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1968 – La Primavera di Praga

La Primavera di Praga – le origine e le conseguenze del 1968 cecoslovacco

La Primavera di Praga (in ceco Pražské jaro) rappresenta un breve periodo – appunto una stagione – intercorso a partire dal mese di marzo 1968 e terminato nella notte tra il 20 ed il 21 agosto dello stesso anno con l’invasione delle truppe del patto di Varsavia.

L’inizio fu sancito dalla nomina dei comunisti cosiddetti riformisti a capo del partito comunista cecoslovacco, capeggiati dal politico slovacco Alexander Dubček. Tale nomina fu seguita nel marzo del ’68 dalle dimissioni di Antonin Novotný dal ruolo di Presidente cecoslovacco e dalla successiva nomina del moderato Ludvík Svboda. Novotný rappresentava ancora la vecchia espressione dello “stalinismo” del dopoguerra, basato sul totalitarismo e la repressione, che aveva condizionato gli anni Cinquanta ed i primi anni Sessanta.

La Primavera di Praga in realtà non nacque casualmente.

La revisione della violenta politica stalinista a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta da parte del capo del PCUS Nikita Kruscev, non avevano ancora prodotto un ricambio nella classe politica cecoslovacca. Il sistema economico basato su piani quinquennali utopistici mostrava lacune di base e il sistema sociale era sempre più in crisi ed insofferente.

Negli anni Sessanta, gli intellettuali supportati dagli studenti e in certi momenti dalla importante classe operaia, iniziarono a sentire sempre più necessità di criticare il sistema e aspirare ad una riforma che portasse ad una progressiva democratizzazione del sistema e alla destituzione del presidente conservatore Novotný.

Il piano di azione dei “riformisti” nominati nel gennaio del 68, prevedeva cambiamenti che aspiravano ad un “socialismo dal volto umano”.

Nella pratica tentarono di riformare il sistema comunista introducendo una maggiore libertà di espressione abolendo la censura e cavalcando l’entusiasmo del popolo aspirarono a introdurre riforme politiche, sociali ed economiche. Tra le riforme principali, pur prevedendo sempre il ruolo centrale del partito comunista al servizio del popolo e non più alla guida, si auspicava la reintroduzione del diritto dei cittadini all’associazionismo, la libertà di circolazione e la possibilità di esercitare delle piccole attività imprenditoriali individuali. Nel 1968 la Cecoslovacchia divenne anche uno stato federale, riconoscendo maggiore autonomia alla regione slovacca, da sempre critica verso il cosiddetto “pragocentrismo”.

Aspramente criticato dall’URSS e dagli alleati del Patto di Varsavia, il piano d’azione fu al centro di numerosi tentativi di mediazione da parte dei politici cecoslovacchi di allora nei confronti della critica mossa dai partner alleati.

La crisi politica degenerò rapidamente: Leonid Breznev, capo del PCUS, riteneva che la situazione fosse sfuggita di mano e che occorreva rapidamente ripristinare la centralità del partito unico, abolendo la libertà di opinione e bloccando ogni velleità pluripartitica democratica. I paesi del patto di Varsavia, in particolare la Germania dell’Est e la Polonia, temevano un contagio delle idee riformiste, pertanto si mostrarono categorici nella condanna.

Dubcek e gli altri membri del presidium cecoslovacco cercarono sempre di ammorbidire le critiche, assicurando che la situazione fosse sotto controllo ed in certi momenti mostrarono anche la fermezza nel sostenere che alcuni argomenti ritenevano fossero un problema da risolvere internamente.

Tuttavia, la crescente tensione internazionale creò le condizioni per l’occupazione militare avvenuta nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 da parte dei militari di 5 paesi alleati (Unione Sovietica, Polonia, Ungheria, Bulgaria e Germania dell´Est). Restarono in disparte la Jugoslavia e la Romania.

Nelle settimane antecedenti erano state organizzate imponenti esercitazioni militari ai confini Cecoslovacchi. Si trattò del giusto pretesto per spostare truppe senza particolari imbarazzi.

