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Storia

Il febbraio che cambiò tutto (1948–1953)

Ai piedi della collina di Petřín, dove la via di Újezd costeggia il parco, sette figure di bronzo scendono una scalinata. Rappresentano la stessa persona, ripetuta sette volte, e ognuna è più consumata della precedente. Eppure, restano tutte in piedi. È il Pomník obětem komunismu (Monumento alle vittime del comunismo), opera dello scultore Olbram Zoubek e degli architetti Jan Kerel e Zdeněk Hölzel, inaugurato il 22 maggio 2002.

Le statue ritratte sono i MUKL (muži určení k likvidaci) – le persone destinate alla cancellazione – a cui ho dedicato uno specifico post.

Il monumento ai caduti del comunismo a Praga Smíchov

Lungo il bordo della scala corre una striscia di bronzo con alcuni numeri. 248 giustiziati. 4.500 morti in prigione. 327 uccisi mentre tentavano di attraversare il confine. E poi: 205.486 arrestati, 170.938 costretti all’esilio. Sono cifre che si leggono in pochi secondi, e proprio per questo conviene chiedersi come si arrivi a un conto del genere.

Riguardano l’intero quarantennio comunista. Ma i primi cinque anni, quelli di cui parla questo articolo, sono il momento in cui il sistema si instaura: una crisi di governo, un ministro caduto da una finestra, un processo recitato a memoria, un decreto sul denaro.

Febbraio 1948: la crisi di governo

Nel 1948 la Cecoslovacchia è una democrazia a metà. Dopo la guerra governa il Fronte Nazionale (Národní fronta), una coalizione di comunisti, nazional-socialisti, popolari, socialdemocratici e democratici slovacchi, guidata dal comunista Klement Gottwald. Il Partito comunista (KSČ) non è un partito marginale: gli iscritti passano, secondo le stime più citate, da circa 40.000 nel 1945 a 1,35 milioni nel 1948.

La crisi scoppia sulla gestione della polizia. Il ministro dell’Interno Václav Nosek, comunista, sostituisce i direttori di polizia non comunisti con uomini del partito. Il governo vota perché tornino ai loro posti. Nosek si rifiuta di eseguire la decisione.

Il 20 febbraio dodici ministri non comunisti — nazional-socialisti, popolari e democratici slovacchi — presentano le dimissioni. Probabilmente sperano di far cadere il governo. Se così era, il calcolo si rivela errato. I socialdemocratici restano al loro posto, i dimissionari sono una minoranza, il governo non cade. La palla passa al Presidente della Repubblica Edvard Beneš.

Quello che segue è una dimostrazione di forza. I comunisti mobilitano nelle fabbriche e nei ministeri i comitati di azione (akční výbory), le milizie sindacali armate scendono in strada, Gottwald minaccia lo sciopero generale. Il 25 febbraio Edvard Beneš, riluttante, accetta le dimissioni e nomina i nuovi ministri proposti dal partito. Gottwald parla di “sconfitta della reazione e vittoria del popolo lavoratore” (porážka reakce a vítězství pracujícího lidu). Il regime ne farà una ricorrenza con un nome da manuale di propaganda: il “Febbraio vittorioso” (Vítězný únor). Per la fragile democrazia postbellica, si trattò del requiem finale che apre le porte alla dittatura socialista che durerà quaranta anni.

10 marzo: una finestra a Palazzo Černín e la defenestrazione di Jan Masaryk

Due settimane dopo, nella notte tra il 9 e il 10 marzo, Jan Masaryk viene trovato morto nel cortile di Palazzo Černín (Černínský palác), la sede del ministero degli Esteri. Era il figlio del fondatore della Repubblica, ed era rimasto nel governo di Gottwald per fedeltà a Beneš. Il 10 marzo il governo rimaneggiato doveva presentarsi in Parlamento.

La versione ufficiale parla di una caduta dalla finestra del bagno del suo appartamento, e la prima inchiesta, avviata prima dell’autopsia e condotta in modo superficiale, conclude per il suicidio. Non fu trovata alcuna lettera d’addio. Le indagini successive sono un piccolo romanzo giudiziario: nel 1968–69 si parla di “disgrazia”, nel 1993–95 di “suicidio forzato”, nel gennaio 2004 l’ultima conclusione ufficiale è che Masaryk sia stato assassinato, da persone mai identificate. Nell’ottobre 2019 la procura ha riaperto il caso e il 2 settembre 2026 la polizia ha riesumato la salma nel cimitero di Lány per riesaminarla con metodi forensi moderni.

Questo evento rientra nelle celebri defenestrazioni praghesi a cui ho dedicato un post.

