

Il presidente Havel, nel 1990, le conferì in memoriam il più elevato grado di onorificenza, il titolo di primo grado dell´ordine di T.Garyk Masaryk.

Solo dopo la caduta del regime, nel 1990, vennero rese note le ultime lettere dal carcere di Milada alla famiglia, che oltre al saluto ai cari e amati famigliari, dimostrano la fermezza nei principi e la serenità nell’affrontare il suo triste destino, consapevole della sua coscienza cristallina.

“Sono umile e devota alla volontà di Dio. Ha ordinato questa prova per me, e io la supero con un desiderio: che io possa obbedire alle leggi di Dio e mantenere il mio nome con onore.

Non piangete! Non sospirate troppo! È meglio che una lenta morte. Il mio cuore non durerebbe a lungo senza libertà.

Gli uccelli si stanno già svegliando. Sta cominciando ad albeggiare. Andate nei prati e nei boschi. Vivete! Vivete!

Andate nel bosco di pini, guardate il bello e saremo insieme ovunque. Guardate le persone intorno a voi. Mi ritrovate in ognuno. Non sono disperata e impotente. Non sto giocando. È tutto così calmo in me perché ho pace nella mia coscienza.

La vostra, solo vostra Milada” (cit. https://www.totalita.cz/)

Categorie
Politica Storia

La privatizzazione delle imprese nazionali dopo il 1989 in Repubblica Ceca – i libretti coupon e altri sistemi di privatizzazione

Da qualche tempo mi ero ripromesso di studiare meglio la questione della privatizzazione delle imprese appartenenti allo Stato, che avvenne in Cecoslovacchia, poi solo in Repubblica Ceca, negli anni ´90, sia perché spesso avevo percepito da varie fonti che si fosse trattato di un grande raggiro che ha arricchito poche persone, sia perché non mi ero mai soffermato a fondo sui motivi che avevano portato a questo processo economico.

Definizione della kuponova privatizace

Punto di partenza, come spesso accade, è Wikipedia: la Kuponová privatizace (ovvero privatizzazione tramite cedole) rappresenta un metodo di privatizzazione in base al quale i cittadini di uno stato hanno la possibilità di acquistare a prezzi molto bassi, a volte anche gratuiti, dei libretti di voucher, tramite i quali sono poi possibile acquisire la proprietà di quote in imprese statali designate alla privatizzazione.

Il contesto politico, sociale ed economico dopo il 1989

I rapidi eventi che portarono alla dissoluzione del blocco sovietico non consentirono un graduale passaggio dall´economia a conduzione centralizzata statale a un’economia privata, e questo fu il principale problema dei politici coinvolti. Non esisteva una classe di cittadini con una capacità economica sufficiente a potersi misurare in un ambiente internazionale concorrenziale, le persone avevano mediamente scarse attitudini imprenditoriali, dall´altra parte lo Stato non era più in grado di farsi carico della programmazione economica del paese, era necessario ricorrere a stratagemmi anche radicali, volti alla privatizzazione delle imprese di Stato, stando attenti, dove possibile, di non svendere l´intero patrimonio a imprese straniere. Questi, i timori principali dei politici ed economi del periodo. Con il senno del poi, furono timori fondati, e come risaputo, in diversi casi, le strategie di privatizzazione, portarono al risultato opposto rispetto a quello atteso.

Le ondate di privatizzazione tramite cupon

Le basi per procedere a questa forma di privatizzazione, furono due nuove normativa varate giá nel 1990: la legge sulle società per azioni e fondi num. 104/1990 e la legge sulle attività imprenditoriali libere dei cittadini, legge n. 104/1990 (zákon o akciových společnostech a fondech (IPF) č. 104/1990 Sb. a zákon o soukromém podnikání občanů č. 104/1990 Sb).