Nel giro di breve, la libertà di espressione fu nuovamente imbavagliata e tutti i riformisti vennero gradualmente epurati dai posti di comando divenendo dei dissidenti. Diversi emigrarono all’estero (tra cui anche il direttore della TV cecoslovacca Jiří Pelikán che chiese asilo politico in Italia), altri furono incarcerati (tra questi anche il futuro presidente Václav Havel), altri si ritrovarono ai margini della società civile avendo interdetti tutti i posti di comando.

Il conservatore Gustav Husák venne nominato a capo del partito comunista e Presidente della Cecoslovacchia, rimanendo in carica per un ventennio, ossia fino al 1989, anno in cui la Rivoluzione di Velluto spazzò via il sistema socialista.

 L’occupazione del 1968 cancellò tutti i sogni riformisti, creando le basi per periodo denominato di „normalizzazione“ iniziato dal 1969.

Una delle conseguenze più tragiche fu l’accordo che sancì e legittimò l’invasione da parte delle truppe sovietiche del territorio cecoslovacco. Questa occupazione straniera terminò nel 1991.

L’invasione delle truppe del Patto di Varsavia non comportò fortunatamente delle stragi di piazza (seppure i morti ufficiali ammontarono a 137 ed i feriti furono oltre 500). I combattimenti più aspri si verificarono a Praga, davanti all’edificio della radio di Stato, Český rozhlas, sulla via Vinohradská in Praga 2 e in piazza San Venceslao, di fronte al museo nazionale.

I cittadini cecoslovacchi furono invitati anche dagli stessi politici riformisti a mantenere la calma e ad astenersi da comportamenti aggressivi.

Si trattò di una resistenza passiva che disorientò gli invasori stranieri, almeno nelle fasi iniziali.

I cecoslovacchi cercarono di spiegare il loro punto di vista ai militari sovietici, parlando la loro lingua. Questo fu anche uno dei motivi per cui si stima che il 70% dei militari venissero dalle regioni caucasiche dell’URSS centrale: le differenze linguistiche e culturali impedivano una comunicazione con i locali. Peraltro, le truppe militari ritenevano di essere i benvenuti in Cecoslovacchia e che venissero considerati dei liberatori.

Per il popolo cecoslovacco si trattò di un triste epilogo dalla portata storica indelebile alla pari della vicenda degli sciagurati patti di Monaco del 1938. Dubcek e i riformisti di spicco furono costretti a capitolare a Mosca negli immediati giorni successivi alla occupazione: sottoscrissero ed approvarono un ripristino delle normative totalitarie e per l’opinione pubblica si dimostrarono dei deboli perdenti che gradualmente finirono in un dimenticatoio.

Nel gennaio del 1969, l’autoimmolazione di Jan Palach in Piazza Venceslao rappresentò un gesto di protesta, ma soprattutto un grido di dolore angoscioso lanciato da un paese inerme al mondo intero. Purtroppo, questo gesto fu emulato successivamente da altri giovani.

La crisi cecoslovacca aveva tuttavia evidenziato al mondo intero la brutalità della politica imperialistica sovietica che non intendeva perdere il controllo delle zone di influenza. Le giustificazioni alla base di questo intervento, basate nell’affermare che vi fosse interesse dei paesi capitalisti occidentali a destabilizzare la situazione geopolitica dell’Est Europe e che nella Cecoslovacchia vi fosse in corso un colpo di stato nazionalista e neofascista si rivelarono essere del tutto inventate e volutamente diffuse per trasfigurare la realtà.

Da questo episodio si distanziarono anche i partiti comunisti occidentali (tra cui il PCI italiano). Ciò aprì le porte ad una loro maggiore inclinazione socialdemocratica negli anni successivi, portandoli ad un graduale distacco dalla politica sovietica.

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Di RM

Vivere in un altro Paese non è immediato.
È una serie di adattamenti quotidiani.
Alcuni piccoli, altri decisivi.
Dopo un po’, ti accorgi che le cose che per te sono normali,
per altri non lo sono affatto.
E viceversa.
Questi sono appunti.
Appunti da Praga.

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