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Praga ai tempi del Coronavirus

Si cammina come dei fantasmi, degli spiriti che nemmeno si vogliono guardare in faccia, ognuno assorto in un suo pensiero strano e incredulo – stammi lontano e non mi guardare – il respiro nella mascherina è pesante e affannoso.

A volte sembra che il tempo si sia fermato, al 12 marzo 2020, una beffarda storia di Kafka che si ripete continuamente e non trova fine.

Girando per le strade come un Hrabal senza birreria, in una delle sue frasi interminabili che girano e rimescolano, e ripartono dall’inizio.

Praga è surreale, in questo pomeriggio, che è sempre stato un giorno di festa, di turismo, di pomlázke e di uova colorate. Nulla di tutto questo, fatto salvo per i papaveri gialli in piazza San Venceslao.

Mentre le statue di Carlo IV e Jan Hus guardano il silenzio, dominato da San Venceslao sul cavallo, che nasconde la scritta „assieme ce la faremo“ sulla facciata appena ristrutturata del Museo nazionale, orgoglio di questa nazione e di questo popolo.

La piazza Staroměstské náměstí, con l’orologio astronomico di Mistr Hanuš, e la chiesa di Tyn sembra osservare il silenzio di tutte le attività commerciali inesorabilmente ferme e vuote – la via Pařižská che ricorda un post war dream.

Il ponte Carlo è vuoto, senza persona, sembrano appena passati gli Svedesi nella Guerra dei trent’anni, uno sguardo al Castello e alla cattedrale di San Vito dove sventola la bandiera ceca, la collina di Petřín si sta riempiendo di verde come ogni primavera, mentre dal lato opposto si vede una scritta “ce la faremo” sull´Hanavský pavilon, mentre dietro, il metronomo è fermo immobile sdraiato a sinistra… il tempo si è davvero fermato, quando riprenderà?

La Moldava mormora in sottofondo, l’atmosfera è cupa ed angosciante, grazie al cielo plumbeo di questa solitaria passeggiata che mi lascia tanto amaro in bocca e cupi pensieri praghesi.

Quando finirà tutto questo? E poi ci domanderemo … ma è potuto davvero succedere tutto questo?