La Kuponova privatizace fu concepita in Cecoslovacchia – e poi in seguito solo in Repubblica Ceca a dopo la scissione del 1993 della Repubblica Slovacca – da un gruppo di politici ed economi provenienti dall´Istituto di prognosi ČSAV, governato dal Ministero della Scienza. I principali fautori di questa procedura di privatizzazione furono Dušan Tříska,  Tomáš Ježek e Václav Klaus. Specie l´ultima figura, è da considerarsi uno dei principali politici che abbia governato nel ventennio successivo alla Rivoluzione di Velluto, ricoprendo il ruolo di Ministro delle Finanze, di Premier e di capo del partito ODS, divenendo anche Presidente della Repubblica per due mandati fino al 2013.

La prima ondata di privatizzazioni di questo tipo risale al 1992, nell´allora Cecoslovacchia stato federale, tramite la vendita dei libretti voucher, prezzo minimo d’investimento 1.000 corone ceche. Parteciparono complessivamente 8,5 milioni di cittadini cecoslovacchi e furono privatizzate 2.352 società, di cui 487 in Slovacchia. I voucher offerti rappresentavano 450 milioni di azioni, del valore di 1.000 corone cecoslovacche ciascuna. A questa prima collocazione, parteciparono 265 fondi privati di investimento cechi e 164 slovacchi.

Nel 1994, partì la seconda ondata di privatizzazioni per coupon, che interessò solo la Repubblica Ceca. Furono organizzati sei turni dal mese di marzo fino a dicembre cui aderirono 6,2 milioni di cittadini cechi. I fondi privati d’investimento che si presentarono furono ben 349.

Ogni cittadino adulto poteva acquistare un libretto di cupon del valore  35 corone ceche ed un bollo da 1.000 corone. Il libretto di cupon comprendeva 10 voucher da 100 punti. In questo modo, si diventava titolari di queste cedole d’investimento che potevano essere utilizzate per l´acquisto delle azioni nei vari turni, ai prezzi stabiliti dallo Stato.

Fu consentita l´entrata nella procedura di privatizzazione ai fondi d’investimento dal secondo turno, con un meccanismo di partecipazione particolare: se la domanda non superava l´offerta, allora le azioni venivano effettivamente trasferite ai nuovi acquirenti, se la domanda superava l´offerta, allora le azioni non venivano trasferite a nessuno degli offerenti, e venivano in automatico spostate al turno successivo. Qualora fossero restate azioni alla fine dei turni stabiliti, queste sarebbero state fatte passare (e, di fatto, lo furono) a favore del Fondo dei beni nazionali (Fond národního majetku).

Furono comunque collocazioni di successo, nella prima ondata, il 7,2% delle azioni offerte non fu collocata, nella seconda, il 3,7%.

Trovarono ampio spazio, come si può intuire dai numeri sopra riportai, i fondi d’investimento privati, tra cui è spesso menzionato l´Hardvarský investiční fond che prometteva lauti guadagni agli investitori e consentì al discusso imprenditore Viktor Kožený, il controllo di oltre 50 aziende privatizzate dal valore di decine di miliardi di corone.

Scavando nella storia dei miliardari cechi – tra cui anche il ceco più ricco secondo le statistiche Forbes, Petr Kellner, accanto alla figura di imprenditori di successo come Radovan Vítek e Pavel Tykač – si può facilmente capire che la loro ricchezza deriva in gran parte da queste operazioni di privatizzazione tramite cupon, che consentirono l´accumulo d’ingenti ricchezze in tempi rapidi.

Le critiche a questo sistema

E´ opinione diffusa, che i meccanismi legali di protezione previsti dalla normativa di allora, furono insufficienti e portarono a vari raggiri e frodi, fino ad arrivare addirittura al c.d. tunelovani, ossia lo svuotamento sistematico delle aziende per poi privarle di tutti i beni portanti. Si cita spesso la frase “krádež století”, che tradotta letteralmente vuol dire “furto del secolo”. Una delle principali critiche considera che nell´allora sistema giuridico, non si prevedeva la tutela degli azionisti di minoranza, per cui in svariati casi, molti azionisti si ritrovarono in mano con azioni che valevano in pratica zero poiché le imprese cui partecipavano, erano state completamente depredate.