Palazzo Černin, sede del Ministero degli Esteri

Il resto del 1948 è l’amministrazione di ciò che è già avvenuto. Il 9 maggio il Parlamento approva la nuova Costituzione, che definisce il paese uno “stato democratico popolare”. Il 30 maggio si vota con un’unica lista del Fronte Nazionale, che ottiene l’89,2% dei voti. Beneš lascia la presidenza all’inizio di giugno dimettendosi e il 14 giugno gli succede Gottwald. Beneš morirà a settembre, logorato dalla malattia.

Quanto abbia pesato Mosca in quelle settimane è una questione che gli storici discutono ancora, ma indubbiamente l’avvicinamento avvenuto nel 1943 con la firma dell’accordo di collaborazione tra i due paesi firmato dallo stesso Beneš, ha giocato un ruolo importante.

Che la Cecoslovacchia entrasse nell’orbita sovietica per i quarant’anni successivi è invece fuori discussione. Dopo Monaco nel 1938 e il Protettorato nel 1939–45, a dieci anni da Monaco il paese cambiava ancora una volta orbita. Con una differenza amara: stavolta a gestire il passaggio erano dei cechi guidati dalla direzione sovietica.

Un processo scritto in anticipo

Milada Horáková era nata a Praga il 25 dicembre 1901 (ne ho già scritto in Milada Horáková – una vita contro ogni totalitarismo). Giurista, laureata alla Carolina, militante fin da giovane del partito nazional-socialista cecoslovacco, si era occupata di assistenza sociale e di diritti delle donne. Nel 1940 la Gestapo la arresta e la manda a Terezín. Nel 1944 un tribunale tedesco la condanna a una lunga pena detentiva (le fonti divergono sull’entità: otto anni, oppure una condanna a morte poi commutata in ergastolo). Dopo la guerra si occupa di assistenza ai profughi e torna in Parlamento. Nel febbraio 1948, quando i comunisti prendono il potere, si dimette in segno di protesta.

Viene arrestata nel settembre 1949 insieme ad altri esponenti politici, accusata di alto tradimento e spionaggio. Il processo si apre il 31 maggio 1950, sotto la supervisione di consiglieri sovietici. Gli imputati sono tredici.

Il dettaglio che mi sembra più rivelatore non è la sentenza, ma la regia. Le domande dei giudici e dei pubblici ministeri e le risposte degli imputati erano scritte in anticipo in un režijní kniha, un “libro di regia” come quello di uno spettacolo teatrale. La registrazione audio del processo andò in onda alla radio. Fuori dall’aula, una campagna orchestrata dal regime chiedeva la pena di morte. È un rituale più che un tribunale: il verdetto è la parte meno importante, perché conta soprattutto che il pubblico impari la parte.

L’8 giugno 1950 arrivano quattro condanne a morte: Milada Horáková, Záviš Kalandra, Jan Buchal e Oldřich Pecl. Intervengono Albert Einstein e Winston Churchill, tra gli altri. Horáková rifiuta di chiedere la grazia; la domanda viene presentata dal padre e dalla figlia, diciassettenne. Gottwald conferma la sentenza. Il 27 giugno 1950, all’alba, i quattro vengono impiccati nel cortile del carcere di Pankrác.

Nella cella della morte Horáková scrisse dieci lettere. L’ultima è delle 2:30 del giorno dell’esecuzione. Contiene una frase che tradurrei così: “Vado a testa alta: bisogna anche saper perdere” (Jdu s hlavou vztyčenou – musí se umět i prohrát). In un’altra c’è una riga più semplice, rivolta a chi resta: “Non piangete! Non sospirate troppo!”. Le lettere arrivarono alla figlia Jana circa quarant’anni dopo. Le ceneri non furono mai restituite alla famiglia, e ancora oggi non si sa dove si trovino. A Vyšehrad, il colle di Libuše e delle sue profezie, nel cimitero c’è una tomba simbolica.

Una donna condannata da un tribunale nazista e poi da uno comunista: due regimi, due aule, e in entrambe a processarla fu la sua attività politica. Le condanne furono annullate nel 1968, durante la Primavera di Praga. La riabilitazione completa arrivò solo dopo il 1989; nei primi anni Novanta le fu conferito l’Ordine di Tomáš Garrigue Masaryk dal presidente Václav Havel. Dal 2000 il 27 giugno è, in Repubblica Ceca, il giorno del ricordo delle vittime del regime comunista.

Occorre aggiungere che il periodo del terrore instaurato dal regime non riguardava solo i nemici di partito, ma fu anche una purga di alcune personalità di partito scomode. Tra queste merita una menzione certamente Rudolf Slánský, che fu giustiziato nel 1952, ma fino all’anno precedente era il vicepremier del governo comunista del premier Antonín Zápotocký. Le accuse furono di spionaggio, tradimento e sabotaggio oltre alle accuse di sostenitore del sionismo.

