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Storia

Sir Nicholas Winton e i 669 bambini di Praga

Stazione centrale di Praga (Hlavní nádraží), binario 1: c’è una statua di bronzo, un uomo con gli occhiali in abiti anni Trenta, con un bambino in braccio ed una bambina accanto. La testa di lei è leggermente abbassata. Alla destra dell’uomo una valigia.

Pro dítě – la statua con Nicholas Winton

L’uomo si chiama Sir Nicholas Winton. E per quasi cinquant’anni la sua storia è rimasta sconosciuta.

Un agente di borsa con l’agenda piena di nomi

Nicholas Winton era nato a Londra nel 1909, da una famiglia di origini ebraiche tedesche, battezzato anglicano per scelta dei genitori. Nel dicembre del 1938 lavorava come stockbroker nella City. Aveva in programma una vacanza sugli sci in Svizzera.

Un suo amico, il professore Martin Blake, lo chiamò e gli disse che il viaggio saltava — stava andando a Praga. “Ho un incarico molto interessante e ho bisogno di te. Vieni prima che puoi. E non portare gli sci.”

Winton andò. A Praga, Blake lo introdusse a Doreen Wariner, che gli mostrò i campi profughi sovraffollati. Erano pieni di ebrei e oppositori politici fuggiti dai Sudeti dopo il Patto di Monaco: famiglie in tenda in pieno inverno, bambini denutriti, nessuna prospettiva. Winton capì immediatamente che la guerra era questione di settimane, non di anni. E capì che gli adulti non avrebbero potuto uscire.

I bambini, invece, potevano avere una speranza.

Lavorando dalla sua camera d’albergo, spesso ricevendo le famiglie mentre si faceva la barba, Winton raccoglieva i nomi. Poi tornò a Londra, e trascorse sere e fine settimana a raccogliere fondi e reclutare famiglie affidatrici. Ogni bambino aveva bisogno di una famiglia inglese disposta ad accoglierlo, di 50 sterline di cauzione per il governo britannico, di un visto, di un certificato sanitario. Winton li cercò, li trovò, li falsificò quando necessario.

Il primo trasporto lasciò Praga il 14 marzo 1939. Il giorno dopo, Hitler invase il resto della Cecoslovacchia e getto le basi del Protettorato della Boemia e della Moravia, annesso al Terzo Raich.

Tra marzo e agosto del 1939 partirono otto treni dalla stazione Wilson. Il numero totale di bambini salvati è 669, quasi tutti ebrei. Un nono treno era pronto per il 1 settembre 1939. Quel treno non lasciò mai Praga: due giorni prima scoppiò la guerra e la Germania chiuse le frontiere. I 250 bambini che vi erano sopra scomparvero. Solo due di loro sopravvissero.

Il silenzio durato cinquant’anni

Quello che colpisce della storia di Winton non è solo cosa fece, ma quanto a lungo non ne parlò con nessuno, nemmeno con la propria moglie. Tornò a Londra, prestò servizio nella Royal Air Force durante la guerra, si sposò, ebbe figli, lavorò. Non disse niente.

Nel 1988 sua moglie Greta trovò in soffitta dei vecchi appunti che documentavano i salvataggi. Li portò all’attenzione di Elizabeth Maxwell, storica della Shoah, che a sua volta li consegnò alla stampa e poi al programma televisivo della BBC That’s Life!.

La scena che ne seguì è diventata uno dei momenti più straordinari della televisione britannica. Winton era seduto tra il pubblico, ignaro di tutto. La conduttrice Esther Rantzen mostrò la sua fotografia e il suo elenco di nomi. Poi chiese: “C’è qualcuno in questo studio che deve la propria vita a Nicholas Winton?” Le persone sedute intorno a lui — che erano proprio alcuni dei bambini, ormai adulti — si alzarono in piedi per salutarlo. Winton non sapeva dove guardare.

Aveva 79 anni. Oggi si stima che grazie ai 669 bambini salvati siano vive oltre seimila persone.

I film, i documentari, lo schermo grande e piccolo

Il passo definitivo di questa storia verso il grande cinema mainstream è arrivato nel 2023 con One Life, diretto da James Hawes. Il film alterna Anthony Hopkins nei panni del Winton quasi ottantenne alla fine degli anni Ottanta, e Johnny Flynn che interpreta il giovane Winton del 1938-39. Helena Bonham Carter, Lena Olin, Romola Garai e Jonathan Pryce completano un cast di rango. Il film costruisce la sua tensione nel racconto della corsa contro il tempo per organizzare i trasporti — i visti, le famiglie affidatrici, i 50 sterline di cauzione per ogni bambino, i certificati medici — ma il suo momento più alto è la ricostruzione della scena di That’s Life!. Le comparse che formano il pubblico della trasmissione sono in realtà i figli veri dei bambini salvati da Winton.

Accanto a questo, numerosi furono i documentari negli anni precedenti, a testimonianza di questo nobile gesto, tra cui anche Into the Arms of Strangers: Stories of the Kindertransport, vincitore del Premio Oscar.

Le impronte a Praga: dove trovare Winton oggi

Come citato inizialmente, al binario 1 della stazione centrale di Praga si trova la statua in bronzo di Flor Kent, inaugurata il 1° settembre 2009, settantesimo anniversario dell’inizio della guerra. La bambina è modellata sulla nipote di una delle donne salvate nel 1939. L’opera si intitola Pro dítě — per il bambino. Una targa ricorda i 669 salvati e i 15.131 bambini cechi morti nei campi di concentramento. Le figure stanno senza piedistallo, praticamente all’altezza degli occhi dei viaggiatori che aspettano il treno.

Nel corridoio della stazione, sotto la cupola del Fantova kavárna (il celebre caffè liberty al piano superiore), si trova un secondo memoriale: una scultura che riproduce la porta di un vagone ferroviario con mani di bambini da un lato e mani di genitori dall’altro. È un tributo a chi rimase sul marciapiede. La maggior parte di quei genitori non sopravvisse alla guerra.

C’è anche una targa sul muro del Grand Hotel Europa in piazza Venceslao (Václavské náměstí), l’albergo dove Winton soggiornò nel gennaio del 1939 mentre impostava le prime operazioni.

Infine, nei Giardini di Strahov sulla collina di Petřín, esiste una Sorgente di Sir Nicholas Winton, all’interno del Frutteto dei bambini salvati dalla Shoah.

C’è una cosa che mi torna in mente ogni volta che passo davanti a quella statua al binario 1. Winton non parlò per cinquant’anni non perché avesse paura, ma perché — a quanto pare — non gli sembrava di aver fatto niente di straordinario. Aveva visto un problema e aveva cercato una soluzione. Aveva un motto che ripeteva spesso: “Se una cosa non è impossibile, ci deve pur essere un modo per farla.”

È una frase che si legge su molte targhe e si cita in molti discorsi. Eppure lui, nel 1939, a 29 anni, senza conoscere il ceco, senza contatti politici, senza esperienza di logistica dei trasporti internazionali, l’aveva trasformata in treni partiti in orario per ben 699 bambini.