La grande e la piccola privatizzazione

La privatizzazione tramite questo sistema di cupon, che rientra nella c.d. “velká privatizace” – grande privatizzazione – interessa solo una parte delle imprese statali.

Sempre nell´ambito della grande privatizzazione, rientrarono anche le vendite dirette a soggetti prescelti e interessati (procedura che interessò le aziende più performanti e concorrenziali sul mercato), le offerte pubbliche e la trasformazione delle imprese in società per azioni, per poi successiva collocazione.

Risale al 1991, e termina nel 1993, il primo procedimento di privatizzazione tramite aste, dove furono collocate 24 mila piccole attività, denominata “malá privatizace” – piccola privatizzazione, che interessò principalmente le attività legate ai servizi.

L´altro sistema utilizzato per privatizzare fu possibile tramite le c.d. restituzioni e la normativa correlata varata nel 1991: le restituzioni d’imprese e immobili ai legittimi proprietari o successori delle persone che nel dopoguerra si videro espropriare in virtù della nazionalizzazione imposta dal regime. Ancora oggi, sono di attualità le restituzioni alla Chiesa cattolica, per le quali la normativa fu varata solo nel 2012.

Categorie
Politica Storia

Le teorie cospiratorie della “rivoluzione di velluto cecoslovacca” del 1989

Capita spesso di sentire delle frasi, oppure dei post o degli articoli, che lasciano intendere che la Rivoluzione di Velluto Cecoslovacca, che ebbe inizio il 17.11.1989 e portò alla democratizzazione di un regime fino ad allora totalitario, fu frutto di una cospirazione programmata, di un complotto.

Quest’articolo ha lo scopo di riepilogare queste teorie, per quanto possibile di valutarne il fondamento minimo, ma soprattutto di dimostrare come queste teorie abbiano lo scopo di sminuire l´importanza di un evento storico che portò alla libertà di un popolo e pertanto sono decisamente quello che con i termini moderni di oggi viene definito come fake news.

Teoria cospiratoria 1 – Rivoluzione programmata a tavolino – La rivoluzione di velluto, viene definita di velluto in quanto non arrivò a scontri mortali, a carneficine e successivamente non ebbero luogo tribunali inquisitori volti a giudicare i membri dell´uscente apparato comunista. Proprio per questo motivo – recitano alcune teorie cospiratorie – è la dimostrazione che fu tutto programmato a tavolino.

Risposta alla teoria cospiratoria n. 1 – In realtá, la rivoluzione ha inizio con uno scontro molto violento nella via Narodni Třída di Praga, tra gli studenti e le forze dell´ordine che per l´occasione presentano anche milizie speciali appositamente addestrate. Il corteo studentesco fu circondato e gradualmente stretto nella morsa nella via chiusa. Fu solo fortuna che non vi furono morti o feriti gravi. Il sussegurisi degli eventi nei giorni successivi, ad iniziare dagli scioperi generali ed alle manifestazioni di piazza, cosí come le rapide dimissioni tra i membri politici e di partito, dimostrano che gli eventi non erano programmati a tavolino, ma furono il frutto di graduali accordi presi tra il Governo comunista ed i politici emergenti rientranti nel partito Občanský forům. Negli eventi di quel periodo, che interessarono anche gli altri paesi del Patto di Varsavia, fu decisivo il fatto che l´Unione Sovietica non fosse in grado di intervenire, evitando situazioni che si erano già verificate in precedenza nel 1956 (Ungheria), 1968 (Cecoslovacchia) e negli anni 80 in Polonia.