Questo periodo del terrore, con processi drammatici e numerose condanne, riguarda gli anni dal 1948 ai primi anni Sessanta, con l’amnistia del maggio 1960 come tappa importante per decretare la conclusione di questo complicato periodo.

Maggio 1953: il giorno in cui il denaro perse valore

Tre anni dopo la fine del processo, il regime si trova con un problema di soldi. Dopo cinque anni di gestione economica disastrosa il paese è fortemente indebitato e il razionamento di guerra è ancora in vigore. La soluzione è tanto brutale quanto semplice: cambiare la moneta.

La riforma monetaria (měnová reforma) arriva senza preavviso. Il presidente Antonín Zápotocký aveva assicurato pubblicamente che non ci sarebbe stata. Già a maggio girano voci, e i negozi vengono presi d’assalto da chi vuole spendere le vecchie corone. Poi, il 30 maggio, a negozi, banche e uffici ormai chiusi, il governo annuncia la riforma con effetto dal giorno dopo: alla radio parla il primo ministro Viliam Široký. L’ora esatta e perfino il giorno variano da fonte a fonte: io ho seguito il post che ho dedicato a questa riforma, che indica le 17 del 30 maggio. Le vecchie banconote restano valide solo fino alla fine del mese; le nuove, stampate in Unione Sovietica, le sostituiscono dal 1° giugno.

I tassi sono scritti in modo da colpire chi ha risparmiato. Stipendi, pensioni e prezzi si convertono d’ufficio a 5 a 1, quindi senza perdite apparenti. I contanti fino a 300 corone si cambiano pure a 5 a 1, ma lo stipendio medio è di circa 1.100 corone: 300 sono poco più di un quarto di una mensilità. Oltre quella soglia il rapporto peggiora fino a 50 a 1. Le fonti descrivono la scala in modi diversi: Radio Prague indica 50 a 1 per i contanti oltre le 300 corone e tre scaglioni per i depositi (5 a 1 fino a 5.000 corone, 25 a 1 fino a 50.000, 30 a 1 oltre); quel mio post parla di un rapporto crescente fino a 50 a 1, con un cambio medio di 37 a 1. Secondo Radio Prague i dirigenti di partito ottengono condizioni migliori. La nuova corona viene ancorata al rublo sovietico. A pagare di più è la piccola e media borghesia imprenditoriale, di fatto eliminata o spinta a emigrare.

Il regime presenta tutto questo come una “vittoria del popolo lavoratore”: la stessa formula con cui Gottwald aveva celebrato, cinque anni prima, il Febbraio vittorioso.

Dietro i numeri ci sono le persone. C’è la famiglia Havránková, che aveva messo da parte i soldi per comprare una casa, aveva già imballato i mobili ed era pronta a firmare il contratto: dopo la riforma ha in mano carta senza valore. Ci sono i pensionati che avevano messo da parte i soldi per il proprio funerale. Ci sono persone che, perso tutto, si tolgono la vita. Testimoni ricordano banconote abbandonate sul marciapiede davanti ai negozi e alle banche. Quanto in fretta una promessa di Stato possa trasformarsi nel suo contrario è, credo, la lezione più amara di questa storia.

Il 1° giugno a Pilsen gli operai della Škoda, in particolare dopo che la direzione ha anticipato le paghe di maggio svalutate di circa l’80%, scioperano e marciano verso il centro. Si parla di circa 20.000 persone. Assaltano il municipio, alzano barricate, distruggono i simboli del partito, tentano senza successo di prendere d’assalto il carcere di Bory. La risposta del regime è proporzionata alla paura: circa 8.000 poliziotti, 2.500 soldati e 80 carri armati, secondo le stime più citate. Gli arresti sono almeno 650.

Non fu solo Pilsen. Nei giorni successivi scioperarono diciannove grandi stabilimenti in Boemia e Moravia, fra cui Kladno e Ostrava, con circa 360.000 lavoratori coinvolti. L’8 giugno il governo revocò tutte le misure del 31 maggio tranne la riforma monetaria. La propaganda attribuì la rivolta ad agenti dell’imperialismo e mantenne questa versione fino al 1989.

Il regime però incassò il messaggio e sotto la pressione di Mosca e della piazza lanciò la cosiddetta “Nuova Linea”, più attenta al tenore di vita e gradualmente si allontana dalla politica del terrore instaurata negli anni precedenti. Tra l’autunno 1953 e l’autunno 1956 i prezzi al dettaglio furono ridotti sei volte. Tuttavia, il tenore di vita dei cittadini non migliorò sensibilmente, nonostante i piani quinquennali di partito che auspicavano un grande futuro.