Teoria cospiratoria n. 2 – teoria di Miroslav Dolejš – il passaggio del regime fu programmato con largo anticipo, e gestito da alcuni figli di comunisti che hanno potuto studiare all´estero, dagli ebrei e da alcuni massoni. Vaclav Havel non fu che un burattino e Charta 77 non fu che una prima programmazione nell´intento di arrivare alla rivoluzione pilotata.

Risposta alla teoria cospiratoria n. 2Anche in questo caso, questa teoria non ha alcun fondamento.

Gli stessi gerarchi di partito furono sorpresi dagli eventi e dalla rapida caduta del regime. Certamente, era del tutto naturale che le persone istruite seppero approfittare delle opportunitá che la nuova situazione offriva, tuttavia, sostenere che vi fosse una cospirazione programmata a priori, é veramente poco improbabile. Come in tutte le situazioni, anche in altre parti del mondo, le cospirazioni sono frutto degli ebrei, considerati avidi e spregiudicati, e dai massoni. Gli ebrei, nella Cecoslovacchia comunista non ebbero vita facile e non é immaginabile che organizzassero la cospirazione a priori. La massoneria durante il periodo nazista prima, e poi quello comunista, non é potuta esistere in Cecoslovacchia, pertanto, non esisteva pressoché alcun punto di riferimento che potesse capeggiare queste trame.

E´ indubbio, infine, che coloro che hanno sottoscritto il documento Charta 77, siano stati oggetto di ritorsioni politiche e controlli degli organi di sorveglianza della polizia segreta, al punto che alcuni esponenti furono anche imprigionati ed altri emigrarono clandestinamente. Sostenere che Charta 77 rientrasse tra gli strumenti programmati per arrivare alla caduta del regime stesso, é un misero tentativo di sminuire il gesto eroico dei segnatari. Parimenti, la figura di Vaclav Havel, non fu una figura di burattino, ma rappresentò la persona scelta dal popolo e non da possibili cospiratori.

Teoria cospiratoria n. 3 – i servizi segreti cecoslovacchi (STB) organizzarono il cambio di regime, con il benestare della CIA americana.

Risposta alla teoria cospiratoria n. 3i servizi segreti cecoslovacchi (STB) furono sorpresi dal rapido susseguirsi degli eventi, al punto che é risaputo che molti documenti ritenuti compromettenti furono fatti sparire nel mese di dicembre 1989 e nei primi mesi del 90. Se avessero organizzato questo cambio di regime, avrebbero gestito la cosa molto piú tranquillamente, ed i documenti che sarebbero spariti sarebbero stati probabilmente molti di piú e soprattutto scelti per celare i nomi dei collaboratori – nomi che invece furono costretti a rendere pubblici negli anni a seguire e che tuttora sono accessibili.

Per quanto riguarda la CIA, la Cecoslovacchia é sempre stata un paese di confine e pertanto ancora oggi ritenuto strategico dai servizi segreti americani – e non solo – ma é altamente improbabile che potesse esistere una collaborazione con i servizi segreti cecoslovacchi su questo tema.

Teoria cospiratoria n. 4 – i servizi segreti cecoslovacchi (STB) manipolarono la manifestazione del 17 novembre 1989 volutamente, per creare scontri ed avviare rapidamente un passaggio del regime.

Risposta alla teoria cospiratoria n. 4 non vi é alcun dubbio che i servizi segreti cecoslovacchi avessero delle persone infiltrate nella manifestazione organizzata dagli studenti in occasione dei cinquanta anni dalla morte dello studente Opletal per opera del regime nazista. Giá negli anni precedenti, i servizi segreti infiltravano persone nei movimenti studenteschi di protesta in modo sistematico. Tuttavia, questi infiltrati avevano prevalentemente il compito di osservare ed individuare i nemici di partito da arrestare o segnalare. Resta un dato di fatto, inoltre, che questa manifestazione vide una partecipazione massiccia inaspettata, anche da parte degli stessi organi di polizia.

Teoria cospiratoria n. 5 – Dopo la manifestazione del 17 novembre 1989 la stampa nazionale ed internazionale diede risalto alla morte di uno studente, di nome Martin Šmid, che sarebbe rimasto ucciso durante gli scontri. La notizia nei giorni successivi si riveló infondata, ma fu dato risalto a questa fake news per condizionare la pubblica opinione.

Risposta alla teoria cospiratoria n. 5 nelle ore successive agli scontri sulla via Narodní, si diffuse effettivamente la notizia della possibile morte di Martin Šmid, studente della facoltá di Matematica alla Karlova Univerzita di Praga. Sarebbe stata la portinaia dello studentato di Praga Troja, la signora Drahomira Dražská a diffondere questa notizia. Una persona effettivamente restó a terra dopo gli scontri, ma in seguito si scoprí che si trattava di un infiltrato dei servizi segreti STB il tenente Ludvík Zifčák, con nome operativo Martin Ruzicka, che rimase a terra svenuto per alcuni minuti a seguito di una botta alla testa e poi venne caricato in ambulanza. Varie speculazioni, nei mesi successivi, lasciavano intedere che il tenente Zifčák abbia finto lo svenimento appositamente, ma si sono poi dimostrate infondate anche per testimonianza delle persone coinvolte.

Teoria cospiratoria n. 6 – i membri del partito cecoslovacco hanno programmato a priori la rivoluzione di velluto, delegando all’avvocato Martin Čalfa il ruolo di mediatore.

Risposta alla teoria cospiratoria n. 6L’avvocato Marian Čalfa fu il personaggio che effettivamente si sedette al tavolo della trattativa a quattr’occhi con Václav Havel il giorno 15 dicembre 1989 con il mandato dei membri del consiglio. Selezionato certamente per le sue doti strategiche e organizzative, Čalfa portó il consiglio comunista alla nomina (senza alcuna opposizione) di Václav Havel come Presidente della Cecoslovacchia il giorno 29 dicembre 1989.

Se il passaggio di regime fu “di velluto”, un grande merito deve essere dato a questa persona, che consentí un civile passaggio di potere, anche con lo scopo di non arrivare a condannare completamente il regime uscente. In sostanza, il regime si era accorto dell’impossibilitá di fermare la rivoluzione democratica in corso, e pertanto fu costretto ad accettare questo passaggio di potere. Alcune membri comunisti, considerati scomodi e contrari a questa posizione, si erano piú o meno volontariamente dimessi dal partito.

Nella valutazione complessiva degli eventi, occorre non dimenticare che comunque alle prime elezioni democratiche del 1990, il partito comunista ottenne comunque un 14% dei voti.

In conclusione, non ci sono elementi che fanno pensare ad una preorganizzazione di quanto accaduto.

Teoria cospiratoria n. 7 – La santificazione di Anežka Česká nominata tale dal Papa Giovanni Paolo II il giorno 12 novembre 1989 ha consentito il miracolo del cambio di regime.

Risposta alla teoria cospiratoria n. 7Credere nei miracoli divini è un fatto di coscienza individuale e di fede che non intediamo giudicare, ma non rappresenta un fatto oggettivo. Il ruolo della Chiesa cattolica in Cecoslovacchia é sempre stato piuttosto limitato negli ultimi secoli (prevalentemente puó aver interessato la regione della Moravia e della Slesia, non la Boemia) in quanto per motivi storici la Chiesa è sempre stata piuttosto distante dal popolo (si pensi all´eroe nazionale Jan Hus, bruciato come eretico, o al fatto che l´Impero Austroungarico fosse fortemente cattolico). Difficilmente questo evento púo aver condizionato il corso degli eventi.

Certamente, non é da sminuire il ruolo del Papa Giovanni Paolo II che negli anni Ottanta svolse un ruolo importante nei rapporti tra Occidente ed Oriente, costituendo un elemento importante nello scenario geopolitico di alcuni stati (come ad es. la Polonia). Tuttavia, per la Cecoslovacchia questo impatto non fu cosí significativo.